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L’ULTIMO VISCONTI

Luchino-Visconti

Di Sandro De Fazi

Visibilmente sofferente, Luchino Visconti era circondato da gigli e rose, omaggi augurali dei suoi ammiratori, da libri, da carte, da mimose, tutte espressioni d’affetto.

Sofferente ma forte e combattivo, lo attraversava un’immensa tensione della volontà, esercitava una pazienza grandiosa.

Doveva sottoporsi a una disciplina durissima, per la fisioterapia quotidiana. Il suo corpo decadeva ma lui ostacolava il decorso della malattia in primo luogo col cervello. Voleva riabilitarsi completamente. 

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La sua energia era ancora potente e tutti quei fiori, le mimose e le rose, attestavano il desiderio generale di vederlo ristabilito e rinforzavano la sua reazione al male. Avrebbe potuto accasciarsi come Gustav von Aschenbach davanti al miraggio della bellezza imprendibile rassegnandosi al peggio, invece si mise a scrivere con Medioli e Suso Cecchi d’Amico la sceneggiatura di Gruppo di famiglia in un interno, a progettare la messinscena teatrale di Tanto tempo fa di Harold Pinter, avrebbe di lì a poco realizzato una memorabile Manon Lescaut per il Festival dei Due Mondi di Spoleto, e ancora L’innocente per il cinema, tra mille altre idee, capolavori non compiuti come la trasposizione cinematografica de La montagna incantata di Mann, la Recherche di Proust e il film sulla moglie di Francis Scott Fitzgerald.

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Certo, forse non potrò rendere come rendevo prima, – confidò a Costanzo Costantini – sarebbe del resto assurdo pretenderlo, ma posso fare ancora molte cose. Le mie forze mentali sono intatte. Soltanto il mio corpo è stato colpito. Una brutta frustata. Un colpo duro, violento. Ciò che più mi ferisce e mi umilia è di non poter far tutto liberamente come prima, di aver bisogno degli altri per ogni piccola cosa. È tremendo. Ma mi riprenderò. Riacquisterò la mia completa libertà… […] Se non lavorassi, per la noia mi butterei dalla terrazza. Uno che ha lavorato come me, incessantemente, per trenta o quarant’anni, non può restarsene inerte. Sarebbe come se ad un drogato gli togliessero la morfina”.

Rileggo dopo una trentina d’anni L’ultimo Visconti. La sua lunga, dura, spietata lotta contro la malattia e la morte di Costanzo Costantini. Lo avevo perso, non so come, io che sono così meticoloso coi libri ma grazie al sito di Amazon mi è stato possibile ordinarlo e riaverlo in brevissimo tempo. È un libro del 1976 edito da SugarCo, averlo tra le mani significa in fondo possedere un antico cimelio. Devo averlo letto la prima volta alla fine dei settanta, e nei primi anni ottanta di certo lo tenevo ben presente, insieme alla bellissima biografia di Gaia Servadio. Sono i due più bei libri su Visconti che io abbia mai letto, anche se un discorso a parte meriterebbe l’acribia saggistica di Lino Micciché.

Costantini mi ha fatto immergere di nuovo in quell’epoca, o, meglio, è stato come se qualcosa di quegli anni perduti fosse ancora qui, materialmente.

Comunque il libro costituisce una testimonianza preziosa di quel passato. Il regista è intervistato in neppure cento pagine nelle quali l’autore inserisce la sua narrazione che si conclude con un capitolo intitolato Una vita eccezionale. Eppure è un libro-monumento, a suo modo aere perennius, all’uomo e all’artista.

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I film dell’ultimo Visconti, giudicati anacronistici all’epoca, oggi risultano di una paradossale attualità. Rifare D’Annunzio in pieni anni settanta fu un’audacia non di poco conto. Nel precedente Gruppo di famiglia in un interno (1974), il professore è socialmente defunzionalizzato, neanche gli interessa pubblicare i propri lavori, non ha ruolo di intellettuale e questo è interessante perché intanto Visconti stava ancora svolgendo la propria funzione. Infatti quel film, molto più politico di quanto non si creda, prodotto da Rusconi, ebbe in sorte di venire attaccato dalla sinistra e difeso dalla destra. Pure le canzoni di Caterina Caselli (Desiderare) e di Iva Zanicchi (Testarda io) introdotte nella colonna sonora, benché connotino negativamente alcuni personaggi, non sono state scelte a caso e finiscono per diventare nella loro tensione dialettica a loro volta viscontiane.

Quando un essere umano si trova in un momento decisivo della sua esistenza, i veri amici fanno di tutto per lui. Gli altri continuano invece a badare ai loro piccoli affari. Ma io ho avuto delle prove di amicizia perfino da gente che non conoscevo o conoscevo appena. Mi ha scritto anche Joseph Losey, che conoscevo appena. Mi ha mandato una lettera meravigliosa. Allora mi sono detto: ‘Guarda un po’, bisogna essere malati per conoscere meglio le persone, per capire la gente, per rendersi conto di chi è sensibile e di chi non lo è…’.” (Visconti a Costantini).

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