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DESDEMONA CONTINUA A MORIRE

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Di Noemi Martarello

Il 25 novembre ricorrerà la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Non servirà a niente. Dura, cruda verità. Forse i giornali pubblicheranno qualche articolo, forse la presidentessa della Camera Boldrini farà sentire la sua voce come fece l’anno scorso, forse per una settimana le foto profilo di Whatsappp e Facebook verranno sostituite con l’immagine di un fiocco rosa. Inutile. Tutte queste sono iniziative fini a se stesse. Non diciamo che servono a far conoscere il problema. Non serve una giornata dedicata per diffondere la consapevolezza della gravissima situazione sociale in cui la donna versa. Non servono campagne di sensibilizzazione costruite ad hoc. Basterebbe prendere in mano un giornale, uno qualsiasi, ogni giorno; basterebbe ascoltare qualche minuto di telegiornale, ogni giorno; basterebbe camminare per la strada con gli occhi un po’ più aperti, per vedere la signora che cammina a testa bassa qualche metro discosta dal marito, ogni giorno; basterebbe ascoltare il dialogo di quelle donne con il volto solcato da rughe che non dicono tempo e non dicono piacere ma dicono dolore, ogni giorno.

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Cifre spaventose, da capogiro, dicono che una donna viene uccisa ogni 48 ore. Spesso da un membro della famiglia, quasi sempre il compagno. Cosa succederà? Probabilmente un lungo processo, mesi o anni di rinvio, qualche tempo in carcere, nella migliore delle ipotesi, poi nulla. Nulla perché i tempi della giustizia (?) sono lunghi. Nulla, e quell’uomo potrà tornare presto a fare una vita normale. Magari sposarsi o risposarsi, magari avere figli. Senza pensare troppo a una donna che ha ucciso, all’accoltellamento di un corpo che dovrebbe essere un sacrario, prima sorgente di vita. Anche della loro disgraziata vita.

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Sociologi e psicologi potrebbero stare a disquisire all’infinito sul perché di questa escalation di violenza contro le donne, soprattutto domestica – potrebbero dare all’infinito interpretazioni su come la donna sia vista come una minaccia per l’uomo insicuro, sempre più ora che le donne conquistano maggior spazio e maggior potere e l’uomo è sempre meno uomo e sempre più bambino. Le donne come “roba”, nel pensiero maschile. Roba mia, roba non più mia ma che deve tornare ad essere mia. Roba da controllare. Roba da tenere o da gettare, a piacimento.

La verità è che tutto questo parlare non ha senso. Non ha senso stare a capire le più recondite ragioni di un comportamento maschile, perché ragioni non ce ne sono se non quelle della crudeltà, di una brutale, lucida, cattiveria ferina. Non sono tutti folli gli uomini che uccidono le donne. Non sono tutti presi da raptus improvvisi. Non sono tutti dei disperati e disadattati con un passato tormentoso alle spalle. Balle! Si smetta di volerli capire a tutti i costi! Capirli, è già una forma di giustificazione. Capire qualcuno, significa rintracciare la sua umanità. Ma non c’è umanità in questi atti scellerati. Sono semplicemente uomini crudeli. Uomini che sanno quello che vogliono fare, che organizzano il delitto, che lo pianificano. Lo pianificano come quel ragazzo di 19 anni che, lasciato dalla fidanzata, la attira a casa con una scusa e la uccide, facendola cadere dalla finestra, poi la segue gettandosi nel vuoto; lo pianificano come quell’uomo che ha seguito gli spostamenti di una ragazzina, che l’ha seviziata e uccisa; lo pianificano come quello che uccide la fidanzata e ne nasconde il corpo prima di avvisare lui stesso la polizia della sua scomparsa.

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Ma non si tratta solo di morte: violenza è anche quella del marito che insulta la moglie, magari davanti ai figli, che la picchia, che la violenta; violenza è quella del padre che dà sua figlia bambina in sposa, che la taccia, che le preclude la possibilità di istruirsi; violenza è quella del collega o del capo che fanno apprezzamenti pesanti; violenza è quella dello sconosciuto sull’autobus con la “mano morta”; violenza è quella degli ex che perseguitano con appostamenti e stalking e fanno vivere nella paura, costringendo la donna a cambiare numeri di telefono, domicilio, abitudini di vita pur di sfuggirvi.

Le donne sono costantemente sottoposte ad atti violenza, anche se questi non avvengono con un coltello conficcato nel ventre. Qualcosa si deve fare. Non si può continuare a tacere. Non si può continuare a tollerare. Sicuramente, giornate memoriali non servono. E anche le associazioni di sostegno alle donne si vede che possono fare poco, anche se è importante che ci siano. Ma è una goccia nel mare magnum dell’orrore. Quello che serve è la certezza della pena, dell’implacabilità della punizione per chi commette tali efferati delitti. Per chi pensa che uccidere una donna non sia, alla fine, troppo grave. Non più grave che uccidere una lepre durante la stagione della caccia. Ma la stagione della caccia alle donne è sempre aperta. È aperta da secoli, è aperta da sempre. Ma mai come oggi se ne registra un costante, martellante incremento. Anche da noi, anche nel cosiddetto mondo evoluto Occidentale. Non è una piaga esclusiva dei popoli islamici, è una piaga che ci tocca tutti, da vicino. Troppo spesso si legge di femminicidio. Mai che si sia parlato di maschicidio. Perché le donne non ne sarebbero mai capaci. Mai saprebbero puntare un’arma contro una persona che hanno amato. Perché sanno lasciare andare. Perché non concepiscono il possesso, ma solo la gratuità del dono. Perché sanno piangere e non provare astio.

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Se non si può convincere gli uomini (e si è visto che non si può) che la loro donna, la loro figlia, la loro dipendente, non è roba loro – che non hanno nessun titolo per distruggerne la vita o lo spirito, che non sono nessuno per disporre di lei, allora non resta che invocare a tutti i costi una giustizia diversa. Una giustizia che sia in grado di punire. E invocare le madri, perché facciano crescere i propri figli maschi con l’animo di una donna. Perché Desdemona non debba continuare a morire.

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