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L’ESAME DI MATURITA’. UNA FARSA ALL’ITALIANA

ESAME-MATURITA_RIDIDi Andrea Giardina

Dopo anni di stanca e mediocremente disgustata osservazione, mi sono quasi convinto che lo scopo della “Maturità” sia l’italianissimo “lasciare tutto com’è”. L’esame (di stato), se riuscito, deve essere la conferma speculare della situazione di partenza, che è poi quella definita dal Consiglio di Classe negli ultimi collosi giorni di lezione. Nonostante un apparato da “dies irae”, teatralmente intimidatorio (la “blindatura” delle scuole ne è lo stigma più evidente), nonostante le trepidanti paure delle famigliole istigate dagli strombazzamenti dell’informazione giornalistica, tutto è organizzato per evitare qualsiasi scostamento da quel saldissimo punto di equilibrio.

hqdefaultLo rende innanzitutto evidente un mutamento di status degno di Ovidio che riguarda lo studente, il quale acquisisce “hic et nunc” gli inspiegabili tratti del bravo ragazzo anche quando ha per anni funestato le mattinate di scuola con la sua proterva insipienza. Ora, ad ogni costo, deve essere protetto dai docenti “interni” – a loro volta trasformati nei suoi nonni, papà, mamme, o più ambiguamente “amici” -, sottraendolo alle “incursioni” dei commissari esterni. Nessuno può esporlo al rischio di avventurarsi su terreni inesplorati, ponendogli, per esempio, domande anche lievemente articolate, o, addirittura, imponendogli, stravaganti “collegamenti” tra “ambiti disciplinari”. La riprovevole fama di “bastardo” (destinata a sopravvivergli per generazioni) attende chi, tra gli insegnanti divenuti “commissari”, cerca anche timidamente di non rispettare le regole del gioco.

downloadUn buon commissario d’esame è pertanto un uomo di mezza età (un giovane o una donna possono essere più pretenziosi e dunque insidiosi) sufficientemente informato, in almeno momentaneo possesso di alcune sue facoltà, che, preso atto della situazione, guidato dall’esperienza, evita le insufficienze (al massimo si avventura in un otto/quindicesimi in presenza di “elaborati” ignominiosi), pone le domande con tono suadente e mezzo sorriso sul volto (non sarcastico, mai) e arriva ad offrire tempestivamente dell’acqua alla candidata in crisi di panico che ride come una pazza dicendo” Schopenhauer”. E’ questo tipo umano che poi, a porte chiuse, partecipa al dibattito sulla valutazione del colloquio cercando sempre di valorizzare quelle briciole di pseudo- sapere che il candidato gli ha proposto (“se adeguatamente guidato”) e rifiuta, per statuto mentale, l’idea che ci possa essere una remotissima possibilità di bocciatura. D’altra parte lo studente, che pur tra simulazioni delle prove scritte, latenti minacce dei prof che si ripetono uguali dai primi ventosi giorni di settembre (“Quest’anno!…l’Esame!…Vedrete!…), accessi di timore totale (“La vedo male, non ce la farò mai”), qualcosa del teatrino ha intuito, che fa? Semplicemente, si adatta. Studia quattro cose raffazzonate, le mette insieme nelle obbrobriose e copiatissime tesine e poi le rimastica smozzicate al colloquio, producendosi in balbettanti acrobazie su tutto il resto dello scibile che, per paradosso degli ordini ministeriali, sarebbe chiamato a dover sapere. E negli scritti il discente lavora col mestiere, mezze “idee ricevute” mescolate a tanto sentito dire nel tema o saggio, qualche intuizione, una spolveratina di sapere e suggerimento nella seconda prova e “come va va” nella terza, quella del quiz.

vignetta01E vabbè, stando così le cose, è inevitabile pensare: perché continuare a recitare questa farsa, perché continuare a imporre agli insegnanti esercizi da dissociati mentali e creare intorno agli studenti – per un intero anno, oltretutto – la mefitica sensazione che l’esame sia un crocevia serissimo e quasi invalicabile? Diciamolo con chiarezza, al di là dei discorsi pieni di saggezza degli insegnanti seri – quelli che si risentono leggendo queste parole – e delle riflessioni degli opinionisti sociali e degli psicopedagogisti: la maturità, per come è concepita, è davvero un atto inutile. Chiunque abbia fatto parte delle” commissioni giudicatrici” non può non saperlo.

costo-maturita-2014Ma, in aggiunta, non si possono dimenticare almeno altri particolari. Il primo riguarda il carico economico per l’Erario. Quelle briciole malpagate che finiscono nelle tasche logore dei docenti sono una bella cifretta messe tutte assieme. Perché buttarla via così? Il docente ovviamente non disprezza quei soldi. Ma la loro intermittente e sbiadita presenza rende ancora più disarmante il lavoro in commissione. Per molti – eccettuati i santi votati alla causa, i rari benestanti con passione, i pensionati buttati fuori di casa dalla moglie per quindici giorni – il denaro è l’unica vera motivazione dell’Esame a cui sono obbligati per legge. Legittimo, inevitabile, ma deprimente.

01-scartoffie1Secondo corollario. Nulla come la “Maturità” evidenzia e contribuisce a creare la mentalità tipica del docente nostrano per il quale conta più il verbale, ovvero la “rendicontazione” del fatto, che il fatto in sé. Che ci importa di programmi, di Verismi e Integrali? Quello che conta è la “Griglia”! Quello che davvero importa è evitare il vizio di forma che potrebbe determinare un ricorso, che potrebbe innescare complicatissime procedure destinate a concludersi nella mitologica riconvocazione (gratuita!) della commissione in periodi di torpori canicolari.

croppedimage318436-picodepaperisinteraMa non è finita. L’Esame ha nel suo destino il potere di far emergere i lati peggiori del carattere umano. Nonostante la sua insignificanza, nonostante la certezza che la non belligeranza sia l’unica strategia adottabile, non mancano mai, per esempio, quegli insegnanti che non possono fare a meno di valutare i colleghi, basandosi sulle dimensioni dei programmi, valutando occhiuti la presenza o meno dei testi canonizzati (Non ha fatto “Vocali”? Come si fa a far capire il Simbolismo europeo senza “Vocali”?).Così come sono costantemente presenti quei tipi da spiaggia – fortunatamente una minoranza – che non hanno voglia di far niente e, se devono correggere una prova scritta, si confondono dopo due righe, e imprecano, e dicono assurdità, maledicendo la propria agra esistenza. E poi come dimenticare le assurde gare tra docenti di scuole diverse che, dopo aver sputato per un anno intero nel piatto in cui mangiano, agli esami diventano aziendalisti a oltranza e sentono il dovere di riconoscersi migliori degli insegnanti della scuola cugina?

Allora che fare? Io proporrei…(FINE)

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1 commento

  1. FrancescoMentasti ha detto:

    Egr. prof. Giardina,
    mi è di conforto la convinzione che l’esame di maturità, per come Lei lo ha mirabilmente descritto dal suo interno, anche giovandosi della sua esperienza diretta sul campo, è stato e resterà, dopo tutto, una tappa importante per molti studenti; e lo rimarrà nonostante quello che sociologi, giornalisti e professori ne possono pensare dire o scrivere. A diciotto anni, con una vita davanti, qualunque essa sia, ci si può permettere (senza farsi accorgere possibilmente) di guardare dall’alto al basso un esaminatore che ha un piede già in pensione (beato lui) o, peggio, uno incattivito da un precariato che sembra senza fine. E tutto questo molti docenti lo sanno, e spaventano gli studenti forse anche per vincere personali paure e frustrazioni (quanto al terrore dell’esame propagandato dal settore dell’informazione, si sa da un pezzo che la paura fa vendere di più la notizia).
    Premesso questo, da profano non saprei dire se la formula attuale dell’esame di stato sia giusta o sbagliata. Sono però convinto che, se anche fosse come lei dice strutturato per “lasciare tutto com’è”, questo esame rimane dopo tutto per molti ragazzi un’occasione di misurarsi “realmente” con le inefficienze e le incongruenze di questo paese. Insomma, se vogliamo attribuire all’esame di maturità una qualsivoglia valenza “scientifica”, quale diversa situazione ambientale da quella attuale ci si dovrebbe augurare? Se i giovani devono dimostrarsi maturi, in grado cioè di affrontare con strumenti culturali una società come quella italiana, perché non metterli subito a confronto con questa realtà? Potrà sembrare una provocazione, ma non penso sia sbagliato per un diciottenne cominciare dall’esame di stato (ovviamente se non l’ha già capito prima) a rendersi conto in che paese vive, chi ha davanti, compreso chi dovrà giudicare il suo operato. La scuola, la politica e politica della scuola concorrono con altre ben note aberrazioni sociali a completare un quadro desolante di questo nostro paese. Un quadro che bisogna avere chiaro da subito, se non si vogliono avere sorprese.
    Quanto alle implicazioni “erariali”, vorrei evidenziarle come i docenti siano prima di tutto dei lavoratori, e come tali (cioè come tutti i lavoratori) attenti anche al sacrosanto aspetto economico (d’altronde scendono in piazza soprattutto, se non esclusivamente, per quello, mascherando peraltro ipocritamente il più delle volte le rivendicazioni economiche come istanze per la difesa della cultura). Non voglio entrare nel dettaglio della polemica sul fatto che guadagnino poco, o poco lavorano a seconda dei punti di vista (anche perché dovrei considerare a paragone altre disgraziate categorie, come gli ingegneri neolaureati nell’impresa privata, i ricercatori nelle università, ecc., insomma tutti quelli che non lavorano nella scuola e che prendono in un anno meno di un precario), ma solo prendere atto dell’idea di cominciare a considerare, con mio sommo dispiacere, gli operatori della scuola come semplici lavoratori, impiegati statali dai quali non aspettarci né pretendere nulla di più, in termini di efficienza, da quello che ci si potrebbe aspettare o pretendere da un applicato dell’ufficio anagrafe. Anche se personalmente fatico ogni giorno di più a riconoscere nel mondo della scuola figure (e ce ne sono) in grado di promuovere nei giovani quella cultura di cui abbiamo un grande bisogno, confido molto nella capacità degli studenti di saper scegliere per il meglio i propri maestri e dare loro spazio.
    Cordialità.
    Francesco Mentasti

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