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MASSIMILIANO PARENTE – IL PIU’ GRANDE ARTISTA DEL MONDO DOPO ADOLF HITLER

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Di Luigi Torriani

Cominciamo con il dire che il nuovo libro di Massimiliano Parente – “Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler” (Mondadori) – fa morire dal ridere, è divertente e a tratti esilarante, di una comicità grottesca, sempre volutamente eccessiva e sopra le righe, politicamente scorrettissima, feroce. E – a differenza del precedente “L’inumano” (sempre Mondadori) – “Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler” ha una vera storia e una vera trama, peraltro ben congegnata e ben sviluppata dall’autore.

massimiliano-parenteMa la comicità di Parente non si esaurisce mai in se stessa, serve sempre a veicolare qualcosa d’altro, un’avversione profonda, abissale, incoercibile nei confronti di ogni forma di spiritualità, di religione, di umanesimo, di visione consolatoria, poetica e sentimentale dell’esistenza (apro una parentesi: la comicità e il riso non sono forse anch’essi qualcosa di “consolatorio”? E meno male! Non capisco perché mai non ci si debba consolare…). Qui scatta un paradosso, perché Parente da una parte afferma che l’arte (e la letteratura) non è vera arte se viene usata come mezzo per veicolare una visione del mondo, un contenuto pedagogico, un insegnamento morale o un’indicazione politica, dall’altra parte ripete migliaia di volte che l’arte non deve veicolare contenuti morali e politici e al tempo stesso fa continuamente, ossessivamente e compulsivamente riferimento – in forma rovesciata e polemica – a questi stessi contenuti morali e politici che dovrebbero stare fuori dall’arte e dalla letteratura (dovrebbero secondo Parente). È come se io ripetessi cento volte al giorno ai miei amici “smettetela di parlare continuamente di politica, di Letta e di Renzi”, e intanto “Letta è un cretino”, “come fate a votare il Pd, siete ridicoli”, “e voi che ancora dare retta a Berlusconi, mi fate pena”, “e tu credi veramente alle sparate di Grillo, sei un idiota”, ecc. A un certo punto immagino che qualcuno mi direbbe: ok, vuoi parlare di politica sì o no? Pensi che non si debba parlare di politica e ritieni ridicole le nostre posizioni politiche? Benissimo, parla d’altro e fai altro. Ma il punto è un altro: se dico che non si deve parlare di politica, ma continuo a parlarne, e penso che le posizioni politiche dei miei amici siano sbagliate e continuo a ripeterlo, evidentemente voglio parlare di politica e voglio far riflettere gli altri sui loro (presunti) errori politici. Tornando a Parente: non capisco quindi perché continuare a ripetere che l’arte e la letteratura non devono avere niente a che fare con la morale e la politica. Parente pensa che i contenuti morali e politici abitualmente veicolati siano sbagliati e “ridicoli”? Perfetto, lo scriva (come già fa) ma non continui a dire che la letteratura non deve parlare di queste cose, altrimenti avrebbe scritto un altro libro, un giallo o un thriller senza alcuna riflessione e senza alcuno spunto di riflessione (a pagina 347 de “Il più grande artista” leggiamo: “quando l’arte ha un fine esterno all’arte, soprattutto quando ha un fine non distruttivo ma costruttivo, quando vuole sensibilizzare o educare, è sempre una cagata”; cosa significa “soprattutto quando ha un fine non distruttivo ma costruttivo”? Non c’è nulla di più “missionario”, di più militante e impegnato del pensiero critico che vuole distruggere le “false credenze” liberando gli uomini dalle “tenebre” delle religioni rivelate…). Quanto ai contenuti della visione del mondo che emerge dai libri di Parente, in parte ne ho già parlato tempo fa qui su Eidoteca (per quanto riguarda il materialismo), per il resto mi limito ad augurare e ad augurarmi che molte delle sparate del “più grande artista del mondo” siano di Max (Fontana, il personaggio protagonista del libro) e non di Massimiliano (Parente, l’autore).

download (1)Trovo molto più interessante un altro aspetto del libro: il discorso sull’arte contemporanea (consiglio, a tal proposito, di affiancare alla lettura del libro di Parente un libro di introduzione all’arte contemporanea, come l’ottimo “E questa la chiami arte?” di Will Gompertz”, editore Electa). Il protagonista, Max Fontana, diventa famoso grazie a questa “performance” di dubbio gusto: si masturba eiaculando in pubblico su “L’origine du monde” di Gustav Courbet (l’originale, al Museo d’Orsay di Parigi). Da questo momento in poi, qualunque cretinata faccia, viene celebrata come capolavoro dell’arte e venduta ai collezionisti a cifre da capogiro. Quando le provocazioni sono eccessive (cioè quasi sempre…) i critici “di destra” lo attaccano e lo insultano, ottenendo come unico risultato di renderlo ancora più famoso. Fontana diventa in poco tempo l’artista più importante e più ricco del mondo, vive con uno scimpanzé, dice e fa tutto quello che gli passa per la testa, twitta cose come “Tanto va la gatta al lardo che ingrassa”, “Occhio per occhio culo per culo”, “verrà la morte e avrà le tue tette”, “era solo una troia, come tutte le donne”, e subito vengono ritwittate migliaia di volte. Da qui in poi succederà di tutto, anche degli omicidi, ma non vi svelo altro sulla trama, leggete il libro.

steve21/hdc/people/69/0192Perché Max Fontana è il più grande artista del mondo “dopo Adolf Hitler”? Perché Fontana nelle sue opere fa continuamente riferimento al nazismo, la sua firma è una sorta di “ragno svastico”, le sue sculture e le sue installazioni contengono spesso delle svastiche, e il movimento artistico da lui fondato è chiamato “Nazi Pop Art”? Il riferimento al nazismo non ha alcun significato se non questo: “siccome il tabù è il nazismo, io ho giocato col nazismo (…). Nessuno l’aveva mai fatto prima e io l’ho fatto, nessuno l’aveva mai fatto e ciò che non era mai stato fatto merita di essere fatto. È per questo che Hitler esercita un fascino irresistibile: perché quello che aveva fatto Hitler nessuno l’aveva mai fatto prima. (…) La Nazi Pop Art (…) l’ho inventata perché è una cosa che non si fa, che non si doveva fare, più o meno come sborrare su un Courbet (…). Se ci si indignasse contro i froci direi ok, io sono frocio, e farei dell’arte frocia (…). Così come, se ci si indignasse contro gli ebrei, direi ok, io sono ebreo, e farei dell’arte ebraica, magari fonderei una banca e rifonderei il sionismo e direi questa è arte (…) Walter Benjamin si sbagliava. Sa, la questione dell’aura, l’opera nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Sopravvalutava il valore artigianale del manufatto e sottovalutava il potere del feticcio”.

429-2208111539490Questa è l’idea del ready-made, che sta alla base di una parte dell’arte degli ultimi decenni e che Breton nel 1938 definì “oggetto usuale promosso alla dignità di oggetto artistico dalla semplice scelta dell’artista”. Che significa: una cosa è arte per il solo fatto che è firmata dall’artista, la firma dell’artista (o addirittura la semplice “indicazione” da parte dell’artista) è la condizione necessaria e anche sufficiente dell’essere arte di un oggetto, cioè l’Orinatoio di Duchamp è arte, mentre se io prendo un orinatoio, lo chiamo “Fontana” e lo metto in un museo è una cretinata. Perché è una cretinata? Perché io non sono un artista. Ma perché io non sono un artista e come si diventa “artista”? La risposta di Max Fontana è: facendo un’opera al momento giusto e nel posto giusto. La merda d’artista, per esempio, l’ha già fatta Piero Manzoni nel 1961, i tagli nella tela li ha già fatti Lucio Fontana, il cellophane bruciacchiato l’aveva già pensato Alberto Burri, ecc. Mentre eiaculare in un museo su un quadro (che tra l’altro ritrae una vagina…) come ha fatto Max Fontana non l’aveva mai fatto nessuno. E appena lo fa i critici d’arte, i galleristi e i collezionisti – e a seguire il pubblico – lo riconoscono come artista. Avrebbero potuto dire, parafrasando Gaber: una performance del genere è da pirla, più che da artista. Avrebbero potuto mettersi a ridere e sarebbe finita lì.

monnalisaconibaffiProprio qui sta il punto: oggi si diventa “artisti” facendo delle cretinate non in virtù di una particolare “aura benjaminiana” di misteriosa provenienza ma per il semplice fatto che gli altri “se le bevono”. Quando Max Fontana firma l’opera “Croce in croce”, in cui viene messo in croce il filosofo Benedetto Croce, i critici discutono sul significato dell’opera, se sia cioè da interpretare come una presa di posizione di Fontana a favore dell’idealismo crociano o contro l’idealismo crociano. La verità – confessa Max Fontana ai lettori – è che “avevo capito che questo Croce era una figura della cultura controversa e ho pensato di metterlo in croce, perché si chiamava Croce, punto. Ho aperto perfino [perfino!] un libro di Croce, l’Estetica di Croce, mi pare, l’ho letto qua e là e non ci ho capito una mazza. Non l’ho capito neppure alla voce idealismo del Dizionario di filosofia”. Questo passo del libro di Parente mi fa pensare a quando, tempo fa, avevo letto un’intervista a Michelangelo Pistoletto (quello dell’Arte Povera e della Venere degli stracci), in cui – a domanda dell’intervistatore “Quali sono i tuoi libri preferiti?” – Pistoletto ha risposto “non leggo”. Cioè: uno fa arte concettuale e non legge? I “concetti” da dove vengono, dal nulla? E io dovrei pagare centinaia di migliaia di euro (sono queste le quotazioni delle opere di Pistoletto) per un’opera d’arte “concettuale” realizzata da uno che non legge?

download (3)Quando si parla di arte contemporanea si cita spesso l’idea hegeliana di “morte dell’arte” per la prevalenza del contenuto sulla forma. Va benissimo, purché sia chiara una cosa: questo contenuto spesso è in larga misura un prodotto dei critici d’arte, dei galleristi e dei collezionisti. Sono il critico d’arte “di sinistra” Angelo Schopf e la critica d’arte “di destra” Betty Beatrice e il grande collezionista giapponese Tekkamaki (divertentissima la scena in cui Max Fontana, al “cocktail sushi”, dice: “vuole dei tekkamaki, signor…”) a creare le opere d’arte, parlandone bene o male ma comunque parlandone continuamente, pagandole centinaia di migliaia quando non milioni di euro, esponendole nei più importanti musei del mondo e discutendo per ore e ore sul significato di ogni opera. Quanto a Max Fontana, il suo scopo è divertirsi, trovare belle donne e diventare ricco e famoso prendendo in giro gli altri. Chiamalo scemo. I cretini sono gli altri, quelli che si bevono il feticcio

willgompertz2-LST065538Come scrive Will Gompertz nel libro “E questa la chiami arte?”, “la venerazione attribuita oggi a ‘Fontana’ [l’Orinatoio] avrebbe divertito Marcel Duchamp, che aveva scelto quell’oggetto appositamente per la sua mancanza di attrazione estetica (qualcosa che lui definiva ‘antiretinico’). È una scultura readymade mai esposta, concepita unicamente come burla provocatoria, ma che alla fine è diventata l’opera d’arte più influente del XX secolo”. Il problema non è Duchamp, il problema è la ricezione dell’opera di Duchamp. Il problema, nell’arte contemporanea, è l’idea che attribuisce al carattere innovativo di un’opera un significato che oltrepassa ogni altra considerazione. Come quando si dice: “beh, ma per forza l’arte doveva cambiare, dopo l’invenzione della fotografia, non si poteva continuare a dipingere in maniera realistica dei paesaggi…”. Ok, e allora? Non mi basta che un’idea sia nuova, deve essere anche una buona idea. L’idea di Salvator Dalì di realizzare “fotografie dei sogni dipinte a mano” è un’idea grandiosa, l’idea dell’Orinatoio di Duchamp è semplicemente (dovrebbe essere considerata semplicemente) una burla divertente, l’idea del quadrato bianco su sfondo bianco di Malevic – per dirne una – non sembra né una buona idea né un’idea divertente.

quadrato-bianco-su-sfondo-bianco-1919Quest’ultimo punto è importante: ci sono “artisti” contemporanei divertenti (assurdamente gonfiati da critici, galleristi e collezionisti che avrebbero dovuto semplicemente ridere) e ci sono “artisti” contemporanei nemmeno divertenti, anzi pallosissimi (poi naturalmente ci sono anche artisti contemporanei senza le virgolette…). Prototipi della prima categoria sono, appunto, Marcel Duchamp e il Max Fontana di Massimiliano Parente. Quanto alla seconda categoria sentiamo cosa ci dice lo stesso Max Fontana”: “Mamma mia che due palle quel cazzo di blu di Kleyn. All’inizio dev’essersi sentito bene, a fare tutti i quadri blu. Deve aver pensato che era una grande idea. Anche lui doveva avere un sacco di problemi in meno, ancora meno di Mondrian. Non doveva mai decidere cosa dipingere, neppure se un quadrato o due quadrati o un rettangolo e cinque quadrati, dipingeva sempre lo stesso blu, tutto il quadro blu. Un po’ come Einstein che decide di vestirsi sempre uguale per non perdere tempo a pensare come vestirsi. Ma Einstein era uno scienziato, non era un sarto. Quindi che palle essere Mondrian e Klein tutta la vita, c’è da spararsi. Immagino la moglie di Klein, se ne aveva una: ‘Amore, vieni a vedere cosa ho dipinto!’. La moglie di Klein arrivava e siccome lo amava doveva pure fare finta e esclamare: ‘Amore, è bellissimo! È un altro quadro tutto blu! Sono così fiera di te! Come ti è venuto in mente?’. (…) E comunque spesso si stufano pure loro stessi. Klein cominciò a variare le dimensioni dei quadri, un blu più piccolo, un blu più grande. Ma il più incasinato è stato Malevic, che dopo aver inventato il quadrato nero su fondo bianco inventò il quadrato bianco su fondo bianco e si deve essere reso conto che a quel punto non aveva più un cazzo da dipingere, aveva esagerato, si era infilato in un vicolo cieco. Malevic con quei quadrati era nella merda fino al collo. Non deve essere stato facile per Malevic uscirne, deve essere stata dura fare retromarcia dopo il quadrato bianco su fondo bianco. La gente deve avergli detto: ‘Ma come, ci hai fatto due palle così con il suprematismo, l’assenza di oggettività, il quadrato nero, il quadrato bianco e adesso ti rimetti a dipingere figurativo?’. Ma lui non è che poteva andare avanti tutta la vita a fare il cerchio bianco su fondo bianco, il triangolo bianco su fondo bianco, l’esagono bianco su fondo bianco”.

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