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BIBLIOTECHE COME RIFUGI ANTIAEREI. Ritrovati in una biblioteca a Trieste libri e giornali di Italo Svevo, con due bozzetti sconosciuti del giovane scrittore.

Svevo0

Di Riccardo Cepach*

Il 20 febbraio del 1945, mentre una bomba incendiaria calava vertiginosamente dal portellone di un bombardiere alleato verso il tetto della villa della famiglia Veneziani, ultima dimora dell’industriale Ettore Schmitz e dello scrittore Italo Svevo, distruggendo interamente l’edificio assieme alla ricca biblioteca di entrambi, l’avvocato bibliofilo Cesare Pagnini era podestà della Trieste capoluogo dell’Adriatisches Kustenland nazista (e per tanto accusato, nel ’47, di collaborazionismo, processato, assolto eppur ancora aspramente discusso, anche recentemente, quando la città si è divisa sull’opportunità di reintrodurne il ritratto nella galleria dei sindaci). Il capriccio della Storia ha voluto che proprio nella biblioteca di Pagnini, studioso del Settecento (con una predilezione per Casanova e Da Ponte) e della stampa periodica triestina (su cui ha scritto un saggio ancor oggi imprescindibile), quasi sessant’anni più tardi, il bibliofilo e libraio Simone Volpato abbia ritrovato una – piccola, senz’altro, ma significativa – fetta di quella importantissima biblioteca d’autore restituendo alla comunità degli studiosi e degli appassionati sveviani una quarantina di documenti contrassegnati dalla firma di possesso “Ettore”.

Si tratta, per la precisione, di una raccolta di 33 libri e 12 fra giornali e locandine autografati (cui si sono aggiunti due faldoni di appunti di Anita Pittoni per un documentario e una trasmissione radiofonica dedicate a Svevo e una lettera inedita di quest’ultimo ad Ario Tribel) che, grazie alla generosità di uno sponsor privato (la InFin S.p.A. di Lorenzo Pacorini) sono entrati a far parte delle collezioni del Museo Sveviano di Trieste che li ha posti al centro di una mostra intitolata Altre nuove dalla biblioteca perduta, a cura di chi scrive e di Cristina Fenu, inaugurata il 19 dicembre scorso (in occasione dell’anniversario della nascita di Svevo) e aperta fino alla fine di aprile. Alla mostra è legata anche una piccola pubblicazione che contiene, fra l’altro, il catalogo integrale delle pubblicazioni oggetto della donazione.

Svevo1

Questi nuovi documenti – che si affiancano ai quaranta titoli già in possesso del museo e alla settantina di volumi, sempre contrassegnati dalla firma di possesso dello scrittore che il medesimo Volpato aveva rintracciato all’interno della biblioteca del genero di Svevo, Antonio Fonda Savio, conservata all’Università di Trieste1 – ci permettono di gettar luce non tanto sulle letture del maturo e affermato romanziere Italo Svevo, ma soprattutto su quelle del giovane Ettore Schmitz. Grazie alle firme che Svevo aveva l’abitudine di apporre sulle copertine o i fogli di guardia dei suoi libri, siamo in grado di seguirlo nelle sue letture di argomento scientifico e filosofico – interessi che lo accompagnano dalla giovinezza fino alla tarda maturità – costituite spesso dai testi delle conferenze che si tenevano in città sui temi dell’origine della vita e del cosmo e dell’evoluzione umana (come quella di Carlo Ciatto su La scienza, l’uomo e la scimia [sic] e quella dell’avvocato Giovanni Scalzuni contro le teorie di Ernst Haeckel – quello de «l’ontogenesi ricapitola la filogenesi» – qui definito «apostolo del materialismo» e del darwinismo), ma anche dai caposaldi della ricerca scientifica dell’Ottocento come La crèation et ses mystères dévoilées di Antonio Snider-Pellegrini, l’opera in cui il geografo francese per primo promosse la teoria della deriva dei continenti. Senza dimenticare nemmeno, visto che si parla di scienze, quelle “occulte”, allora di gran moda, di cui si dilettavano sia il poeta, che è ricordato anche nella Coscienza di Zeno, Filippo Zamboni (di cui Svevo possedeva il curioso opuscolo Il fonografo e le stelle e la visione del paradiso di Dante), sia lo stesso Svevo, almeno a giudicare dalla locandina, anch’essa autografata, della tournèe triestina del Cav. Scipione Karidis, che si autodefiniva «Celebre Negromante, Spiritista, divinatore del pensiero, Autoipnotista ed il più grande prestigiatore del secolo». Non mancano, come detto, le opere filosofiche, con la traduzione italiana de Il riso di Bergson (che tuttavia è reso accessibile dal tagliacarte per meno di un terzo) e – poteva essere altrimenti? – quelle letterarie con la copia del Panorama de la littérature italienne di Benjamin Crémieux (che Svevo aveva recensito sulla pagine del “Popolo di Trieste”), i Dieci raccontini di Caterina Percoto e l’ostico poema espressionista Das Nordlicht del triestino Theodor Däubler che si affianca alle raccolte di Virgilo Giotti e di Umberto Saba. Il quale ultimo ci regala, indirettamente, anche quello che forse è il pezzo più pregiato della raccolta, almeno dal punto di vista museale: la sua copia personale della Coscienza di Zeno sulla cui copertina, accanto alla firma e alla data, ha aggiunto un entusiatico «Mio!», con tanto di punto esclamativo. Un autentico frammento di storia della letteratura italiana cui possiamo accostare la curiosità rappresentata dai due splendidi volumi di stampe giapponesi – ukiyo-e – che recano, oltre alla firma di “Ettore Schmitz” e alla data di acquisizione, il 1925, traccia di una loro precedente appartenenza alla biblioteca del Circolo Artistico Triestino e al pittore Carlo Wostry, curatore di una celebre “esposizione giapponese” del 1908.

Svevo3

E tuttavia non sono neppure questi i veri tesori che la biblioteca di Pagnini ci ha conservato, perché l’avvocato bibliofilo che, come detto, era uno studioso della stampa locale, ha attentamente raccolto e preservato centinaia di copie di testate molto poco note quando non del tutto sconosciute. Fra queste, in modo più o meno accidentale e indipendente – nel senso che ritengo siano state raccolte più per il loro valore storico che per quello letterario, passato inosservato – anche alcuni numeri unici di testate triestine – indirizzate prevalentemente ai ragazzi – su cui il giovane Schmitz ha apposto diligentemente la propria firma: “El Dindio”, “L’oca”, “Babau”, “Sandro”, “Ficcanaso”, “Il Piccolo dei Piccoli”, ma anche due copie di altrettanti giornali destinati al pubblico adulto su cui sono stati ritrovati dei testi sconosciuti di Svevo che ora è possibile ricondurre al loro autore in virtù delle firme autografe che l’autore ha posto in calce alle pagine con un asterisco di rimando al piede dell’articolo. Piuttosto tardi, e di interesse relativo, i sei brevi “scherzi” che Svevo affida anonimente al numero unico de “Il Veglione del Giornale” – una strenna pubblicata in occasione di un veglione carnevalesco, appunto, organizzato dal locale Circolo della Stampa – del 14 febbraio 1914.2 Molto più interessante, per la data e il contenuto, l’articolo che ci viene restituito dal numero n. 153 del 17 ottobre 1883 del quotidiano “L’inevitabile”. In esso infatti compare un bozzetto intitolato L’uomo d’affari e siglato con uno pseudonimo mai emerso prima: “Justus” che, appunto, affiancato da un asterisco tracciato a penna rimanda alla firma a fondo pagina “Ettore Schmitz”.3

Svevo5

Il ritrovamento, di uno sconosciuto pseudonimo sveviano4 ha imposto, naturalmente, di verificare se la stessa firma non si ritrovi anche sotto altri pezzi, innanzitutto nelle medesime pagine de “L’inevitabile”. E qui è arrivata la seconda sorpresa, perché in un numero di poco precedente, il n. 151 del 23 settembre 1883, si incontra un altro breve bozzetto intitolato Il collaboratore avventizio che – personalmente non ho dubbi, ma ciascuno può giudicare da sé leggendo i testi – è dovuto alla medesima penna e costituisce col primo una piccola serie. Solo che la firma posta in chiusura non è “Justus”, ma “Intus”. Il sospetto che uno dei due pseudonimi tragga origine da un refuso mi si è affacciato subito alla mente, ma quale dei due rappresenterebbe la lezione originale e quale quella corrotta? D’istinto ero portato a ritenere che “Justus” fosse quello “giusto” e che, dopo una prima stampa errata, il giovane giornalista avesse preteso il reintegro del nome de plume da lui scelto: “Justus” sembrava maggiormente significativo di “Intus” e più in linea con la tradizione degli pseudonimi in uso sulla stampa periodica dell’epoca. C’era però il problema della “J” che rendeva l’errore meno automatico e irriflesso che se fosse basato sulla sola confusione tipografica del gruppo “us” – ancora una “US” nella vita di Svevo! – con la “n”. E andava anche osservato che la parola latina “Intus”, dentro, è presente nella tradizione letteraria principalmente nella locuzione intus et in cute – da una satira del poeta latino Persio (III, 30) – «usata comunemente in frasi come conoscere una persona intus et in cute, conoscerla intimamente, a fondo, soprattutto nei suoi difetti».5 In questa accezione lo pseudonimo “Intus” sembrava particolarmente adatto a firmare questi ritratti in cui l’autore dimostra una conoscenza particolarmente intima dei soggetti raffigurati, “soprattutto nei loro difetti”.6

Svevo8

Il collaboratore avventizio, che ritrae quella particolare categoria di giornalisti che oggi si direbbero forse free lance, e L’uomo d’affari, dedicato a una figura che non saprei definire meglio che attraverso il dialettale trapolèr,7 infatti, sono due bozzetti che dipingono altrettanti tipi umani attraverso modalità perfettamente sovrapponibili: in entrambi i casi l’autore descrive figure ai margini della società borghese triestina, costretti a vivere di espedienti (più dignitosi, ma sempre al limite dell’umiliazione professionale, quelli del “collaboratore avventizio”, più miseri e furbeschi quelli dell’ “uomo d’affari” che non sta ad indicare il magnate impegnato in grosse speculazioni ma, appunto, colui che esercita “il mestiere di far degli affari” che consiste «nel non averne mai sottomano nessuno e andarne cercando a fiuto, per la piazza, come il maiale cerca i tartufi»). In entrambi i casi il ritratto passa in rassegna i trascorsi e i rovesci di fortuna che hanno condotto il “collaboratore avventizio” a sottoporre ai redattori dei vari fogli periodici le sue pagine di «prosa insulsa e inconcludente» sugli argomenti più vari e l’ “uomo d’affari” a battere la piazza in cerca della misera commissione che gli consentirà di guadagnare la sua giornata; e sono in entrambi i casi difetti del carattere e della personalità (il «carattere pretensioso, astioso, bizzoso», quando non la mancanza di talento del primo, l’ignavia, la vigliaccheria e la pigrizia del secondo) che li conducono al fallimento. In entrambi i casi, infine, il ritratto indugia, per meglio caratterizzarlo, su una descrizione fisica del personaggio, condotta attraverso un rapido esame del suo misero e logoro abbigliamento e introdotto, in entrambi i casi dal medesimo invito al lettore, spinto retoricamente a verificare coi suoi stessi occhi la veridicità del disegno: «Guardatelo per via», suggerisce l’articolista introducendo la descrizione del «cappello ispido come gatto impaurito» e degli altri evidenti indizi di miseria nell’abbigliamento del primo; e riguardo al secondo dichiara: «Voi lo vedete, là, ad un canto di Piazza del Teatro o a girondolare nei caffè, unto, bisunto, col cappello sfondato, la camicia sudicia, la cravatta cenciosa, il panciotto assente, la giacca a rappezzi, i pantaloni a frange, le scarpe a crepacci… aspettare in agguato l’ “affare” che passa.»8

Certo, c’è una differente “intimità” nei due ritratti. Il secondo è meno partecipe, più feroce: l’ “uomo d’affari” è «una pecora segnata», un commerciante fallito o un impiegato «messo alla porta per uno di quegli irresistibili allungamenti di zampe, che la umana benignità ha convenuto di chiamare indelicatezze», è un vigliacco che, a differenza di Alfonso Nitti, il protagonista di Una vita, trova l’acqua «sempre troppo fredda, il fuoco troppo caldo, le finestre troppo alte, il carbone troppo soffocante e troppo ignobile l’impiccagione», allergico al lavoro e scroccone. Dall’altra parte, se l’autore non risparmia le critiche (i difetti!) neppure al “collaboratore avventizio” – che scrive, scrive senza mai dire niente ed è sempre pronto a compiacere l’editore di ogni giornale per cui lavora, sottoscrivendone e sostenendone le opinioni politiche, non importa quali esse siano – il pezzo che lo riguarda è senz’altro più partecipe. E colpisce che a tale figura di giornalista venga attribuita come suprema risorsa, vetta dell’arte, la pratica del bozzetto, che egli firma col «proprio riverito nome» così come i suoi «scritti letterari ed artistici, di economia, di lucubrazioni storiche» occultando furbescamente «sotto l’ale dell’anonimo» i pezzi politici e le polemiche. Colpisce perché se, come spero ormai evidente, i due articoli sono di mano di Svevo, sono senza dubbio due “bozzetti”9 scritti da un “collaboratore avventizio”10 che firma con almeno due differenti pseudonimi – di cui uno riservato agli scritti letterari e teatrali e l’altro alle prose di cui è, evidentemente, meno fiero, come i due bozzetti stessi – su almeno due periodici. In quello stesso anno, meglio, in quegli stessi giorni, infatti, il giovane Schmitz pubblica anche sull’ “Indipendente”: il 26 settembre 1883, due giorni dopo la pubblicazione del Collaboratore avventizio, esce su quelle pagine la critica “Brandelli” di Olindo Guerrini, firmata E.S.11; subito dopo, – e poco prima de L’uomo d’affari – il 2 ottobre pubblica l’interessante riflessione Il pubblico,12 dedicata all’influsso corruttore delle platee sull’opera dei drammaturghi.

Se della collaborazione di Svevo all’ Indipendente” si è scritto ovviamente parecchio, sarà ora il caso di gettare luce anche su questo suo rapporto con “L’inevitabile”, giornale di cui si sa tutto sommato poco, se non che è stato il primo periodico di cronaca e “varietà” – come si diceva allora – diretto da Teodoro Mayer, il futuro fondatore de “Il Piccolo”,13 e che in origine era un semplice bollettino pubblicitario gratuito (la mano corre verso la definizione di free press, oggi in uso, al pari di quella di free lance, già ricordata) che pubblicava anche «letteratura amena, come romanzi, novelle ecc., mode, notizie di igiene, riviste teatrali ed in generale di varietà, escluso affatto la politica» e che via via «si articola in vere e proprie rubriche d’informazione, in cui compaiono anche, nonostante le premesse apolitiche, cenni alla situazione municipale, alla rivalità tra “L’indipendente” e “L’Adria”, all’attività della Società Operaia, ecc. in chiave liberal-nazionale.»14 Un’indagine sulla redazione de “L’inevitabile”, ad esempio, potrebbe chiarire se, come credo, qualche redattore del periodico potrebe essere indiziato della evidente sciacquatura in Arno dei panni di Svevo che nelle coeve pagine dell’ “Indipendente” non è certo toscaneggiante come in queste.15 Senza contare la possibilità che di questi bozzetti, evidentemente concepiti come una serie, ce ne possano essere anche altri.16 Per ora non lo sappiamo perché non è stato possibile reperire nessuna collezione completa del giornale e quella dei Civici Musei di Storia e Arte, dove ho rintracciato Il collaboratore avventizio si interrompe quasi subito (arriva al n. 156, tre numeri dopo quello che riporta L’uomo d’affari).

Svevo11

Ma se si riuscisse a ritrovarne altri,17 il patrimonio potrebbe essere incrementato. Il ritrovamento di un terzo bozzetto con le medesime caratteristiche dirimerebbe inoltre la questione fra “Justus” e “Intus” semplificando le verifiche che ora si dovranno compiere, nel restante patrimonio della stampa triestina dell’epoca, per controllare se uno dei due compaia anche altrove. Per ora accontentiamoci e leggiamo insieme questi saggi dell’arte giornalistica del giovane Svevo rimasti sepolti fra le pagine del giornale per 130 anni:

Italo Svevo

Il collaboratore avventizio

Vive male; scrive come vive ed uno

de’ suoi più grandi consumi è quello

della suola degli stivali.

È quello della suola degli stivali,

perchè, non avendo impiego

determinato e stipendio fisso, è

costretto a correre ogni santo giorno

di giornale in giornale, proferendo,

come merciaiuolo girovago, il prodotto

delle sue facoltà intellettuali.

Il collaboratore avventizio è

raramente giovane. I giovani trovano

sempre facilmente da collocarsi. La

gioventù è un grimaldello, che forza

tutte le serrature. Per lo meno, ha

varcato la quarantina. Nel suo passato

c’è un po’ di tutto: fu giornalista vero;

redattore capo, magari direttore di

giornali; fu letterato a tempo perso, o

tale si credette; fu impiegato indu –

striale, viag giatore di commercio,

progettista fallito di sa Iddio quante

mirifiche speculazioni, artista dram –

matico, o, forse, sugge ritore di

compagnie; ma non riuscì mai a

crearsi una situazione.

Molti ne accusano il suo carattere

pretensioso, astioso, bizzoso; altri

dicono che gli manca quella droga che

sta al talento come il sale alle vivande,

torna a dire: il criterio; altri, più severi

e recisi, gli contrastano anche quel po’

di talento.

Crudeli! Ma, se lo private pure di

questo, cosa gli rimane?

Guardatelo per via. Ha un

gamurrino rivoltato, il cui nero

originario si smarrisce tra le spelature

de gomiti, il viscido del colletto e il

reticolato delle costure o il solino e i

manichetti a filacciche; il cappello

ispido come gatto impaurito, e dai

riflessi iridescenti, come collo di

piccion torraiolo; i pantaloni pallidi e

rarefatti su le ginocchia e smangiati su

i talloni, e le scarpe screpolanti e

scalcagnate. Sotto l’ascella tiene

sempre un fascetto di cartelline: sono

gli articoli. E cammina sollecito,

affacendato [sic], come corresse

sempre a salvare la patria. Di lontano,

ha dell’uscie re: da vicino del disperato;

e lo è.

Il pover’uomo è una specie di piccola

enciclopedia tascabile; nessun

soggetto lo sgomenta; tratta una

questione di diritto internazionale,

con la medesima indifferenza con la

quale ne tratterebbe una d’arte, di

letteratura, di scienza occulta, magari

di teologia.

Alloggia in una stanzuccia

ammobigliata di quarto piano, su ne’

quartieri alti, per spender meno, dove,

oltre il letto, il canterale, un piccolo

armadio, quattro sedie e un

tavolinuccio, non ha altre suppellettili

se non carta, penna e calamaio e i due

volumi di Marco Napoleone Bouillet:

Dictionnaire universel d’histoire et

géographie e Dictionnaire universel

d’arts, sciences et lettres. Quelli sono

la sua legge e i suoi profeti. Quando un

direttore di giornale gli dice: “Sa, il 12

corrente ricorre il secondo

anniversario della liberazione di

Vienna…” oppure: “S’è inaugurata a

Puy, in Francia, la statua del generale

Lafayette…” oppure ancora: “Sta per

venire sul tappeto la questione del

riordinamento degli studi; ed ella

dovrebbe far due parole…” tsitt! egli

corre difilato a casa: scartabella i suoi

due volumi; impasticcia su, nove o

dieci cartelline di dati, di citazioni, di

roba vecchia come i chiodi e… ha

guadagnato la sua giornata.

Ma, il suo forte sono i bozzetti… anzi:

i bozzetti sono una sua invenzione

brevettata e privilegiata.

Tipo giornalistico per eccellenza,

leggicchiando perpetuamente effe –

meridi d’ogni maniera, gli riesce facile

e comodo oltremodo l’arrestarsi a una

ideuccia qualunque e ricamarvi su una

decina di pagine di prosa insulsa e

inconcludente. I bozzetti hanno questo

di vantaggioso: non dicono nulla, non

significano nulla, non risolvono nulla

e… vanno sempre bene.

Se il giornale politico, per una

ragione o per l’altra, non accetta le sue

rapsodie bouillettiane su questo o quel

grave importante argomento; c’è

sempre la suprema risorsa del

giornale letterario, il quale accoglierà,

senza fallo, il suo bozzetto per pochi

soldi.

Insomma: la vita del cavallo da

fiacre. Nello stesso modo che è un

enciclopedico in lettere e scienze, il

collaboratore avven tizio è onnicolore

in politica. Col proprio riverito nome,

e’ non publica se non gli scritti

letterari ed artistici, di economia, di

lucubrazioni storiche e, segnatamente,

i suoi prediletti bozzetti; ma, se gli

capita, se il bisogno lo spinge a’ panni

più sgarbatamente del solito, eh,

allora, sotto l’ale dell’anonimo, si

presta anche a scombiccherare la

polemica, senza badare troppo pel

minuto al colore del giornale, per cui

la scrive.

Solamente, allora, invece di due

pretende i quattro fiorini: due pel

lavoro materiale, due per latransitoria capitolazione con la sua

coscienza.

Alcune volte, il collaboratore

avventizio è ammogliato e non c’è

bisogno d’aggiungere con prole, perchè è

noto come la prolificità stia quasi

sempre in ragione diretta della miseria.

In questo caso, la situazione di lui, da

quella di cavallo da fiacre, si cambia in

quella di cavallo da tram.

Senonchè, nel più dei casi, egli ha

saputo fare la sua scelta: la moglie è una

maestrina patentata, o una strimpellatrice di pianoforte, che dà lezioni a

prezzi ridotti: e allora, essendo in due a

trascinare il carro della vita, il veicolo gli

riesce meno pesante.

Intus

L’Inevitabile”, 23 settembre 1883

Svevo

Italo Svevo

L’uomo d’affari

Tra i mille e un mestieri, cui si

consacra la misera umanità per

combattere la grande battaglia del

pane quotidiano ve n’ha uno di recente

invenzione che si chiama: far degli

affari.

Far degli affari vuol dir nulla, e vuol

dir tutto; vuol dire: andare in busca di

quel che capita, far d’ogni erba fascio e

attaccarsi anche alle lame dei rasoi

per istrizzare il soldo di borsa al

prossimo, poichè, come ha detto

benissimo Dumas figlio: les affaires

c’est l’argent des autres.

Ma badiamo a non cadere in

equivoci. Gli affari, propriamente

detti, sono le grandi speculazioni

industriali, commerciali e finanziarie,

le operazioni di borsa, le imprese

ferroviarie, i lavori publici [sic], ecc.

Ma, a questi si dedicano, com’è

naturale, banchieri, capitalisti, grossi

negozianti, uomini di polso, che

occupano già un posto in società.

Il mestiere di far degli affari

consiste, invece, nel non averne mai

sottomano nessuno e andarne

cercando a fiuto, per la piazza, come il

maiale cerca i tartufi.

Chi esercita un siffatto mestiere è,

generalmente, una pecora segnata: o

merciaiuolo fallito, o impiegatuzzo

messo alla porta per uno di quegli

irresistibili allungamenti di zampe,

che la umana benignità ha convenuto

di chiamare indelicatezze.

Nei primi tempi, dopo la sua

disgrazia, pensò un momento al

suicidio, tanto più che è di moda; ma

l’acqua gli parve sempre troppo

fredda, il fuoco troppo caldo, le

finestre troppo alte, il carbone troppo

soffocante e troppo ignobile

l’impiccagione. Fece quindi il sacrificio

di vivere e, non riuscendo a trovare

impieghi, pe’ quali d’altronde, provava

una invincibile repugnanza nella

congenita sua tendenza al dolce far

nulla, si consacrò sin che gli riuscì

facile, a quello accattonaggio in –

guantato, che consiste nell’arrestare

per via l’amico, il conoscente, spesso il

primo capitato e dopo avergli

sciorinato tutta una interminabile

geremiade di sventure e di guai,

domandargli a prestito una diecina di

fiorini con l’obbligo sottinteso di non

restituirli mai più.

Ma, per quanto vecchio, è sempre

vero il proverbio, che è bello il giuoco

che dura poco. A non lungo andare, i

primi capitati, i conoscenti ed amici

odorarono in lui il repellente tanfetto

del frecciatore, e cominciarono a

guardare i cornicioni delle case,

quando l’incrociavano per via, a salutarlo

in fretta, non più salutarlo e,

se messi alle strette, tirar a lungo con

una significante sgrullata di spalle, o

lanciargli sul naso un conchiusivo:

seccatore importuno!”

Allora si vide nuovamente

spalancato sotto i piedi quello

sconfinato abisso della miseria, che

non ha altre uscite fuor che lo spedale

o l’ergastolo, e allora si decise a far

degli affari.

Se si fosse trovato in possesso solo

del tanto quanto necessario ad

appigionare uno stambugio di

botteguccia; avrebbe aperto, lì per lì,

un’agenzia di collocamento: sarebbe

stato il suo sogno! Ma gli mancavano

perfino quei quattro da farsi risuolare

le scarpe.

Si buttò, quindi, come a nuoto, per le

publiche [sic] vie e per le piazze,

frammettendosi a sensali di

professione, rigattieri e piccoli

cottimanti di lavori, e studiandosi di

insinuarsi, a mo’ di conio, nelle loro

operazioni.

L’ufficio suo si limita a scuoprire

bighellonando gli affarucci che si

trovano, dirò così, in istato

d’incubazione. C’è una famigliola che

si vorrebbe disfare di un gioiello, di un

quadro, di un mobile? Ed egli galoppa

diritto dal rigattiere e gli susurra [sic]

all’orecchio: “Eh, ci sarebbe il tale

oggetto da vendere!” Sa che un

proprietario, un pigionale, un

negoziante vuol fare eseguire alcuni

restauri alla sua casa, al suo quartiere,

alla sua bottega? Corre dal cottimista,

dal capomastro, magari dal muratore,

e gli mormora sotto i buchi del naso:

Eh, c’è un lavoro da fare!” Trova un

mercante di campagna, un fittaiuolo,

che ha disponibile una partita di

grano, di legna da ardere, di fichi

secchi? E vola dal sensale e gli grida

levando alte le braccia e gli occhi al

cielo: “Magnifico affare! magnifico

affare!” E se il magnifico affare viene

conchiuso, o il restauro eseguito, o

l’oggetto comprato, stende la mano e

raccoglie nel palmo il “caffè”.

Voi lo vedete, là, ad un canto di

Piazza del Teatro o a girondolare nei

caffè, unto, bisunto, col cappello

sfondato, la camicia sudicia, la

cravatta cenciosa, il panciotto assente,

la giacca a rappezzi, i pantaloni a

frange, le scarpe a crepacci…

aspettare in agguato l’“affare” che

passa.

Justus

L’Inevitabile”, 17 ottobre 1883

1 Tali volumi, che si pensava rappresentassero tutto ciò che era sopravvissuto della biblioteca sveviana fino a questo nuovo ritrovamento, sono oggetto del volume a quattro mani di Cepach e Volpato Alla peggio andrò in biblioteca. I libri ritrovati di Italo Svevo, Macerata, Biblohaus, 2013.

2 Ne ho già annunciato la scoperta nell’articolo Spuntano sei brevi scherzi con la firma di Svevo su un giornale dimenticato, pubblicato dal quotidiano “Il Piccolo” il 17 maggio 2013, p. 37.

3 L’attribuzione, di per sé evidente, è resa ancora più certa – come ha suggerito il decano degli svevisti, Brian Moloney – da un appunto del Diario di Elio Schmitz, fratello minore e primo biografo di Svevo, che in un elenco di documenti in suo possesso, riferito agli anni 1882-83, ricorda anche un «articolo di Inevitabile» (cfr. Carmine G. Di Biase, The Diary of Elio Schmitz. Scenes from the World of Italo Svevo, London, Di Biase – Troubador, 2013, p. 123).

4 Prima dell’invenzione di Italo Svevo, che data a partire dalla pubblicazione di Una vita, 1892, Ettore Schmitz era solito firmare gli articoli per il giornale “L’indipendente” coevi, come vedremo, a questi per “L’inevitabile”, con le sole iniziali del suo nome E.S. (lo pseudonimo “E. Samigli” avrebbe cominciato a usarlo solo nel 1886).

5 Tratto dalla versione on-line del Vocabolario Treccani: http://www.treccani.it/vocabolario/intus-et-in-cute.

6 Accogliendo questo rilievo tocca anche osservare che “Justus”, sia pur con la “J” rappresenta una lectio facilior, cioè un termine più noto e diffuso, rispetto all’ostico “Intus”. Il che significa che, come insegnano i filologi, è più facile immaginare un redattore o un tipografo che, nella fretta della composizione della pagina, prende un “Intus” per un “Justus” piuttosto che il contrario, che comporterebbe attribuirgli una certa confidenza con le satire di Persio.

7 Nell’accezione moderna di «trafficante, imbroglione, affarista, trappolone, ciarlatano» (M. Doria, Grande dizionario del dialetto triestino, Trieste, Il Merdiano, 1987) che tuttavia non era ancora in uso all’epoca di Svevo, come dimostrano i due dizionari di Ernesto Kosovitz posseduti da Svevo: quello sintetico del 1877 (che fa parte del nucleo dei libri posseduti da Pagnini), che non contempla il termine, e l’edizione maggiore, del 1889 (ritrovata nella biblioteca di Fonda Savio, cfr. Alla peggio andrò in biblioteca, cit., p. 132), dove vale semplicemente “trappolaio” (e cioè venditore di trappole e gabbiette).

8 Il medesimo artificio retorico si ritrova in quello che, a tutt’oggi, è il primo articolo noto pubblicato da Svevo, Shylock, pubblicato su “L’indipendente” il 2 dicembre 1880, dove similmente indugia sull’aspetto fisico che caratterizza il personaggio shakespeariano invitando il lettore a osservarlo attentamente: «Guardatelo bene!» (ora in

9 Facciamo nuovamente ricorso al Vocabolario Treccani: «Bozzetto: […] In letteratura, racconto breve, che descrive con piglio realistico e vivezza impressionistica una situazione, un luogo, un carattere, tratti per lo più dalla vita di ogni giorno». Per l’appunto. (http://www.treccani.it/vocabolario/bozzetto).

10 Questa era senza dubbio la sua posizione professionale rispetto ai periodici con cui collaborava. Vero è che nel Collaboratore avventizio, il ritratto punta altrove perché si tratta di un personaggio con un passato, non più giovane, perché, scrive l’autore, «i giovani trovano sempre facilmente da collocarsi. La gioventù è un grimaldello, che forza tute le serrature.»

11 Ora in I. Svevo, Teatro e saggi, Milano, Mondadori, 2004, p. 981 Si noti che anche nello scritto su Guerrini, Svevo non rinuncia a una sia pur breve caratterizzazione bozzettistica, paragonando il letterato forlivese dai mille pseudonimi (Lorenzo Stecchetti quello più noto) a un «moderno signore abituato fino dalla gioventù a frequentare la società e che non provi né imbarazzo né commozione a nuove presentazioni, che parli volentieri di tutto sempre spiritosamente, che abbia un contegno tale da far comprendere che conosce tutte le regole dell’etichetta quantunque esattamente non ne segua alcuna.»

12 Ivi, p. 984.

13 Mayer, su cui sorprendentemente si attende ancora la pubblicazione di un serio studio monografico, aveva esordito come pubblicista e direttore nel 1875 con il periodico filatelico “Il corriere dei francobolli”.

14 Cfr. Silvana Monti Orel, I giornali triestini dal 1863 al 1902, Trieste, Lint, 1976, p. 301, dove il lettore può trovare tutti i dati riguardanti la periodicità (che muta più volte), la proprietà e la direzione del giornale, assieme a una veloce analisi dei contenuti che comprendevano «per lo più romanzi “neri”, in cui orrore, fenomeni spiritici e vicende sentimentali erano sapientemente mescolati allo scopo di tener viva l’attenzione dei lettori con vicende scarsamente realistiche.» Non mancavano inoltre romanzi sentimentali, alcune traduzioni da scrittori stranieri (Zola e Washington Irving) né «l’opera lontanamente ispirata a modelli veristici« (G. Bargilli).

15 Cito soltanto i lemmi particolarmente rilevati “sgrullata”, “spedale”, “scuoprire”, “bighellone”, “fittaiuolo” che non hanno riscontri nelle prose giornalistiche coeve di Svevo (dove ricorrono semmai varianti meno connotate, vedi: “ospedale”) e, in genere, nemmeno nelle sue opere narrative. Aggiungo solo che, se è corretta la mia ipotesi di un intervento redazionale esterno, esso non pare dovuto alla penna di Mayer, per quel tanto che se ne può giudicare dagli articoli, non firmati, dei primi numeri del “Piccolo” e dello stesso “Inevitabile” che gli possono essere attribuiti sulla base del ricordo di Benco, citato da Pagnini (p. 257) che descrive Mayer «giornalista sotto un aspetto universale: editore, amministratore, direttore, articolista e, quando occorreva, reporter». Anche l’unica, esile pubblicazione a suo nome – Filotelia. Paginette dal taccuino d’un timbrofilo, per cura del giornale “Corriere dei Francobolli”, Trieste, Tipografia Balestra, 1878 – non offre esempi di un lessico tanto connotato in senso toscano.

16 Certo, l’appunto di Elio parla di “articolo”, al singolare, ma poiché ne sono stati ritrovati almeno due, altri potrebbero esser stati scritti e pubblicati.

17 Ho compiuto un estremo tentativo di reperire alcune copie del giornale presso il locale Archivio di Stato. Considerando che, come Pagnini riferisce, il giornale di Mayer era stato da subito oggetto di sgradite attenzioni da parte della censura asburgica, ho pensato che qualche singolo numero sequestrato dalle autorità potesse essere conservato in atti nell’Archivio della Direzione di Polizia. Ne ho ritrovati infatti tre: uno (il n. 130 del 21 febbraio 1883) nella busta 326 – Atti riguardanti vari giornali periodici 1872-1913 e altri due (uno del 21 febbraio 1882, esattamente un anno prima, e uno del 24 febbraio 1884) nella busta 322. Nessuno di questi contiene tuttavia prose attribuibili a Italo Svevo.

*Riccardo Cepach è Direttore del Museo Sveviano di Trieste

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