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ARS VIVENDI

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Di Noemi Martarello

Quando corro, semplicemente corro. In teoria nel vuoto. O viceversa, è anche possibile che io corra per raggiungere il vuoto.” Così cita Murakami, nel suo libro L’arte di correre. Raggiungere il vuoto, raggiungere una condizione di spazio soprattutto interiore, mentale. Chiunque abbia provato questa sensazione, capirà che cosa voglio dire. Capirà che quella volontà di raggiungere il vuoto è una volontà di distaccarsi da tutto, innanzitutto da se stessi. Un tentativo disperato di mettere a tacere l’inquietudine, nella fatica delle gambe, nel fiato corto, nella resistenza che si fa dolore fisico: con l’obiettivo di sfuggire al dolore interiore. 

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È come un cancro, l’inquietudine: un male sottile e perverso, da cui non ci si libera se non a prezzo di grandi battaglie. Più spesso, non ce ne si libera mai. Non è spiegabile, perché non è una sensazione di disagio legata a niente, a nessuna situazione, cosa o persona in particolare. È uno stato, una condizione non governabile, che ti prende, e ti cattura: non sei inquieto, sei posseduto dall’inquietudine.

L’inquietudine è quella cosa a cui non sai dare un nome, e non c’entra nulla con tutto quello che una persona ha o ha raggiunto, o con chi si ha accanto. È qualcosa che stringe, da dentro; che può anche restare silente, per tempi più o meno lunghi, ma sai che c’è, che è dentro di te, che è pronta ad afferrarti, che non puoi stare senza. Come direbbe Emily Bronte “Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza”.

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Già, la tempesta. Una tempesta che ti travolge, mentre sorridi. Una tempesta che ti sbatte dentro, mentre sei impegnata in azioni quotidiane, e non lo fai vedere, nessun guizzo negli occhi che possa farne presagire la presenza. Ma questa tempesta ulula, e tu la senti. La senti e non puoi fare nulla per tacitarla, tranne infilarti un paio di scarpe e correre, correre, per non sentire, per raggiungere il vuoto, quel vuoto dove la tempesta svanisce e resta solo il fiato corto, dove resta la calma.

Non è la felicità che cerchi, quando corri. La felicità è fatta per le labbra dei sedicenni e per l’infedeltà luminosa degli amanti. Ma cerchi la pace, cerchi la calma. E ti pare di trovarla, per quei momenti, in quel senso di perfetta solitudine e di vuoto. Riesci anche a chiederti perché: perché sei così, che cosa vuoi, che cosa ti manca, per non avere più quel senso di inquietudine. E non sai risponderti, perché non ti manca niente.

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Ma quell’inquietudine non ti fa sentir parte a lungo di nessun luogo, non ti fa appartenere davvero a nessuno, fino in fondo a te, anche se lo desideri, perché in realtà appartieni solo a lei, a questa tiranna, che ti vuole governare ma a cui non vuoi piegarti, che devi lottare e dominare da sola, per non finirne schiava. La odi, quando ti morde il petto, come un dolore al costato. E sai che l’unica cosa da fare, in questi momenti è non fare niente. Nessuna scelta, nessuna parola, niente. Respirare, e aspettare solo che quella bastarda si ritiri. Che passi. Perché sei stanca di lottarci insieme, sei stanca di farci continuamente i conti, ma non le lasci prendere il sopravvento: puoi dominarla, e lo sai.

Respiri. I piedi battono il terreno. L’acido lattico attacca le gambe. Il sole. L’aria tersissima. C’è niente di meglio al mondo?

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1 commento

  1. Ho nominato il vostro blog per questa iniziativa proposta da un’amica. Vi giro il link che contiene le istruzioni. Credo sia ‘idea carina per farsi conoscere un po’.
    https://langolodegliscrittori.wordpress.com/2015/03/10/liebster-award/

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