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L’ORRORE DEL COMPROMESSO. L’IMMOBILISMO DELL’ANTICONFORMISMO CONFORMATO

RadiciDi Alessandro Cecconi

L’azione manca, latita nella scena politica italiana. Anzi vi è completamente scomparsa. Non agisce l’urlatore del dissenso. Nè, tantomeno, il politicante navigato e ormai avvezzo alle astuzie dell’arte politica. Per quanto riguarda quest’ultimo, è facile capire perché resti immobile. Perché seguiti a fluttuare nel limbo del dire senza fare. Nel limbo delle comodità, dei privilegi e degli interessi particolari, in cui non si legifera per il paese, ma, al contrario, in vista della conservazione della propria persona e della propria poltrona. In quel circolo vizioso e vorticoso di amici degli amici, raccomandazioni, favori e scandali che ha trascinato la classe dirigente italiana sul fondo. Verso l’abisso dell’illecito e della corruzione. 

compromesso-stroricoIl fatto, invece, che pure l’indignato, al pari della così detta “casta”, traccheggi in un immobilismo senza riposo, lascia, in tutta onestà, interdetti e attoniti. Ma anche in tal caso il motivo è presto spiegato: l’orrore del compromesso. Assimilato al male assoluto. Scomunicato e messo al bando, in quanto peccato dei peccati. Quando, in realtà, esso si presenta come l’essenza dell’actio politica. Come un’apertura verso l’altro, nonché come l’unica via per forzare  la staticità imperante. Per non restare inchiodati al punto zero, da cui già Kierkegaard ci aveva messo in guardia. Ogni decisione implica lo sporcarsi le mani.  Implica lo scioglimento di un nodo gordiano e lascia indietro qualcosa. Ogni decisione è legata a doppio filo ad una rinuncia, per quanto minima questa possa essere. Certo l’accordo deve essere consapevole e conscio. Ragionato. Di continuo vagliato ed interrogato. Senza trascendere in beceri accordi sottobanco o in biechi ammiccamenti a oscuri lestofanti. Tuttavia è altresì vero che la negazione totale del compromesso non porta ad una maggior integrità, bensì, al fanatismo. La non scelta, infatti, e il rifiuto del confronto chiudono in se stessi. Rendono incapaci di relazionarsi all’altro e succubi di un’ideologia totalitaria e autocratica.

201302261243-800-beppe-grillo_620x410E così gli indignati divengono indignati di professione. Conformisti dell’anticonformismo. Si specchiano nella loro purezza e non solo per puro autocompiacimento. Perché è sotteso un calcolo politico e neppure troppo velato: l’indignazione e il no perenne ed assoluto sono forieri di voti. Creatori di consenso. Parlano alla pancia dell’elettore e saziano la sua fame di rabbia. Non c’è stato forse anche l’utilitarismo elettorale dietro la decisione del Movimento Cinque Stelle di non accordarsi con Bersani? E’ dunque questa la novità? Una vetusta contabilità dei voti mascherata dietro un dissenso perpetuo? Un forte sdegno nei confronti di qualunque cosa sia altro? Il futuro è, forse, l’immobilismo in cui questo modus operandi costringe il paese, ormai giunto all’aut aut finale e decisivo? 

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