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L’AZZURRO DELL’ANIMA. HEIDEGGER E LA POESIA DI TRAKL (un libro di Francesco Gagliardi)

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Molti sono i poeti a cui Martin Heidegger è debitore: Hölderlin, Rilke, ma soprattutto Georg Trakl. Punto di riferimento per il filosofo tedesco, Trakl, austriaco, morì giovanissimo (27 anni) nell’ospedale di Cracovia, nei primi mesi della Grande Guerra, a causa di una dose eccessiva di cocaina. Intensi e drammatici, sulla medesima linea d’onda, i temi caratteristici che accompagnano e sono il frutto del percorso dei due pensatori, uno filosofo, l’altro poeta, e che Francesco Gagliardi (nel libro “L’azzurro dell’anima. Heidegger e la poesia di Trakl“, Morlacchi Editore) delinea a partire dalle poesie di Georg in continuo, quasi serrato, dialogo con le parole di Martin. Trakl_remixedNell’epoca moderna, “tempo di povertà”, ritratti gli déi, il tramonto si affaccia sulla terra e abbandona il mondo a poco a poco andando a fondo verso l’abisso. Sacro (das Heilige) è il luogo nel quale il tramonto scivola, nell’azzurro della “notte spirituale”: una “di-partenza” (Abgeschiedenheit) dell’anima verso la regione di un’azzurra sacralità che prelude alla riappropriazione della sua stessa essenza. Dice Gagliardi:

Assumere la di-partenza come luogo del poema di Trakl significa seguire con sguardo meditante i sentieri dello straniero, del dipartito, che si snodano nella sacra regione dell’azzurro della notte spirituale […]. Il dipartito, il morto, è il folle la cui follia, lungi dall’essere un fantasticare cose insensate, significa pensare in un modo diverso rispetto agli “altri”, ai “cari” da cui egli prende congedo, significa mettersi in cammino verso un altro luogo, verso quel “suono della quiete” che rende “mite” la sua stessa follia” [Gagliardi, op. cit., pp. 53-54]

HeiddegerSolo però se l’abisso viene sopportato fino in fondo il mondo può essere, pendente sull’abisso, capovolto. La mezzanotte è l’ora della povertà estrema, l’ora che dischiude il fondo dell’abisso, l’ora che scocca per il mortale che anela a ritrovare la propria essenza. Il poeta, unico fra i mortali, deve prima e diversamente dagli altri raggiungere l’abisso e sperimentarne le tracce: lo può fare solo quando la sua anima “muore” di una morte che s’inscrive nel segno della di-partenza. L’anima è stata finora pellegrina sulla terra, ed è finalmente, ora, giunta alla sorgente del richiamo che da sempre l’appella per condurla ad un luogo che le è stato pre-riservato: la terra stessa. Infatti, “soltanto salvando la terra come terra, l’anima, realizza la propria essenza” [Heidegger M., In cammino verso il linguaggio, tr.it. Caracciolo e Perotti, Mursia, Milano 1973, p. 48].

martin-heideggerLa svolta avviene per la decisione del poeta di giungere fino all’abisso del nulla dell’ente, riconoscendo – heideggerianamente – il proprio essere-per-la-morte. Dio è morto, ma anche l’uomo deve aprirsi al nulla per riappropriarsi di sé. Il dolore del distacco dal mondo è redento e redime in un canto – eco del Sacro – di morte (morte che è al tempo stesso “scrigno del nulla” e “riparo protettivo dell’essere”), nel panorama rosso sangue di un tramonto nella terra-della-sera (Abend-Land): come nello Zarathustra di Nietzsche, esso presagisce l’alba di un nuovo mattino. Lo sprofondare dell’anima nel tramonto non è un perdersi nichilistico, è uno “scivolare” incontro alla sera che porta al punto dove tutto è cominciato, nel luogo dove tutto è raccolto e conservato per un nuovo inizio. Il cuore del poeta è angosciato, affonda, ma non nel nulla, bensì nel volto silenzioso della notte, diventando ciò che vivifica: ogni cosa allora recupera il suo senso, la propria essenza, e vive secondo essa. Qual è questa essenza, questo senso? Il dolore. Che però non annichilisce, accende, che non immobilizza, placa. Qual è allora la funzione del poeta? Cosa significa poetare? Prendendo a prestito parole di Heidegger, il poetare è “un ascoltare, prima di farsi un dire [Heidegger, op.cit., p. 71]. Così, gli sguardi e le parole dell’anima divengono poesia, la cui scaturigine rimane tuttavia nascosta e protetta, “suono della quiete”, mantenendo la propria purezza. Ed è così che la volontà del poeta rinuncia a dominare la parola, rinuncia a dominare ciò che si mostra (Parola), donandosi. Di modo che l’anima, straniera sulla terra, conquisti finalmente la terra come patria dell’umano.

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