eidoteca

Home » Sciocchezzaio (di Andrea Giardina) » I MORTI CHE RITORNANO (dalla Rubrica Sciocchezzaio)

I MORTI CHE RITORNANO (dalla Rubrica Sciocchezzaio)

come-creare-un-fantasma-burattino_f0ead6c6be192901038337664799bf20

Di Andrea Giardina

Polverosi, smagriti, afflosciati come marionette nei doppiopetto antracite da cui sono stati rivestiti per le esequie, l’occhio torbidamente acquoso, la parlata ciancicata, il passo reso strambo da scarpe sovradimensionate (il piede si è ridotto almeno di dieci numeri), i morti che ritornano, che possono seriamente ritornare, sono solo quelli di età contemporanea (i morti dell’età preindustriale sono macchiette da commedia dell’arte, di quelli antichi rimangono sporadici riccioli di fumo nei Campi Flegrei). 

E proprio per via della loro contiguità con l’aldiquà questi morti sono quelli che più inquietano, con quei modi che conservano traccia dei nostri modi però non sono più i nostri, con quelle facciacce stralunate che sgomentano, con quei ragionamenti a pera che disarmano. Tutti fanno cose desuete e fuori luogo, come accendere la televisione schiacciando il pulsante sotto il video, aspettare per ore il tram soppresso da trent’anni, cercare una cabina del telefono o una latteria, importunare una signorina di mezza età col fischio, individuare un mangianastri Geloso per ascoltare Rabagliati o Claudio Villa. Quando vanno nel pallone, li si vede accalcati in gran numero in certe zone di penombra prematura, mentre si guardano attorno con disperazione appena trattenuta alla ricerca mugolante di un suggerimento utile per compiere l’azione successiva a quella in cui si trovano impegnati. Umidi, sfuggenti, simili a fototessere degli anni Settanta, se “si sciolgono” colpiscono innanzitutto per la conversazione alla naftalina: fanno ricorso a espressioni come “con licenza parlando” se devono definire “stupida” l’affermazione che vogliono confutare, dicono “giulebbe” per liquore, zimarra per “vestaglia” e ignorano l’inglese. Di tanto in tanto si concedono profonde pause a effetto, che talvolta riempiono con sottofondi dodecafonici sinceramente esornativi. A ben vedere, non amano parlare, avendo una sacrosanta paura dell’errore. Senza che si sappia come, essi sono al corrente di percorrere un mondo che è “andato avanti”, di cui però riconoscono pochi sfocati aspetti, fraintendendo tutto il resto. Sono in permanenza nella condizione di chi rientra nell’appartamento dove ha lungamente abitato, ma in cui qualcuno ha modificato la disposizione dei mobili. In sovrappiù non trovano simpatici i vivi, li percepiscono simili a oggetti a tre dimensioni, rumorosi e ingombranti, incapaci di concentrazione, fissati su argomenti di cui loro possiedono memoria intermittente, quali il sesso, il denaro, il calcio. Ovviamente i morti sanno di essere morti, ma non ci fanno caso, perché la morte corrisponde alla condizione che da vivi si definisce di lieve confusione mentale, come se fossero sempre al risveglio improvviso da un inopinato e pastoso sonno pomeridiano, con le prospettive spazio temporali che si confondono, con lo sguardo che non riconosce il quadro sulla parete di fronte e le mani che perlustrano interrogative i bordi del letto. Nessuna luce paradisiaca li visita, né temono frastornanti inferni. Tutti invece hanno la sensazione di dover tornare indietro a concludere qualcosa, come riprendere le chiavi della macchina, spegnere la luce o il gas; qualcuno, meno accondiscendente con sé medesimo, suppone di dover cominciare una campagna di lettura dell’opera di Alberto Bevilacqua. I più inquieti, sorprendentemente, avvertono il per loro incomprensibile bisogno di infilarsi nei bagni femminili dei grandi magazzini, o vogliono suonare il violino a un angolo della strada insieme a una scimmietta trapassata. Per questo i morti, alla guida di utilitarie senza assicurazione, si muovono diuturnamente intasando le tangenziali, e per questo sono frequentissimi in città e piuttosto rari in campagna, dove oltretutto sono inseguiti per chilometri da bavosi cani da pagliaio che li scambiano per spaventapasseri. Nei momenti di disarmo, quando una increspatura di malinconia li confonde, si incrodano a ceppi di venti o trenta sulle banchine delle stazioni, in metropolitana, sotto le pensiline dei bus, serissimi, incappottati, ma terribilmente fragili e facili al pianto, sgomenti come un bambino lasciato solo. A differenza di quanto si pensa, però, non cercano più alcun contatto con le persone che avevano fatto parte della loro vita. Semplicemente, se le sono dimenticate. E non riescono più a concepire che i vivi si dispongano in gruppetti chiamati famiglie. O che abbiano la necessità di dar voce ai bisogni corporali, da loro intuiti come un gurgite metafisico inesplicabile. Pur apprezzando la compagnia di altri morti – soprattutto di quelli coevi, con cui s’intendono più facilmente e più rapidamente – si pensano e agiscono come singoli. Del tempo nessuna nozione. Luce e buio si alternano in un presente senza contorni, in cui si mescolano i trasognanti inganni dell’oggi e le sfilacciate tracce del mondo che fu. A un certo punto, senza preavviso, senza avere concluso nulla, i morti svaporano, simili a sottili volute di nebbia diradate da una corrente d’aria.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: