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IL MEDICO DI BASE (dalla Rubrica Sciocchezzaio)

medico di base

di Andrea Giardina

 

Racchiuso tra le rassicuranti pareti di uno studio finto-sobrio, il diploma di laurea e di specializzazione in branchie incongrue regolarmente esibiti, il camice indossato come un cappotto, uno stetoscopio impolverato appoggiato alla scrivania su cui giacciono il portatile, la stampante, il ricettario e alcune confezioni di farmaci spesso scaduti, il medico di base è , per definizione, un incompetente. Già oggi potrebbe essere tranquillamente sostituito da un più socievole ologramma. Le sue scarse nozioni, frutto di studi remotissimi e faticosi, si aggirano sfilacciate attorno al riconoscimento – spesso sottovalutativo – di sintomi leggibili da qualunque umano contemporaneo anche analfabeta. Di norma, però, il medico di base non visita. Seduto alla scrivania, accigliato, finto carismatico, mani nodose e asciutte e pelosette, dopo aver degnato di un mezzo sguardo lo sventurato di turno, lo sta ad ascoltare scocciato per non più di un minuto e quindi, fulmineo, tra una telefonata e l’altra di pazienti e parenti, emette la diagnosi, che in nove casi su dieci ha a che fare con sindromi influenzali o disturbi gastro-intestinali. E’ a quel punto che, nel silenzio scricchiolante e carico di aspettative della stanza, digita sulla tastiera i nominativi dei consueti farmaci – perlopiù antibiotici per cui riceve una percentuale sottobanco dal rappresentante- e poi di suo pugno e con grafia svolazzante prescrive su un foglietto intestato la posologia giornaliera e la durata della cura. Il paziente che gli sta di fronte con febbre cavallina ne è stordito. “Ma come, non mi chiede neanche di aprire la bocca e di mostrargli la gola?”, si chiede silenziosamente e vieppiù perplesso. No, il luminare non ha bisogno della gola o di palpazioni o di auscultazioni. Il suo sapere, la sua esperienza e il calcolo economico non gli consentono di approfondire. Del resto, è difficile sbagliare. Tranne che in circostanze più complesse sulle quali sin dall’inizio dichiara di non avere spazi d’intervento, il farmaco agisce per lui, cancellando rapidamente il sintomo e conferendogli, a distanza e nella memoria, un’aura di immeritata rispettabilità agli occhi del paziente, che, inspiegabilmente, continua a temerlo e a rivolgerglisi come una volta si faceva col prete. Si danno però situazioni differenti. Quando, per esempio, il medico non capisce niente di quanto gli viene detto, oppure quando un barlume di coscienza gli suggerisce di non affidarsi al caso, allora, dopo aver tra sé maledetto la cincischiante ignoranza della vecchia biascicante che lo guarda bovinamente, è solito ricorrere alla prescrizione dell’esame specialistico. Lo fa con nonchalance, permettendosi anche di dare consigli su dove sia preferibile eseguirlo e facendo i nomi di alcuni “colleghi” di cui millanta la conoscenza e a cui sarebbe opportuno rivolgersi. Tutto finisce così. Con una molle stretta di mano e uno sguardo vacuo e una vaga promessa di attenzione nei confronti di un caso di cui si è dimenticato i particolari dopo neanche dieci minuti. La verità è che il medico di base del paziente –costantemente immaginato come un mutuato, e dunque come un essere visibilmente inferiore – non sa e non vorrebbe sapere nulla. Esaurito il rituale che esegue con infastidita rapidità, quel paziente desidererebbe vederlo smaterializzarsi davanti a sé, arrivando, in casi estremi di petulanza, ad augurarsene la morte, magari proprio per via di un errore nell’assunzione del farmaco. In lui, non solo per via degli anni che lo hanno reso più cinico ma per costituzione innata, non c’è traccia di umanità. Solitaria lo percorre la rancorosa sensazione di aver sprecato una vocazione, dissipando il suo tempo migliore tra colpi di tosse e diarree e ipertensioni. In qualche modo, confuso e obliquo, il paziente sa tutto questo. E anche quando ripone un’ingiustificata fiducia nell’uomo che lo sta valutando e nelle sue conoscenze, nel momento in cui compie i primi passi all’aria aperta- -finalmente libero dalla mefitica atmosfera ambulatoriale – sa di essere stato preso in giro e sa anche di non aver modificato minimamente la propria condizione. Unica certezza è la prescrizione, che tiene ben stretta in mano, qualche volta delicatamente protetta da una antica busta spiegazzata. 

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