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ISIS (Insurrezione Stati Islamici Sunniti)

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Di Marco Corno

Siria, Iraq e Libia sono solo tre dei paesi in cui l’ISIS espande il proprio dominio. Sicuramente l’Isis è portavoce di quella “branca” dell’islam che si è sentita fortemente danneggiata dalla guerra e dalla politica dell’Occidente in accordo con alcune minoranze (per di più sciite) al vertice di molti stati del Medio Oriente e del Nord Africa. 

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La nascita dell’ISIS è da ricondurre alle primavere arabe, scoppiate a cavallo tra il 2010 e il 2011 con il conseguente rovesciamento di due delle più importanti e ferocie dittature dell’Africa, quella di Mubarak in Egitto e quella di Gheddafi in Libia, ad opera dell’esercito ribelle guidato dai Fratelli Mussulmani. Ed è proprio da questo passaggio storico del ventunesimo secolo che si è assistito alla nascita dello Stato Islamico (anche se le prove di questa teoria secondo alcuni non sono ancora del tutto attendibili). Infatti dopo la caduta dei regimi  un ristretto ma potente gruppo di Fratelli Mussulmani si è trovato in disaccordo con la maggioranza dei ribelli, accusandoli di volere instaurare una forma di governo troppo moderata che avrebbe finito per essere sottomesso da paesi europei come la Francia e l’Inghilterra; in seguito questa minoranza estremista sunnita ha deciso di spostarsi anche in Iraq e in Siria per rovesciare i governi sciiti.

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In Iraq l’ISIS è riuscito a crescere e ad espandersi grazie al clima fortemente anti-occidentale creatosi successivamente ai bombardamenti degli USA ad opera di Bush  dopo l’11 settembre. Il Califfato (saggiamente) ha saputo diffondere una propaganda dell’odio riaccendendo quei sentimenti ostili che si pensavano estinti. Questa decisione ha permesso allo Stato Islamico di perseguire 2 obiettivi: uno di natura politica e un altro di natura economica. In campo politico l’autoproclamato Stato Islamico è riuscito a conquistare il consenso di una parte del mondo mussulmano-iracheno sunnita estremista (il quale recluta ogni giorno centinaia di persone per combattere la cosidetta “guerra santa”), mentre dal punto di vista economico gode di convenienti investimenti da paesi sunniti come Il Qatar, il Kuwait e l’Arabia Saudita, che hanno tutti gli interessi a rovesciare il governo sciita guidato da Haider al Abadi alleato del dittatore siriano alawaita-sciita Bashar Al- Assad, per instaurare un governo sunnita e detenere il monopolio delle risorse energetiche sia irachene che siriane. Non a caso l’ISIS punta con le sue azioni di guerriglia a conquistare le città strategiche di Ramadi, Tikrit e Mosul, considerate particolarmente importanti per le famose dighe presenti, come quella di Mosul, principale fornitrice di acqua al Kurdistan.

E’ quindi fondamentale comprendere che la guerra in Iraq ha come primo scopo la conquista delle risorse idriche, perché come dicono gli stessi iracheni “controlli l’acqua controlli il paese”. L’intera economia dell’Iraq si basa sui fiumi del Tigre ed Eufrate, dai quali non dipende soltanto il settore primario ma anche tutto il settore secondario, e il suo controllo significherebbe mettere Baghdad con le spalle al muro tramite le dighe di Samarra, Haditha e Nuaimiyah, le quali potrebbero essere usate dallo stesso Stato Islamico come strumento coercitivo per distruggere la capitale e le zone circostanti con delle esondazioni.

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In Siria, invece, il Califfato è riuscito a penetrare grazie alla guerra contro il regime di Assad, che è stato il terzo stato colpito dalla primavera araba. Qui si sono venute a creare delle situazioni geopolitiche particolari e differenti, dovute al fatto che in un primo momento il rovesciamento del governo Alawita sembrava conveniente per l’Occidente ma poi si temette di entrare in conflitto d’interesse con la Russia alleata di Assad. Tale decisione ha permesso al Califfato di muoversi “liberamente” all’interno del paese.

D’altronde la Siria rappresenta per l’ISIS un paese molto importante non solo dal punto di vista espansionistico (dato che lo Stato Islamico vuole ricreare il cosiddetto Califfato Islamico, che comprendeva in primo piano la Siria e l’iraq) ma anche dal punto di vista geografico ed economico: geografico perché il controllo della Siria permetterebbe di avere uno sbocco marittimo fondamentale sul Mar Mediterraneo, economico perché otterrebbe il controllo completo dell’Eufrate e di conseguenza il monopolio assoluto dell’energia idroeletrica sia dell’Iraq che della Siria con la conquista della diga di Tashirin situata a nord dello stato, al confine con la Turchia.

Il nemico numero uno dei sunniti estremisti, in Siria, è sicuramente Assad, che con azioni militari violente cerca di intralciare in tutti i modo possibili i loro piani, consapevole dell’odio che nutrono i sunniti estremisti nei confronti degli sciiti siriani considerati dei traditori non solo per ragioni religiose ma anche per le alleanze instaurate con l’Occidente e con la Russia, dove l’Islam non è visto “di buon occhio”. Si può quindi affermare che Damasco e la stessa Siria rappresentino un confine politico che cerca di bloccare l’avanzata dell’estremismo in un altro paese molto piccolo ma molto importante come il Libano. Quindi l’intento di Assad è di creare uno scudo per impedire infiltrazione terroristiche in questa “striscia di terra”, vista come un possibile territorio di conquista per il controllo di una parte della costa sud-est del Mediterraneo che verrebbe unificata alla Siria e all’Iraq.

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Una politica analoga veniva esercitata da Gheddafi in Libia attraverso azioni repressive che riuscivano a tenere unite le tribù libiche in continuo contrasto l’una con altra. Il problema è sorto con la guerra civile libica quando l’esercito ribelle formato dai cosiddetti Fratelli Mussulmani riuscì a rovesciare con un colpo di stato il regime con il successivo assassinio del dittatore. Le conseguenze di tali fenomeni sono state devastanti: il confine creato dal dittatore libico si è rotto e questo ha provocato lo scoppio di un’altra guerra civile che ha gettato il paese nel caos e ha permesso le infiltrazioni dell’ISIS.

Gli eventi di questi ultimi mesi smentiscono fortemente le aspettative di pace dopo la fine del regime di Gheddafi. Infatti il colpo di stato libico è stato escogitato da due milizie ribelli, una proveniente dalla città di Misurata ed un’altra dalla città di Zintan, che si sono subito trovate in conflitto tra di loro a Tripoli. Le conseguenze sono state spaventose perchè questi contrasti non solo hanno riportato sulla “scena” libica il generale Haftar, prima alleato di Gheddafi e poi nemico, che ha creato un proprio esercito formato per la maggior parte da ex sostenitori di Gheddafi, federalisti della Cirenaica e da diversi combattenti tribali, ma ha portato anche alla nascita di una nuova milizia chiamata Alba Libica, formata da Fratelli Mussulmani, quaedisti e da commercianti conservatori. Però Alba Libica è risultata più “efficiente” rispetto ad Haftar occupando l’intera città di Tripoli e costringendo la neo-eletta camera dei rappresentanti a spostarsi a Tobruk. Il problema è che si sono venute a creare due capitali libiche, Tripoli e Tobruk, e permane il conflitto d’interesse su quale debba essere considerata la legittima. In un clima di così forte frammentazione politico-legislativa l’ISIS è riuscita a penetrare all’interno della Libia, molto probabilmente grazie alla città di Derna, considerata da sempre il cuore dell’estremismo islamico libico. Infatti molti dei suoi combattenti si sono arruolati nel ramo siriano di Al Quaeda Al-Nusra combattendo Assad ma adesso sono ritornati in Libia per conquistare la parte nord del paese ,considerata particolarmente importante per il controllo della zona sud del Mediterraneo.

E’ chiaro quindi che l’ISIS vuole sfruttare la situazione caotica per impadronirsi velocemente delle zone piu strategiche della Libia utilizzando la città di Dierna come “porta di accesso”, grazie anche all’appoggio che quest’ultimo gode con il consenso di alcune coalizioni libiche che forniscono uomini e armi.

La situazione del Nord Africa e del Medio Oriente è molto precaria e in questo “Cubo di Rubik” si stanno delineando sempre di più delle ribellioni sunnite che mirano non solo ad abbattere i governi sciiti ma anche ad espandersi nel sud del Mediterraneo per agguantare nuovi territori, per sfruttare nuove risorse al fine di aumentare la pericolosità del Califfato.

Se i paesi islamici non riescono ad arginare questa minaccia ci potrebbe essere una “guerra dei mondi” che coinvolgerà non solo il mondo mussulmano ma anche tutto il mondo occidentale.

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