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PAVEL A. FLORENSKIJ – FILOSOFO DEL LOGOS

Florenskij 2

La vita vola via come un sogno e spesso non riesci a far nulla prima che ti sfugga l’istante della sua pienezza. Per questo è fondamentale l’arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale: colmare ogni istante di contenuto sostanziale, nella consapevolezza che esso non si ripeterà mai più come tale.”

( Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo la postfazione del libro “Vita e razionalità in Pavel A. Florenskij” di Vincenzo Rizzo)

 Pavel A. Florenskij – filosofo del Logos

 Di Lubomir Zak

Zak

Pavel A. Florenskij è in Italia ormai di casa, nonostante, a differenza di molti intellettuali russi del suo tempo, tra cui gli amici V.F. Ern e V.I. Ivanov, egli non abbia mai visitato il “bel paese”. Grazie all’appassionato e costante impegno di numerosi studiosi, sono state tradotte e pubblicate in lingua italiana tutte le sue principali opere – con l’eccezione della Filosofia del culto – insieme ai suoi ricordi Ai miei figli. Memorie di giorni passati (2003, 20092) e alla sua corrispondenza dalla prigione e dal gulag Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag, del grande matematico, filosofo e sacerdote russo (2000, 20062), testi la cui capillare diffusione è promossa dalla casa editrice Mondandori. A ciò si aggiunge un’ampia e positiva ricezione che Florenskij e la sua eredità di pensiero godono presso i numerosi lettori italiani. La loro cerchia non si restringe agli specialisti in filosofia, teologia o scienze naturali, ma include anche coloro che, per un motivo o l’altro, si sono imbattuti, spesso casualmente, nel genio russo e sono rimasti colpiti dalla sua straordinaria, quasi ‘magica’, abilità di descrivere e di raccontare ciò che è ovvio, quotidiano, ciò che si dà per scontato in quanto appartiene intrinsecamente all’esperienza della vita, e, allo stesso tempo, dalla sua maestria nel saper introdurre in quei luoghi che custodiscono e manifestano la misteriosa anima del reale e il senso più profondo di ogni esistenza. Proprio per tali abilità e maestria, Florenskij è in Italia non solo sempre più letto e conosciuto come uno dei più grandi pensatori del Novecento, ma è anche amato, stimato e seguito come testimone credibile e convincente di uno sguardo mistico sul mondo, capace di infondere speranza ed energie nuove. Non va dimenticato, poi, che negli ultimi due decenni sono state pubblicate, in lingua italiana, alcune importanti monografie dedicate al suo pensiero. Sia per il loro numero che per la loro qualità, gli studi italiani dedicati a Florenskij hanno ormai raggiunto, se non in alcuni casi persino superato, le ricerche degli studiosi russi, tedeschi e americani, rappresentando un contributo di alto livello scientifico alla conoscenza dell’eredità intellettuale e spirituale del ‘Leonardo da Vinci russo’. Tanto che essi iniziano a essere consultati come imprescindibili punti di riferimento da parte di coloro che oggi stanno avviando la ricerca florenskijana nel contesto di altre aree linguistiche, tra la quale va citata l’area di lingua spagnola.

Il volume di Vincenzo Rizzo si inserisce in tale vasta cornice del crescente interesse per l’opera di Florenskij, con l’intenzione di esplorarne in particolare il versante filosofico. Certo, quest’ultimo è stato già analizzato, a più riprese, da non pochi studiosi. Tuttavia, la sua ricca e complessa articolazione e le sue originali ispirazioni di fondo permettono, e anzi richiedono, tentativi nuovi di una ricerca ancora più mirata, attenta alle intenzioni e alle intuizioni originarie del filosofo russo; ed è appunto la consapevolezza di tali possibilità e necessità a costituire la premessa da cui muove il presente volume. Una consapevolezza accompagnata, inoltre, dal desiderio di prendere sul serio l’invito che Giovanni Paolo II ha rivolto alla filosofia e alla teologia quando, nella Fides et ratio (n. 74) riferendosi esplicitamente a Florenskij e ad altri pensatori ortodossi e cattolici, affermò: «Una cosa è certa: l’attenzione all’itinerario spirituale di questi maestri non potrà che giovare al progresso nella ricerca della verità e nell’utilizzo a servizio dell’uomo dei risultati conseguiti. C’è da sperare che questa grande tradizione filosofico-teologica trovi oggi e nel futuro i suoi continuatori e i suoi cultori per il bene della Chiesa e dell’umanità».

Florenskij 6

Il presente volume non propone uno studio sistematico della filosofia florenskijana, se con sistematico si intende il tentativo di fare una precisa ricognizione e una completa e documentata descrizione dell’ontogenesi delle sue idee e dei suoi concetti. Non perché uno sforzo del genere sarebbe inutile, superfluo, in quanto già compiuto in modo soddisfacente da altri. Al contrario; la ricerca florenskijana entrerebbe certamente in una nuova fase di sviluppo, se avessimo a disposizione studi del genere, elaborati con attenzione alla specificità della forma mentis interdisciplinare di Florenskij e prendendo in considerazione le principali coordinate contestuali che hanno influito sull’orientamento del suo poliedrico pensiero. Il fatto è che per ora, malgrado l’esistenza di lavori di indubbio valore scientifico, si è ancora distanti da un tale traguardo, dato che i loro autori si sono impegnati nell’avvicinare il filosofo russo quasi esclusivamente da due punti di vista: da un lato, consapevoli della scarsa dimestichezza del mondo occidentale con la sua concettualità, essi si sono preoccupati di elaborare un approccio piuttosto introduttivo alla filosofia florenskijana, cercando di renderla più avvicinabile tramite tentativi di individuare – a volte in maniera piuttosto forzata e approssimativa – delle corrispondenze tra di essa e le intuizioni di alcuni noti pensatori occidentali; oppure, dall’altro lato, consci della straordinaria complessità del pensiero di Florenskij, certi studiosi si sono limitati a esaminarne soltanto un singolo aspetto tematico connesso, nella maggior parte dei casi, con gli interessi specialistici dell’estetica, della filosofia del linguaggio e della filosofia della scienza.

Florenskij 3

L’autore del presente volume non ha l’ambizione di capovolgere tale stato di cose. Avvertendone però i limiti e in sintonia con gli sforzi di qualche altro studioso, vuole preparare il terreno per un suo superamento. È auspicabile che il lettore ne sia consapevole e che apprezzi tale intenzione, non lasciandosi confondere o distrarre dall’impressione di una certa frammentarietà della riflessione di Rizzo sulla filosofia di Florenskij. Colui che l’avvertisse, dovrebbe sapere che essa non è altro che una sorta di illusione ottica causata da una precisa e certamente legittima scelta di metodo (con la quale, tra l’altro, si è identificato lo stesso pensatore russo, quando definì il suo celebre saggio La colonna e il fondamento della Verità un insieme di «abbozzi, scritti in tempi e stati d’animo diversi»1); una scelta appartenente al genere di quelle opere che – come nel caso di numerose creazioni filosofiche, letterarie o musicali, del passato e del presente –, tentano di descrivere l’oggetto tematico chiave e di incarnare la loro idea ispiratrice con il ritmo di una meditazione scandita in più tappe, componendo un mosaico formato da numerosi tasselli di differente grandezza e coloritura.

Quali sono tali oggetto e idea nella composizione di Rizzo? La risposta la offre il titolo del volume: Vita e razionalità in P.A. Florenskij. Esso intende indicare non solo due argomenti filosofici considerati di estrema importanza da parte dello steso Florenskij, ma prima di tutto quell’approccio alla sua filosofia che mette in luce ciò che in essa è, sia dal punto di vista tematico che epistemologico, assolutamente centrale e di evidente valore prospettico. Un approccio che dà la possibilità di penetrare nel cuore delle più importanti e ingegnose teorie del pensiero florenskijano e di cogliere la loro intrinseca complementarietà, rimarcata dal filosofo in una delle ultime lettere dal gulag (21 febbraio 1937) con le parole: «Che cosa ho fatto per tutta la vita? Ho contemplato il mondo come un insieme, come un quadro e una realtà unica, ma in ogni istante o, più precisamente, in ogni fase della mia vita, da un determinato angolo di osservazione. Ho esaminato i rapporti universali in un certo spaccato del mondo, seguendo una determinata direzione, in un determinato piano, e ho cercato di comprendere la struttura del mondo a partire da quella sua caratteristica, di cui mi occupavo in quella fase. I piani di questo spaccato mutano, tuttavia un piano non annulla l’altro, ma lo arricchiva, cambiando: ossia con una continua dialettica del pensiero (il cambio dei piani in esame, con la costante dell’orientamento verso il mondo come un insieme)»2.

A questo punto occorre, seppur brevemente, specificare in quale maniera le due parole del titolo – vita e razionalità – esprimano il cuore di tutto il pensiero di Florenskij: il suo orientamento di fondo e la sua impostazione epistemologica; per fare ciò dovrò, ovviamente, chiarire quale è il contenuto semantico che il pensatore russo conferisce alle due parole. Prima però, desidero fare una veloce puntualizzazione; se, da un lato, è vero che le parole del titolo sono in grado di aiutarci a comprendere la specifica impostazione della proposta filosofica di Florenskij e l’originalità dei suoi contenuti, dall’altro è altrettanto vero che esse devono essere comprese alla luce di quella che è la caratteristica di entrambe, ossia al fatto che i loro rispettivi significati richiedono di essere interpretati non come due elementi a sé stanti, ma in reciproca connessione. Lo richiedono per un motivo di natura strutturale, dato che le due parole, o più precisamente, i due termini, nella loro diversità colgono ed esprimono la stessa e identica res, individuata sul piano ontologico del reale. È in questa prospettiva che dev’essere compresa l’attenzione al nesso tra la vita e la razionalità, che guida Florenskij nelle sue riflessioni filosofiche, teologiche e scientifiche. E, allo stesso tempo, stanno qui, nel proporre e nell’adoperare tale via di interpretazione del pensiero florenskijano, il merito e l’originalità del volume di Rizzo.

Vincenzo Rizzo

Cosa intende dunque Florenskij per vita e razionalità? E in che senso si può parlare di un loro nesso?

La parola ‘vita’ evoca ad un conoscitore del pensiero florenskijano immediatamente alcuni passaggi delle opere La colonna e il fondamento della Verità e Ai miei figli. Memorie di giorni passati, nelle quali il filosofo elogia la realtà del vivere come carica di mistero, mai conoscibile fino in fondo e perciò impossibile da definire. Per lui la vita «è infinitamente più ricca delle definizioni razionali e perciò nessuna formula può contenere tutta la pienezza della vita»3. Va detto che un’idea del genere non ha niente a che vedere con un ‘vitalismo’ di ispirazione esoterico-spiritualista, né tanto meno con un ‘vitalismo’ di tipo naturalista. Il suo contenuto è di natura metafisica. Dire ‘vita’ significa, infatti, indicare che qualcosa o qualcuno è in essere, perché partecipa sostanzialmente a una realtà data – che è qui indipendentemente dalle cose e dalle persone – la quale, nella sua necessaria concretezza e fisicità, è portatrice e custode di una sorta di comune natura metafisica. Una delle conseguenze di tale concetto di vita è la convinzione, presente in Florenskij, dell’esistenza di una comune parentela cosmica: tra tutte le persone, tra le persone, la natura e tutto l’universo. Essa nasce dal presupposto secondo cui la vita è un luogo caratterizzato dall’appartenenza – di ognuno, di tutti e di tutto – ad una comune radice di origine divina, ossia alla Luce senza tramonto, i cui infiniti raggi brillano realmente nelle profondità delle cose e nell’interiorità delle persone, al punto che è possibile affermare: «Tutto ciò che viene manifestato [ossia: messo in essere] è luce» (cfr. Ef 5,13), e perciò «ogni essere è luce»4. Parlando in questi termini, che evidenziano l’esistenza di un nesso vitale e sempre attivo tra Dio Creatore e la Sua opera, Florenskij si presenta come predicatore della bontà ontologica di tutto il reale – incluso il ‘mondo’ degli uomini – collocata dal Creatore nelle misteriose profondità del cuore e coincidente con ciò che è autenticamente oggettivo, universalmente valido, perché vero e bello in ogni momento e situazione.

Non è certo questa la sede per spiegare in modo dettagliato che il filosofo russo non intende mai identificare le cose e le persone con la Sorgente della luce e che queste ultime sono, per lui, ‘solo’ luoghi concreti del manifestarsi della luce. Eppure si tratta di una precisazione importante, visto che egli, poggiando la sua filosofia su una ‘metafisica della luce’, arriva di conseguenza a parlare della presenza di un’oggettività veritativa nel grembo stesso della vita: la presenza di una razionalità (logica) universalmente valida e vera, scolpita nella pietra della struttura portante dell’essere delle cose e delle persone umane. Infatti, se tutto ciò che esiste, per il fatto di essere in vita e di essere da essa sostenuto, è la luce, allora è anche verità. Resta inteso che quest’affermazione può essere compresa solamente nel senso appena spiegato sopra: vivendo, l’uomo partecipa a una razionalità strutturale, custodita dal suo stesso essere, quale riflesso di una ‘razionalità originaria’, divina, di una logica in cui si manifesta il mistero dell’essere della Sorgente di vita divina. È in questa prospettiva che va interpretata la concezione florenskijana del termine ‘razionalità’.

Florenskij 4

Come emerge molto bene dalle pagine del presente volume, se Florenskij critica alcuni filosofi moderni (Kant in primo luogo), il motivo è la tendenza, che egli intravede in loro, di considerare la ragione una sorta di luogo sorgivo della verità, con la presunzione di poter definire quest’ultima a partire dalla propria soggettività conoscitiva, arrivando a identificare la verità con la ‘conoscenza metodica’, «fatta di giudizi sintetici a priori»5. Ciò non vuol dire che egli voglia essere il propugnatore di un ‘pensiero debole’ o che la sua idea dell’uomo, come soggetto conoscente, sia contaminata da un cupo pessimismo antropologico, affezionato all’idea dell’uomo corrotto, imprigionato nelle reti del peccato di Adamo. Florenskij, nel considerare la ragione e le potenzialità conoscitive di cui essa dispone, è sostenitore di una via media, percorrendo la quale si trova in sintonia con molti intellettuali cristiani, tra i quali Lutero, teologo che egli cita proprio in riferimento alla questione circa le possibilità conoscitive della ragione. Mi riferisco a quelle parole del Riformatore che, da una parte, sottolineano che la ragione «è la cosa per eccellenza, il capo di tutte le cose, migliore di tutte le altre in questa vita, qualcosa di divino»; ma che, dall’altra, fanno capire che essa «non sa di essere una simile maestà a priori, ma soltanto a posteriori», nel senso che soltanto alla luce della Rivelazione di Dio la ragione riesce a capire che la vera fonte, la causa efficiente, del tutto è il Dio creatore, la Sua intelligenza6. Quindi, se la ragione non viene illuminata dalla luce della Verità (dalla Rivelazione di Dio), essa, lasciata sola a se stessa, «non può insegnare [quanto alla Verità e alla propria ‘salvezza’ come ragione, consistente nel suo adeguarsi alla Verità – L.Z.] se non le tenebre della propria cecità e ignoranza»7.

Utilizzando accenti simili, Florenskij definisce la ragione, chiusa nella sua autonomia e presuntuosamente soddisfatta delle sue potenzialità conoscitive (da lei considerate normative per il discorso veritativo), un ubriaco che da solo non riesce a mantenere l’equilibrio e che cade ora da una parte ora dall’altra. Tuttavia, appena denunciato il soggettivismo razionalista, il filosofo russo individua nelle capacità logiche, razionali dell’uomo alcune dinamiche strutturali che sono in piena corrispondenza con le dinamiche di quella ‘logica/razionalità originaria’ di cui la vita è una silenziosa e sapiente portatrice e testimone. Da questo punto di vista egli scorge nella ragione, illuminata dalla fede in Dio creatore che sostiene l’opera delle Sue mani, uno strumento senza pari che rende possibile all’uomo di vivere in modo consapevole la partecipazione al mistero della vita, potendo sperimentare, in sé – proprio grazie alla sua razionalità – la manifestazione concreta dei riflessi di una luce lontanissima e insieme molto vicina: la Luce della Verità.

Florenskij

Dunque, si capisce dove Florenskij intravede il nesso tra vita e razionalità e come definisce il loro punto di intersezione. Egli lo intravede, infatti, sul piano dell’ontologia ed è sempre nella prospettiva dell’ontologia che cerca di cogliere e di descrivere il fatto e il significato del legame tra le due realtà, sottolineando che ognuna è sostanzialmente legata all’altra e in essa si esprime. Si tratta di un legame sussistente su due livelli distinti ma tra loro connessi: da un lato, esso caratterizza la ragione umana e la vita nelle condizioni di contingenza; riconoscere la sua esistenza significa affermare – spiega Florenskij – che «la ragione partecipa dell’essere e l’essere della razionalità», e quindi che «l’atto del conoscere è non solo gnoseologico, ma anche ontologico, non solo ideale ma anche reale»8. Dall’altro lato, il legame tra vita e razionalità caratterizza anche la ‘sfera’ del transempirico: il mondo dell’Eternità, ‘sfera’ che fonda la possibilità ontologica del legame tra le due realtà nelle condizioni di contingenza. Infatti, questo legame non ci potrebbe mai essere, se non esistessero la Vita e la Ragione (il Logos) eterni e la loro sostanziale unione. Non è affatto marginale aggiungere che Florenskij inserisce la riflessione su di esse nel quadro di una sua originale metafisica trinitaria, esposta in La colonna e il fondamento della Verità. Ciò che ora mi preme di ricordare è che, in alcune condizioni, l’atto di conoscere, compiuto da parte della contingente ragione umana, può corrispondere con l’entrare – che è comunque sempre un atto di grazia: il rapimento – nello spazio del legame trinitario tra la Vita e la Ragione eterne, spazio della vera e immutabile oggettività.

Questo quadro di molteplici nessi esistenti tra le due sfere – contrassegnato dal misterioso ‘abitare’ della sfera transempirica, divina, in quella contingente (cfr. Ap 17,28) e, insieme, dalla possibilità del suo avvicinamento da parte della ragione – si trova espresso in modo sintetico nel concetto che Florenskij ha della verità. Non penso soltanto alla distinzione tra la Verità assoluta (o «il Soggetto della Verità») e le molteplici verità contingenti (filosofiche, scientifiche ecc.), da lui rigorosamente rimarcata nei suoi testi con l’uso del maiuscolo e del minuscolo, ma prima di tutto all’idea di definire la Verità come Istina (e non semplicemente Pravda), ossia come una realtà viva e appartenente alla vita, e in quanto tale, come una condizione essenziale di esistenza. Per Florenskij ogni uomo, per il fatto stesso di vivere, può entrare in comunicazione con la Verità, potendola avvicinare nell’interiorità del proprio cuore, quali che siano la cultura e la religione cui appartiene. Occorre ricordare che la concezione della Verità come realtà viva non è certo un’invenzione del nostro filosofo, in quanto in Russia era stata proposta già dai padri dello slavofilismo. Ciò che è caratteristico è invece la sua insistenza sulla necessità di interpretare tale concezione in chiave rigorosamente ontologica. Egli, cioè, è fermamente convinto che la Verità abita, ‘vivendo’, nel cuore (ossia, sul piano della struttura più profonda) degli esseri creati, cosicché si può constatare che tutto ciò che esiste è imparentato con essa, essendo in qualche modo misteriosamente partecipe alla Sua vita. Anche in questo caso bisogna sottolineare che un simile concetto è concepibile solo all’interno della metafisica trinitaria di Florenskij, una metafisica che tenta di sviluppare, filosoficamente, la teologia del Logos/dei logoi, elaborata dai Padri greci, in particolare da san Massimo il Confessore. Infatti, la convergenza tra la metafisica e l’ontologia del Logos/dei logoi di san Massimo e le intuizioni filosofiche di Florenskij è un dato di fatto che spicca a prima vista; tanto che alcuni capitoli di La colonna e il fondamento della Verità sembrano essere un commento ai testi di questo Padre, come ad esempio l’Ambiguum n. 7 e n. 41. La penetrazione del filosofo russo nel tema della partecipazione strutturale del cosmo, e in particolare dell’uomo, al mistero trinitario del Logos divino è tale, che san Massimo non avrebbe certo esitato ad annoverare anche lui tra i «seguaci e servitori del Logos», abili e santi maestri dell’iniziazione «nella gnosi della realtà»9.

Florenskij 5

La lettura del presente volume deve inserirsi in questa cornice ermeneutica, richiamata in primo piano da ognuna delle sue tre parti. La prima parte è una documentata descrizione del contesto storico-culturale in cui Florenskij sviluppa la propria filosofia, maturata attorno all’intuizione di anteporre al razionalismo filosofico e al positivismo scientifico – da lui accusati di avere una concezione riduttiva del reale – un ‘pensiero complesso’, fondato su una percezione integrale, ossia empirico-metafisica del reale. Viene messo in luce che egli non rinuncia mai a tale filosofia, nemmeno quando dopo la rivoluzione del 1917 inizia a correre seri rischi a causa della sua impostazione dichiaratamente cristiana, e che il suo tragico arresto e la sua condanna sono, in effetti, il pegno che egli ha dovuto pagare per aver avuto il coraggio di introdurla persino nelle ricerche scientifiche, condotte su incarico del governo sovietico.

La seconda parte del volume riflette sul rapporto di Florenskij con due filosofi, da lui sentiti come particolarmente vicini: S.N. Trubeckoj, suo professore di filosofia antica all’Università di Mosca, e V.F. Ern, amico e compagno di studi al liceo di Tbilisi. Nonostante ognuno dei due abbia influito in modo differente allo sviluppo del pensiero di Florenskij, entrambi hanno offerto un contributo indispensabile alla maturazione della sua vocazione quale filosofo del Logos: Trubeckoj con le ricerche attorno al Logos nella filosofia antica, pubblicate nel saggio La dottrina del Logos nel suo sviluppo storico (1900), Ern con il ‘logismo ontologico’ (l’ontologia del Logos), proposto come orientamento filosofico in La lotta per il Logos (1911), un’opera che andrebbe esaminata a fondo da ogni studioso di Florenskij. La successiva riflessione di questa seconda è strettamente connessa con quanto detto su Trubeckoj ed Ern; essa, cioè, fa capire che l’ampia presenza della filosofia antica nel pensiero di Florenskij – caratterizzata da un’interpretazione del tutto particolare e non da tutti condivisa di Platone – è legata anch’essa all’idea del ‘pensiero complesso’, da lui chiamato ‘idealismo concreto’ o, semplicemente, ‘platonismo’.

Nella terza parte del volume l’autore presenta alcune tematiche epistemologiche e filosofiche centrali del pensiero florenskijano, includendo la trattazione su un tema che mette a dura prova l’‘ottimismo ontologico’ del nostro filosofo: quello dell’esistenza del male. Come, però, viene ben spiegato, Florenskij è riuscito a individuare una soluzione del problema del male che, oltre ad essere pienamente coerente con l’intuizione di fondo e le linee di sviluppo di tutto il suo pensiero, gli ha permesso di affrontare con coraggio i momenti drammatici della sua vita; quando, da prigioniero del terrificante gulag delle isole Solovki, costretto a vivere fuori degli ‘spazi sacri’ a lui connaturali (a vivere, cioè, senza la possibilità di celebrare la divina liturgia e senza la presenza dell’amata famiglia), ha continuato a leggere nel misterioso libro della Natura – natura umana inclusa – e a intravedere e a venerare in esso le scintille del Logos eterno.

Florenskij 7

La coerenza tra il pensiero e la vita conferisce a Florenskij un fascino che spontaneamente conquista la maggior parte di coloro che vengono a contatto con la sua opera. Sono persuaso che il bel volume di Vincenzo Rizzo contribuirà ad incrementare il loro numero, ma anche che convincerà alcuni di loro ad intraprendere la via della ricerca, in quanto lo studio della ricca eredità del pensiero florenskijano è un cantiere molto ampio e dalle molteplici possibilità.

1 P.A. Florenskij, La colonna e il fondamento della Verità, Rusconi, Milano 19982, p. 35.

2 P.A. Florenskij, «Non dimenticatemi». Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Oscar Mondadori, Milano 2006, pp. 379-380.

3 P.A. Florenskij, La colonna, cit., p. 194.

4 P.A. Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona, Adelphi, Milano 19903, p. 164ss.

5 P.A. Florenskij, ragione e dialettica, in N. Valentini, Pavel A. Florenskij, Morcelliana, Brescia 2004, p. 99.

6 Cfr. M. Lutero, Disertatio De nomine (1536), in WA 39, 1,175.

7 M. Lutero, Il servo arbitrio (1525), Claudiana, Torino 1993, p. 367.

8 P.A. Florenskij, La colonna, cit., p. 114.

9 Massimo il Confessore, Ambigua, Bompiani, Milano 2003, p. 454.

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