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L’ALTRO (dalla Rubrica Sciocchezzaio)

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Di Andrea Giardina

Sfuggente, filiforme, protervo, accigliato, l’altro è l’argomento di discussione di tutti i contemporanei. Sempre assente, è un uomo perlopiù di mezza età (o una donna belloccia e biondastra) costantemente messo sotto accusa da piccoli e compiaciuti gruppi di “compagni di specie”, riuniti in combriccole galeotte negli spazi ristretti di un vagone ferroviario o di un lattiginoso pub di provincia dopo la mezzanotte. 

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A lui, sotto forma di invettive dialogate che replicano discorsi già avvenuti in passati caliginosi o prefigurano chiarimenti futuri e definitivi, si rimproverano difetti macroscopici. Se è un familiare, è tacciato di invadenza (entra in bagno in situazioni deprecabili), di scarso senso della realtà (tipico dei figli con inclinazioni poetiche), di lassitudine (i mariti che fanno poco o nulla per la famiglia), di isteria coatta (le mogli che colgono in fallo il coniuge con insistenza nazistoide), di smemoratezza molesta (i nonni che finiscono in lontanissime fermate della metropolitana convinti di essere a casa loro nel giorno di Natale del 1936), di difetti o di abitudini detestabili quali le dita del naso a tavola, l’aerofagia” en plein air” senza freni inibitori, l’insonnia, il russamento tellurico, la scarsa igiene delle pudenda, la cervellotica passione per l’arte povera. Se è un amico (o un’amica), l’accusa è rivolta o al suo egoismo narcisistico o alla sua ingenuità che, immancabilmente, lo conduce a errori esiziali. Il caso tipico è il tradimento della fidanzata, di cui ognuno dei dialoganti, tranne l’interessato, conosce gli amorazzi clandestini e ripetuti, di cui recano traccia abbondante certe dichiarazioncelle di facebook.

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Ma soprattutto se è un collega o, ancor meglio, il principale, l’altro assume i suoi contorni più torbidi e infami. In tale zona operativa, infatti, è poco meno di un criminale o di uno psicotico che, commettendo ininterrotti soprusi con acida noncuranza, altera il ritmo circadiano degli innocenti che lo circondano spingendone molti al suicidio o a pratiche sadomasochiste o, ancora, a soprassalti mistici (con partecipazione a giornate di studio sul tema del silenzio in conventi umbri). A lui si attribuiscono manie compulsive ossessive, quali la geometrica precisione nel disporre matita-tablet-calcolatrice sul tavolo di lavoro, oppure i reiterati ricorsi alla toilette per sciacquarsi la bocca, oppure l’abitudine di ricontrollare se tutte le porte sono state chiuse al momento dell’uscita. E’ però il braccino corto a connotarlo in profondità: l’altro infatti non offre mai il caffè e, in pausa pranzo, nutrendosi a stento e giustificandosi con l’alibi della dieta, evita sistematicamente di dover condividere qualcosa con i colleghi. Se tocca a lui l‘amministrazione del denaro aziendale, vengono evocati i ritmici passaggi attraverso i corridoi spegnendo sistematicamente la luce e, perfino, le sue accigliate lamentele a danno di chi reitera l’uso dello sciacquone del wc. Quando è alto dirigente, l’altro è equiparabile a un orco. Più che al collega di pari grado, le donne gli attribuiscono, per via dell’aureola da “capo ”, la patente di frequentatore di postriboli d’élite e di maneggiatore (incredibilmente non disprezzabile) delle rotondità delle stesse impiegate nei perimetri circoscritti dell’ascensore. Ma la sua natura è contrassegnata soprattutto dalla inesausta cattiveria che, come una forza incontenibile da tragedia greca, tracima in ogni suo atto, resa visibile dallo sguardo luciferino con cui segnala mancanze e difetti, o dal raggelante cinismo che lo porta a sonni pastosi dopo aver licenziato dieci padri di famiglia, o dalla hybris con cui demolisce a mani nude scrivanie di noce quando si avvede di sviste nei bilanci o viene messo al corrente di inopinati crolli dei titoli in borsa.

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Per via di tutti i caratteri summenzionati, l’altro è indefettibilmente odioso a chiunque. Parlandone male, del resto, ci si compiace nella convizione di alleggerirsi la coscienza, convinti di appartenere alla più saggia e presentabile schiera dei “critici dell’altro”. Ma si tratta però soltanto di un ingannevole (e malinconico) gioco ottico. In verità, nessuno si può chiamar fuori. Perché, nello stesso momento in cui si gode demolendo la reputazione dell’altro, noi stessi siamo gli altri fatti a fettine da insospettabili amici che ci detestano in tutto, dagli abiti allo stile di guida, dalle inflessioni della voce ai gusti sessuali.

Quando muore, l’altro, in genere , “se l’è voluta”.

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