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DIEGO FUSARO: INTERVISTA SU FILOSOFIA E FUTURO

fusaro

Intervista a cura di  Andrea Pollastri

D

  1. Gentilissimo Diego Fusaro, a seguito dell’attuale crisi del sistema capitalistico moderno, hai coniato i termini di “nichilismo della fretta”, “desertificazione dell’avvenire” e l’immagine della “fuga temporis”. Temi che ritroviamo nel tuo libro “Essere senza tempo”. Potresti illustrare quale significato hanno questi concetti e da che tipo di riflessione hanno avuto origine?

A partire dalla data epocale del 1989, il futuro come orizzonte progettuale sembra essersi tragicamente estinto: non viviamo più in nome del futuro, ma in nome del presente stesso, che tende a farsi intrusivo, totale, onnipresente, eterno. La freccia del tempo storico pare essersi bloccata lungo il suo tragitto: la storia stessa, con il suo incessante fluire, sembra essersi improvvisamente congelata (e quello dell’“end of history” pare essere il ritornello ossessivo che viene urbi et orbi ripetuto). Questa eternizzazione del presente si accompagna a una raggelante desertificazione dell’avvenire. E non di meno continuiamo ad affrettarci: le nostre vite sono prosciugate dai ritmi elettrizzanti della produzione e del consumo. È questa l’assurdità del nostro tempo, il suo più grande paradosso. Non c’è più una mèta futura e, non di meno, continuiamo a correre. Verso dove? A che serve questa fretta carica di presente? È questa la domanda fondamentale da cui muove il mio Essere senza tempo. Il segreto della nostra accelerazione nichilistica e postmoderna sta secondo me in un sistema di produzione – quello capitalistico – che deve garantire efficientismo, produttività, profitti sempre più rapidi e al tempo stesso non ha più bisogno del futuro, e deve anzi scongiurarlo come possibilità del diverso, dell’essere-diversamente-da-come-si-è. Rimozione del futuro e fretta esistenziale e produttiva possono così enigmaticamente convivere nel quadro di un’epoca che ha smesso di credere a Dio ma non al Mercato. È questo, in estrema sintesi, il senso dell’espressione “nichilismo della fretta”.

essere senza tempo

  1. Che cosa intendi quando parli di “pazienza del concetto”?

Essere senza tempo è un invito a tornare in possesso dei ritmi della nostra vita e della dimensione del futuro come luogo di progettazione e di emancipazione: l’“essere-senza-tempo” a cui allude il mio lavoro è esattamente questa duplice assenza (che caratterizza tristemente il nostro mondo postmoderno) di tempo per agire e di “tempo futuro” come dimensione – reale ma anche simbolica – di cambiamento. La filosofia gioca in questo un ruolo essenziale: essa è, hegelianamente, “pazienza del concetto”, mediazione, riflessione pacata e in totale opposizione ai ritmi elettrizzanti del mondo, ma è anche “ontologia-della-speranza”, critica dell’esistenza e programmazione di futuri migliori. Diceva Ernst Bloch che “pensare significa oltrepassare”, spingersi oltre le angustie del proprio tempo per dirigersi – con il pensiero e con l’azione – verso un domani migliore. Direi che il nostro compito oggi è quello di rallentare i ritmi di un mondo in cui la velocità scatenata è puramente autoreferenziale, volta al produttivismo e alla creazione di profitto, e, insieme, riaprire la dimensione del futuro per “costruire nell’azzurro” (Bloch) un mondo migliore che ancora non c’è ma di cui sentiamo il bisogno.

 bloch

  1. Tu ha scritto molti libri nonostante la giovane età. Tra questi, un bellissimo saggio intitolato “Bentornato Marx”. Quanto è attuale Marx e quanto può essere utile rileggerlo oggi?

Marx è per l’ideologia neoliberale trionfante l’equivalente delle mani insanguinate di Lady Macbeth, un’ossessione senza tregua esercitata. Mettere a morte Marx – dichiarandolo superato, fuori moda, ecc. – equivale a dichiarare intrasformabile il mondo, a presentare la globalizzazione come un destino intrascendibile. Nell’odierno deserto del capitalismo globalizzato, Marx ha assunto le sembianze di un naufrago che, in seguito a una miriade di naufragi, è approdato su un’isola deserta: è sopravvissuto alla sua incorporazione prima nel marxismo commissionato dalla socialdemocrazia tedesca, poi nel leninismo forgiato da Stalin tra il 1924 ed il 1926, infine all’odierna criminalizzazione ininterrotta di cui è oggetto il suo pensiero. Tale sopravvivenza si spiega in ragione del fatto che Marx continua a essere il “segnalatore” di un problema irrisolto che non ha smesso di perseguitarci. Il suo pensiero non cessa di indicarci che nel mondo della presunta “fine della storia” qualcosa, dopo tutto, continua a mancare. Il mio Marx, sopravvissuto ai naufragi della storia, si caratterizza, anzitutto, per due aspetti: a) critica glaciale della società di mercato che sta distruggendo la vita umana e il pianeta; b) perseguimento di un’ulteriorità nobilitante, di una felicità più grande di quella disponibile. Non vi è, naturalmente, qui lo spazio necessario per sviluppare tutti i tratti portanti del mio “ritratto di Marx” – appunto, del Marx che occorre far tornare oggi –, e mi limiterò a enunciarne alcuni: nella mia lettura di Marx, opero un vero e proprio “riorientamento gestaltico”, intendendo con quest’espressione – così per la psicologia della Gestalt – la visione di qualcosa di completamente nuovo in una figura che già conosciamo e in cui siamo abituati a vedere un profilo diverso.

Fichte

Il mio Marx non è materialista, ma idealista (nel senso di Fichte e di Hegel); è teorico della libertà e non del livellamento (il “libero sviluppo delle individualità” evocato nei celebri Grundrisse: altro che collettivismo e omologazione à la Stalin!); è un pensatore della comunità come luogo di sviluppo delle individualità libere e solidali (“la condizione in cui il libero sviluppo di ognuno è condizione per il libero sviluppo di tutti”, così nel Manifesto del partito comunista); è un eroe della resistenza nazionale contro l’imperialismo (Marx, come è noto, difese sempre le questioni nazionali, dall’Irlanda alla Polonia). È, per molti versi, l’opposto di ciò che gli si è attribuito nel Novecento! Per questo, non bisogna “tornare a Marx”, cioè al Marx dogmatizzato; bisogna “ripartire da Marx”, cioè dal suo cantiere aperto, dalla sua critica dell’economia politica e dal suo progetto non sistematizzato di ricerca di un avvenire diverso e migliore, sottratto all’incubo capitalistico.

 bentornato marx

  1. Se ti chiedessi:” Perché hai scelto di impegnare gran parte della tua vita nello studio della filosofia”? Cosa mi risponderesti? Questa è la classica domanda che ricevo anche io e penso tutti gli studiosi di filosofia.

Diciamo che fin dai banchi del liceo ho avvertito una passione vocazionale, che ora posso qualificare come una passione durevole. Una vita senza ricerca – diceva Socrate – è indegna di essere vissuta.

socrate

Oggi più che mai, nell’epoca in cui tutti calcolano, v’è bisogno di pensiero, ossia di interrogazione radicale dei fondamenti del presente e del mondo di cui siamo abitatori. O ci si adatta silenziosamente, come ingranaggi di quel mondo (appunto, calcolando e non pensando), oppure si opta per la via della ricerca radicale. È, nel mio piccolo, quello che cerco di fare. Si tratta anche di un modo per prendere posizione contro il proprio presente, per far valere l’indocilità ragionata, come la chiamava Foucault, e lo spirito di scissione, come lo qualificava Gramsci. Studiare oggi filosofia significa rifiutarsi di scendere a patti con l’odierno regno animale dello spirito, ossia non vendergli faustianamente la propria anima e, soprattutto, la propria testa. Come nel celebre film Matrix, scegliere di studiare la filosofia in un mondo che la disincentiva in ogni modo (secondo la violenza economica tipica del nostro presente: tagli alla ricerca e ai finanziamenti, disoccupazione forzata per i laureati, ecc.), è l’equivalente dell’optare, come fa il protagonista, per la pillola rossa: ingerita la quale, si entra in uno stadio di lotta costante contro la falsità organizzata delle ideologie e di ricerca della vera essenza, sul piano ontologico, politico, etico, ecc.

Ti propongo le due classiche domande che Eidoteca rivolge ai pensatori intervistati:

Tagliapietra

  1. Di fronte alla Crisi economica epocale che stiamo vivendo, agli occhi di molti, la filosofia può apparire come un’inutile perdita di tempo o un esercizio intellettuale sterile, in particolare le filosofie più speculative, più legate ai dibattiti ontologici e metafisici della tradizione continentale. I filosofi – quando non si trasformano in sociologi o in politologi o in economisti – possono apparire sempre di più come figure bizzarre e anacronistiche, buone nel migliore dei casi per eleganti dibattiti ristretti e autoreferenziali interni a un’ élite accademica slegata dalle urgenze del presente. Cosa può dare la filosofia all’uomo d’oggi? E come cambia la filosofia di fronte alla Crisi?

La cosiddetta “inutilità della filosofia” – l’argomento sempre sulla bocca degli adepti del “cretinismo economico”, come lo chiamava Gramsci – è uno dei motivi per cui il sapere filosofico resiste eroicamente all’ordine di un mondo in cui il valore viene fatto coincidere con il valore economico (utilità, produzione, effetti pratici, ecc.). Nello scenario desertificato e apparentemente senza vie d’uscita del mondo contemporaneo – una entzauberte Welt, un “mondo disincantato” in cui è vietato vietare qualsiasi cosa e la sola cosa vietata è pensare una società diversa –, la filosofia può con diritto essere assunta come una forma di eroica resistenza tanto alla micidiale logica dell’utile economico sotto forma di monoteismo del mercato quanto alla fretta nichilistica come sindrome dell’uomo contemporaneo. Tanto più che, come ha ricordato Andrea Tagliapietra (cfr. Il dono del filosofo, Einaudi 2009), fin dal suo atto fondativo la filosofia è animata da uno sguardo disinteressato che si colloca a giusta distanza dalla ricerca dell’utile e del profitto e che anzi li sottopone a critica, rivelandosi in ciò affine all’atto donativo; con il quale è connessa sia per quel che riguarda la gratuità (il tanto deprecato “non-servire-a-nulla” della filosofia, sapere fine a se stesso e sciolto dal vincolo di servitù del “servirea-qualcosa”), sia per quel che concerne gli elementi della sorpresa e dello stupore (il thaumazein, identificato come “motore” della filosofia già da Platone e da Aristotele, presenta da questo punto di vista una straordinaria vicinanza alla sorpresa che accompagna ogni atto donativo). In forza della sua struttura di “donatività originaria”, il sapere filosofico si configura, fin dalle sue origini, come una programmatica sospensione del principio “crematistico” della ricerca della massimizzazione del profitto e, insieme, come un atto iconoclasta di rivendicazione di libertà tramite il sapere e a prescindere dalle asimmetrie di potere (dalla parrhesiadi Diogene alla libertas philosophandi di Spinoza). In questo senso, la riflessione filosofica è la radice – non certo la stazione d’arrivo – di ogni resistenza al dilagare del capitalismo, resistenza che sembra oggi essere la sola “morale provvisoria” (Cartesio) possibile: sospendendo le leggi dell’utile, facendo valere un’istanza veritativa irriducibile a qualsivoglia logica di mercato e configurandosi hegelianamente come “la domenica della vita”, essa già revoca in dubbio la struttura capitalistica del mondo, il principio per cui ha valore solo ciò che ha valore economico. Sul tema della crisi, vi sarebbe poi molto da dire. Mi limito, però, a sottolineare come solo lo sguardo critico della filosofia possa mostrare prospettive autenticamente differenti – sottratte al circuito del “si dice” manipolato – sull’essenza della crisi che sta sconvolgendo il pianeta. L’odierna crisi del capitale finanziario può a giusto titolo essere intesa non come un ostacolo al governo o come un fenomeno transeunte, secondo la comune modalità con cui viene presentata nell’ordine del discorso, ma piuttosto come il modo in cui si esercita il dominio neoliberale: e, dunque, come un dispositivo biopolitico per governamentalizzare le esistenze, imponendo le politiche neoliberali come emergenze ineludibili, come decisioni non negoziabili in quanto dettate non dalla volontà degli individui, ma dalle esigenze sistemiche. Il precariato è, da questo punto di vista, coerente con il processo di soggettivazione assoggettante imposto dalla crisi e dalla sua desertificazione delle aspettative. Seguendo le analisi del Foucault della Naissance de la biopolitique, “vivere pericolosamente” è la massima del liberismo, in maniera tale che le vite degli individui siano determinate dai rischi costanti del sistema e le scelte del mercato vengano accettate supinamente come ingiunzioni che non ammettono alternative o negoziazioni e che, di più, debbono essere seguite nell’immediatezza dell’hic et nunc: e questo in coerenza con il dogma della teologia neoliberale e della sua imposizione del presente e delle politiche neoliberali non come buone in sé, ma come necessità che non contemplano altre possibili soluzioni. In questo contesto, la precarietà diventa un’arte di governo, uno stratagemma – sempre occultato come imposizione sistemica – per vincolare le esistenze dei soggetti a uno stato di crisi permanente, senza certezze, né stabilità, né possibile senso di appartenenza solidale a una comunità. Ecco cosa può insegnare la filosofia: la crisi non è ineluttabile, ma è un prodotto storico e sociale, un’arte di governo; può, pertanto, essere combattuta. La filosofia restituisce il senso della storicità – e dunque della possibilità – a quella realtà che si contrabbanda oggi come inemendabile, complici le prestazioni della teologia economica e dell’ideologia neoliberale.

 Preve

  1. Quali sono i filosofi viventi e in attività che rimarranno nella storia della filosofia (se ce ne sono)? Quali sono i filosofi attuali più sottovalutati e quali i più sopravvalutati? E quali sono i nodi filosofici fondamentali che saranno ricordati nella manualistica futura come i caratteri essenziali del dibattito filosofico di fine XX e inizio XXI secolo?

Il filosofo vivente più grande e più sottovalutato è, a mio giudizio, il torinese Costanzo Preve, puntualmente silenziato (quando non diffamato) dalla macchina della manipolazione organizzata e della gestione dei consensi. Consiglio a tutti la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli: sono una ventata d’aria fresca nel paesaggio desolante della filosofia svilita a serenata dello status quo o a sterile chiacchiera dotta per semicolti. Nel circuito della manipolazione, un pensiero è “fuori moda” – e dunque messo a tacere – quando non si rivela millimetricamente allineato con il presente storico, ossia quando incorpora elementi che lo eccedono e che, di più, sono in grado di mostrarne le contraddizioni strutturali. Le mode filosofiche seguono sempre i cicli della produzione capitalistica. Gli autori, le correnti e le riflessioni che lo Spirito del tempo celebra sono sempre e solo quelle che dicono ciò che esso vuole sentirsi dire. Si dispiega, in altri termini, un movimento di diffusione celebrativa e di propaganda cerimoniale degli autori compatibili con lo Zeitgeist e di convergente demonizzazione di quelli dissonanti rispetto ad esso. Non voglio fare i nomi dei filosofi più sopravvalutati. Sulla base di quanto ho appena detto, ne tracci liberamente l’identikit il lettore.

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