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QUANTO SIAMO RESPONSABILI? RECENSIONE E INTERVISTA AL FILOSOFO MARIO DE CARO

 

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Di Andrea Pollastri

Essere uomo, è precisamente essere responsabile”.

In questo modo, lo scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry, nella sua opera Terra degli uomini, descriveva il profondo connubio esistente tra l’essere umano e il concetto di responsabilità.

Ma quante volte abbiamo sentito chiamare in causa il concetto di responsabilità? Responsabilità civile, responsabilità penale, responsabilità politica.

Responsabile viene definito colui che deve rendere ragione delle azioni proprie o altrui, a dare ragione e a subire le conseguenze di un’azione o di uno stato di cose dei quali si è la causa, “in generale ma non necessariamente, tramite la propria volontà”.

E ancora, quanto è difficile definire con certezza il grado di responsabilità soggettiva o anche oggettiva da un punto di vista morale, ancor prima che giuridico?

Fino a che punto è possibile attribuirsi le conseguenze di un’azione e cosa significa una vita vissuta responsabilmente?

Queste, e molte altre questioni, vengono affrontate nel libro Quanto siamo responsabili?, pubblicato dalla casa editrice Codice.

Mario De Caro, professore di filosofia morale all’Università Roma Tre e alla Tufts University, lo studioso di scienze cognitive e neuroetica Andrea Lavazza e Giuseppe Sartori, ordinario di neuropsicologia clinica e neuroscienze cognitive presso l’Università di Padova, grazie al contributo di alcuni fra i maggiori esperti italiani ed internazionali in materia, tracciano uno sguardo multidisciplinare sul concetto di responsabilità, uno degli aspetti “più affascinanti e controversi delle relazioni umane”.

La responsabilità sembra proprio un concetto indispensabile per la nostra vita morale e sociale, in quanto “l’intero edificio dell’etica, del diritto, della politica, ma anche della religione, poggia su queste fondamenta”.

Come ricorda benissimo il professor Luca Fonnesu, che traccia un’interessantissima quanto lucida “genealogia della responsabilità”, quello della responsabilità è un problema antico, anche se la parola in sé stessa non lo è altrettanto. Infatti, il termine responsabilità non si diffonde fino alla fine del diciannovesimo secolo, dopo essere apparso in inglese e in francese circa un secolo prima, probabilmente in senso “politico”, per poi diventare nel secolo successivo un “terminus technicus” dell’etica, della politica e del diritto, oltre a diventare un vocabolo corrente, molto spesso abusato, nel linguaggio ordinario.

Un concetto antico dicevamo. L’idea di responsabilità è oggi caratterizzata da concetti che sono lungi dall’essere originari o scontati, “a partire dal suo riferirsi ad esseri umani e a individui”, ma questo tipo di significato si è sviluppato lungo secoli di reinterpretazioni, che nel cristianesimo ha avuto il suo momento di svolta. La concezione cristiana e moderna implica, infatti, un impegno personale del soggetto agente, mentre l’antica visione del diritto romano, precristiana, sfociava nella passività e nella cancellazione del soggetto. Il tratto principale era quello “oggettivo” della frattura dell’ordine giuridico e sociale che doveva essere ricomposta, ristabilendo l’ordine infranto.

Il segno di un distaccamento da questa legislazione antica possiamo individuarlo in un famoso passo del Deuteronomio per il quale “non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri: ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato”.

Una svolta radicale nella concezione antica del concetto di responsabilità, in cui avrà inizio il riconoscimento di quell’idea che avrà il suo culmine con l’avvento dell’epoca moderna, quella di “soggetto”.

Un testo molto interessante e ricco di curiosità scientifiche, filosofiche e sociali, per riconoscere l’importanza della nostra esistenza all’interno della società.

De Caro

1) Gentile professor De Caro, come possiamo definire, in sintesi, il concetto di responsabilità?

Questo termine ha molti sensi, ma i più importanti sono quello legale e quello morale, che condividono l’idea che vi sono casi in cui una o più persone possono essere legittimamente biasimate o lodate, punite o premiate per un’azione o una scelta che hanno compiuto.

2) Quale legame esiste tra il concetto di responsabilità e quello di libero arbitrio?

Prendiamo un esempio illustre. In Delitto e castigo, Dostoevskij ci fa entrare nella mente di Raskolnikov, quando questi compie il suo duplice e del tutto gratuito omicidio: noi lettori sappiamo che ha compiuto il suo crimine intenzionalmente e che avrebbe certamente potuto evitare di compierlo. Per questo è responsabile di quell’atto (e per questo il rimorso lo perseguiterà al punto di consegnarsi di fatto alla legge). Ma immaginiamo un romanzo diverso, in cui Raskolnikov (mite studente che mai vorrebbe macchiarsi le mani di sangue) viene ipnotizzato da un criminale che lo induce a compiere i due omicidi. In questo caso, il crimine non sarebbe intenzionale né Raskolnikov avrebbe potuto esimersi dal compierlo il crimine; e per questo noi non lo considereremmo responsabile. La differenza tra i due casi è che nel primo Raskolnikov, nel momento in cui uccide, esercita il suo libero arbitrio e per questo è responsabile, mentre nel secondo non lo esercita, dunque non porta la responsabilità del crimine. Il libero arbitrio è condizione necessaria della responsabilità.

3) Quali sono le peculiarità definitive per giudicare una persona, un partito, un’azione, responsabile?

Nel senso della responsabilità morale conta la volontarietà delle scelte e delle azioni e la possibilità di compierne altre al loro posto. Nel caso della responsabilità penale, conta la “capacità di intendere e di volere”: ovvero si deve essere in grado di comprendere le conseguenze di un’azione e bisogna averla effettivamente causata (in taluni casi anche indirettamente).

4) In che periodo e per quale motivo nasce una riflessione profonda sul concetto di responsabilità?

Il diritto e la filosofia hanno sempre riflettuto sulla responsabilità e sulla galassia di concetti che vi sono legati: colpa, merito, biasimo, crimine, imputabilità e così via. Ma è nella seconda metà del Novecento che la discussione si è molto approfondita e affinata, con contributi dei giuristi, dei filosofi e, negli ultimi decenni, anche degli scienziati (in particolare gli psicologi cognitivi e i neuroscienziati) che stanno investigando i meccanismi delle azioni intenzionali, con scoperte talora molto sorprendenti.

 

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