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BENEDETTO CROCE E LA LETTERATURA LATINA PARTE 2

A

Di Sandro De Fazi

Giovenale poeta o non poeta? Una chiave del dilemma è intanto nella sua ipocrisia, nel compiacersi del degrado circostante come a pretendere per sé una promozione sociale per abbrutirsi a sua volta doviziosamente senza, in realtà, poterlo fare. E senza la grazia favolistica, benché modesta, del rassegnato Fedro, veri esempi antipedagogici entrambi, Fedro ambizioso senza strumenti letterari complessi, l’altro a farsi male da sé nella propria delirante e compiaciuta messinscena.BLe invettive di Decimo Giunio Giovenale erano mediocri, piene di livore per la condizione esistenziale e sociale subalterna o a livelli di intermedia indigenza, senza la distanza critica e la rivendicazione etica che Orazio aveva saputo elaborare, con ben altri risultati estetici, in un momento storico non poi tanto diverso. La vita quotidiana di Giovenale era, scrive Luca Canali, «ridotta a un letamaio senza fetore, cioè a una putredine privata persino della sua forza repulsiva, o a una purezza immaginaria di tradizioni contadine e plebee senza profumo, cioè insidiate dal dubbio sulla loro stessa validità, distrutte da un punto interrogativo blasfemo» (Identikit dei padri antichi. Sedici scrittori latini e cristiani, Roma 2010, p. 141). Marziale, costretto all’adulazione ricorrente per le difficoltà economiche – o, meglio, nell’indignatio di essere a corte ma di non occupare un posto di cortigiano di rilievo – incontra invece l’approvazione crociana e il riconoscimento che la critica maggiore assegna ai suoi epigrammi.

I governi di alcuni imperatori (Traiano e Adriano) furono saggi, ma la corruzione del mondo è stata sempre la stessa: Giovenale si guarda dal colpire il princeps di turno e satireggia contro la cosiddetta “società” contemporanea, ma la sua critica del presente è inadeguata. Il conformismo accademico dei Flavi non era più corrotto dei regimi successivi e precedenti, fin dalla tarda repubblica e da prima. Lo sdegno di Canali contro Giovenale, «declamatore incanaglito» e «tragico pagliaccio» (op. cit., p. 155) è tale da far tornare alla memoria quello di Adriano secondo la leggenda che vuole il poeta – la cui opera è caratterizzata dalla tautologia (Friedländer) e dall’enfasi declamatoria – «poeta di grande potenza descrittiva e immaginifica quando sente l’’orrido’, è veramente poeta quando è preso dal fascino del vizio» (Fabio Cupaiuolo, Storia della letteratura latina, Napoli 1994, p. 379) – esiliato da Roma per indegnità morale e nichilismo.

La famosa trasfigurazione che ne ha fatto Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano conferma questo giudizio: «ne avevo abbastanza di quel poeta ampolloso e corrucciato, non mi piaceva il suo grossolano disprezzo per l’Oriente e la Grecia, le sue affettate simpatie per la cosiddetta austerità dei nostri padri, e quel miscuglio di descrizioni particolareggiate del vizio e declamazioni inneggianti alla virtù che stuzzica i sensi del lettore e ne rassicura l’ipocrisia. Nella sua qualità di letterato, aveva diritto però a certi riguardi, e lo feci chiamare a Tivoli per comunicargli di persona il decreto d’esilio. Questo spregiatore del lusso e dei piaceri di Roma ormai potrà studiare sul posto i costumi della provincia; i suoi insulti a Paride avevano segnato il termine della sua commedia.»

Anche Croce, rifacendosi al Marmorale, conviene che Giovenale «non è né una grande mente né una grande anima» (Poesia antica e moderna, p. 104). E «non è, a parlare propriamente, un poeta, perché del poeta gli mancano l’abbandono, l’ingenuità, e con ciò stesso l’elevatezza e la superiorità» (ibidem). Ma per lui non è il caso di degradarlo a vano retore.Siamo nel pieno della non poesia, sennonché Giovenale non voleva far poesia: pur arrivando infine a una stroncatura, Croce fa di tutto per salvarne il salvabile, non gli riserva l’acredine che usa incomprensibilmente contro Giacomo Leopardi. Sia pure in nota, non si lascia nemmeno scappare l’occasione di sbeffeggiare Amore e morte, accostandogli a più riprese il diario 1838 di Anna Giustiniani, amante del conte di Cavour: “Je veux mourir, mourir! mot plein de volupté et de charme! Mourir! Oui, mourir et bientôt, je l’espère, avant que l’année soit écoulé, mon plus ardent désir sera accompli” (op. cit., p. 376, n. 1)… Bisognerebbe indagare ulteriormente sulle ragioni di tanto forsennato “odio critico”; poi i versi della bellissima fanciulla piacevano tanto a Sandro Penna. Ma Croce, scrittore coinvolto anche pedagogicamente coi suoi lettori, non li vuole nel ruolo passivo di discepoli pedanti né ha bisogno di crociani o anti-crociani a suo incondizionato sostegno o a implacabile antitesi:

«Non prenderò le difese del Croce – scriveva già Raffaello Franchini – come non prenderei le difese di Kant o di Hegel, trattandosi di un classico della filosofia, il quale si difende benissimo da sé, pur se debba temere ovviamente, come tutti i classici, i pericoli autenticamente fastidiosi dei ripetitori e di quanti parlano per sentito dire o per ostilità preconcetta» (L’oggetto della filosofia, Napoli 1973, p. 104).

E questo discorso vale per il Croce critico letterario, il suo giudizio negativo su Leopardi non deve essere necessariamente il nostro. Giordani aveva conosciuto la Giustiniani nel 1840 e non a caso la soprannominava “la Leopardina” (morirà suicida l’anno successivo): Leopardi pur volendo mourir mourir non si è mai suicidato, anche se, daccapo, secondo Croce, non incline all’indulgenza pur riconoscendo il valore degli scritti filologici del recanatese, attuò un suicidio interiore nei versi di A se stesso.

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CÈ necessaria preliminarmente una scomposizione mentale delle altre opere foscoliane e per le Grazie appellarsi, con un certo esoterismo “snob” classicistico-oraziano (quid oportet / nos facere a volgo longe longeque remotos?, cfr. Luca Canali, op. cit., p. 83, dove questi versi di Sermones, I, 6, 17-18 sono definiti «interrogazione snob» e n. 3, p. 90, per la trad. it. di Ettore Romagnoli: «Che mai dovrò fare io, che vivo lontano dal volgo / le mille miglia?»), alla sensibilità dei lettori competenti.

Le non concluse Grazie sono il capolavoro foscoliano proprio in ragione della loro incompiutezza sul piano formale (cfr. anche Matteo Palumbo, Foscolo, Bologna 2010, pp. 97-115). Essa rimanda alla loro sostanziale unità non presente allo stesso grado nelle altre pur notevoli opere. La sapienza ha biondeggiamenti e occhi azzurri, ma la dea non è desiderabile, non è lecito amarla bensì solo restare incantati davanti a lei (non si può amare una divinità): piuttosto, è Venere a presiedere altri simposi, e «aggiogando i passeri, scendea / Venere dall’Olimpo, e delle sue /ambrosie dita le tergeva il pianto». La funzione delle Grazie è nel superamento del tumulto affettivo, lo stato frammentario è una necessaria apparenza, subito smentita dalla verità del loro carattere unitario.

Foscolo non aveva finito ma aveva terminato e, se pur avesse legato i frammenti, non avrebbe raggiunto maggiore bellezza, secondo Croce e, aggiungiamo, i risultati estetici non sarebbero migliorati se Virgilio avesse completato i puntelli e rivisto l’intero poema, tanto più che i difetti erano visibili a lui soltanto.

Di più: non è lecito definirli neppure “frammenti”, come ancora viene rivendicato da parte della stessa retorica pedante lamentata da Croce ai suoi tempi perché la verità delle Grazie«è in realtà nient’altro che l’organismo poetico vivo, l’unità poetica vera e genuina, la quale conviene asserire e far valere contro l’altra delle opere congegnate, che sole i sopraddetti retori stimavano unitarie e che i lettori sensibili e intendenti scompongono mentalmente in poesia e non poesia» (Poesia antica e moderna, p. 373).

* * *

DLeopardi trovò a Napoli, eccettuata la scuola del Puoti e la presenza in città del Margaris frequentato da lui e da Antonio Ranieri, una situazione della filologia classica e della papirologia ercolanese a dir poco disastrosa e che fu deplorata anche da Winckelmann, Goethe (nel Viaggio in Italia) e Baretti, per non parlare degli scavi borbonici di Pompei. Certo la filologia non è poesia, ma prima di attaccarlo così impietosamente Croce avrebbe dovuto considerare che per Leopardi la critica testuale era uno strumento della poesia e lui era stato un grande filologo, sia pur «filologo in senso totale» secondo la celebre definizione di Fischetti (anche su questo aspetto Timpanaro, Binni e Luporini sono riusciti a capovolgere la formula desanctisiano-crociana dell’idillio, ma il problema per l’idealismo crociano era che Leopardi apprezzava Platone solamente come artista). Fu stimato all’estero soprattutto da Niebuhr mentre de Sinner cercava di far stampare a Parigi qualche suo scritto e peraltro, nella corrispondenza epistolare con lui, forse per entrare nel circuito emotivo dell’interlocutore, leopardeggiava. Restano fondamentali il πρόσωπον τηλαυγές, le traduzioni da Teofrasto nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri, le osservazioni su Celso, sul Convivio di Senofonte e sul Περὶ ὕψους dello Pseudo-Longino. Anzi, nel discorso sulla Batracomiomachia dello Pseudo-Omero, introducendo i Paralipomeni e ritornando così a un amore giovanile, esponeva la tesi geniale che attribuiva il testo greco a un imitatore di Mosco, dunque collocandolo nella tarda età ellenistica. Ma de Sinner pubblicò in Germania gli Excepta ex schedis criticis Jacobi Leopardii Comitis (“Rheinisches Museum”, 1835, ripubblicati in “Athenaeum” nel 1924 da Donati) e il Thilo nel suo Codex apocryphis Novi Testamenti citava il recanatese giovanile dei Novi Testamenti Apochrypha mentre per lo stesso Nietzsche, insigne allievo di Friedrich Ritschl (ripreso nell’operetta morale delle mummie), Leopardi era «l’ideale moderno di un filologo; i filologi tedeschi non sanno far niente».

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Marcello Gigante, riferendosi al passo: «Bisogna vivere εỉκῇtémere, au hasard, alla ventura», contenuto in Zib., 2529 (30 giu. 1822), ha asserito: «Non credo al Lonardi che pur avendo bene scritto: “Leopardi ha sentito più di quel che si usi notare l’attrazione e il rimpianto di una vita libera dalla finalizzazione, paga del presente e di una speranza abbandonata e vitale” fa risalire l’accezione di εỉκῇ all’omerico αὔτως “così come si sia εỉκῇ”: tale presunta ascendenza omerica è errata (Cf. A Greek-English Lexicon, compiled by H.G. Liddel and R. Scott, revised and augmented throughout by sir H. Stuart Jones, with a revised supplement, Oxford 1996, s.v.αὔτως: i grammatici distinsero αὔτως ‘similmente’ da αὔτως ‘invano’). Né può valere la presunta autorità dello stesso Leopardi il quale nello Zib., 4224 chiosa αὔτως di Arato (Fenomeni, 107): “’così’, come si sia, εỉκῇ”. Ma in Zib., 2529 Leopardi ha scritto “bisogna vivere εỉκῇ”, non αὔτως. Egli, credo, aveva letto il v. 979 dell’Edipo Re di Sofocle:

εỉκῇ κράτιστον ζῆν, ὅπως δύναιτό τις»

(cfr. Marcello Gigante, Leopardi e l’antico, introduzione di Matteo Palumbo, Napoli 2002, pp. 52-53).

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1 commento

  1. Smithd438 ha detto:

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