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GLI ETRUSCHI NEL LAZIO: RITROVATE A VULCI DUE MANINE D’ORO E ARGENTO

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Di Maria Orsola Castelnuovo

Quando si parla di Etruschi, il primo richiamo è immediatamente alla Toscana: ricordiamo subito il Museo di Volterra, poi quello di Cortona e via via altri reperti, altre tracce, di cui abbiamo appreso a scuola.Se ci chiedono chi e quando ha fondato Roma, la risposta è pronta e sicura: Romolo, nel 753 a. C., e qualcuno ricorda perfino che si trattava del 21 aprile.

Tutto da rifare: ormai sono anni che gli studiosi sostengono un’altra versione. Werner Keller, nel suo LA CIVILTA’ ETRUSCA (Garzanti. MI. 1981) afferma: ‘E’ scientificamente comprovato che la città eterna fu fondata da un re etrusco, Tarquinio Prisco, nel 575 a. C.

Certamente, si sa dalle scoperte archeologiche che questo popolo non si limitò alla Toscana, ma occupò tutta la penisola ora italica, la vera parte di penisola, cioè quella che si protende nel mare, dal Po fino alla Calabria.

E il Lazio è una delle terre maggiormente foriere di reperti: pensiamo solo alle tombe di Tarquinia e Cerveteri, a quelle meno note di Tuscania. E mi scuso se è poco… Certo, ci si è arrivati di recente. D.H. Lawrence ha dovuto compiere non poche peripezie per vederne qualcuna, con falcetto, piccone, accompagnato con un carro guidato da contadini, e questo nel 1927, in epoca civile e colta, come ben descrive nel suo libro-diario LUOGHI ETRUSCHI.

etr2Proprio nel Lazio, l’attività archeologica continua e con ottimi risultati.

Leggiamo in proposito sul quotidiano viterbese ONTUSCIA nel numero del 19 giugno 2013:

MONTALTO DI CASTRO – Un altro importantissimo reperto archeologico è stato scoperto durante gli scavi alla necropoli dell’Osteria a Vulci.

Questa volta si tratta di una coppia di mani in lamina d’argento di grande raffinatezza: le unghie sono evidenziate da sottili lamine d’oro, mentre altri particolari farebbero pensare ad ulteriori elementi decorativi, sempre in oro. Si tratta dell’unico esemplare in argento di una produzione in bronzo tipica di Vulci.

Questi oggetti appartenevano con molta probabilità a simulacri che, rispondendo all’esigenza di ricostituzione del corpo del defunto dopo la morte, venivano posti nella sepoltura insieme ad altri elementi del corredo funebre. Le indagini sono condotte dalla Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria meridionale, dirette dalla dott.ssa Alfonsina Russo, e coordinate dai funzionari Patrizia Petitti e Simona Carosi, in collaborazione con Carlo Casi, direttore della Mastarna, la società che gestisce il parco di Vulci.”

Il ritrovamento è stato oggetto di un dibattito durante il convegno “Etruria in progress”, che si è tenuto lo stesso 19 giugno presso la Sala della Fortuna nella sede del Museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Già lo scorso anno, sul sito LAZIONAUTA, dedicato ai piccoli comuni della regione, usciva questa notizia:

La storia di Vulci continua a svelarsi grazie agli scavi archeologici che proseguono ininterrottamente dallo scorso mese di dicembre nella zona della necropoli dell’Osteria, situata all’ingresso del parco naturalistico archeologico. L’attuale campagna di scavo, diretta dalla Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria Meridionale ed eseguiti dalla Società Mastarna che gestisce il parco di Vulci, stanno portando alla luce un importante settore della necropoli. In pochi giorni di lavoro gli archeologi hanno individuato ben venticinque ipogei ricavati nel banco roccioso. Oltre alla tomba dalla quale proviene la sfinge già presentata al pubblico nei giorni scorsi, altri due sepolcri in corso di indagine hanno restituito il primo un frammento di statua in nenfro raffigurante un leone e il secondo la splendida testa di un’alta sfinge, di cui è ben leggibile l’enigmatico e severo profilo, venuta alla luce solo venerdì scorso. Questi scavi puntano, tra l’altro, ad ampliare l’offerta culturale del Parco di Vulci che già propone ai visitatori  straordinari esempi di tombe principesche etrusche come la celebre Tomba François e il monumentale tumulo della Cuccumella.”

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Ricordiamo che Vulci è un’antica città etrusca che oggi fa parte del territorio di Montalto di Castro, in Provincia di Viterbo, nella Maremma laziale. Fu una delle più grandi città-stato dell’Etruria, con un forte sviluppo marinaro e commerciale con Grecia e Oriente, come testimoniano i sontuosi corredi funebri ritrovati nelle necropoli adiacenti, oggi sparsi nei musei di tutto il mondo.

Nelle necropoli che circondano la città, situate nei territori di Montalto di Castro e Canino, nelle località di Cavalupo, Ponte Rotto, Polledrara, Osteria, Campo di Maggio e Camposcala, si trovano migliaia di tombe, dalle forme e tipologie diverse: fosse, tumuli, tombe a cassone, tombe a camera e tombe a corridoio. Tra le più note: il grandioso tumulo della Cuccumella (alto 18 metri e con un diametro di 75 metri), la Cuccumelletta e la Rotonda, la tomba François, situata nel territorio di Canino, quelle dei Tori, delle Iscrizioni e dei Due Ingressi. A Osteria sono presenti alcune tombe a camera caratterizzate dal soffitto scolpito, come era in uso nelle abitazioni etrusche.

Rientra anche in un Parco Archeologico Naturalistico, e il quotidiano LA STAMPA ha di recente pubblicato un invito ad una passeggiata proprio qui, per l’estate 2013, proponendo un trekking storico “alla scoperta delle testimonianze di un angolo d’Italia a cavallo tra Lazio e Toscana tra tombe, scavi e natura mozzafiato”.

Tutto questo mi fa pensare che non fossero proprio campate in aria le speranze di un segretario d’albergo conosciuto a Cortona: attendeva con ansia il momento di ritirarsi dal lavoro (e gli mancava solo qualche anno) perché si sarebbe dedicato all’attività di tombarolo. Si dichiarava sicuro che lì ogni cantina di casa nascondeva reperti o sepolcri addirittura. Contava di arricchirsi in quel modo. Non so se abbia ottenuto il suo scopo, ma di sicuro le sorprese continuano negli scavi ufficiali, come questi aperti a Vulci.

Le due manine, per raffinatezza oltre che per simbologia, si allineano ai numerosi reperti d’oreficeria, che rivelano un’abilità artigianale sorprendente, oltre ad essere testimonianza della conoscenza dei metalli, dell’esperienza e anche della ricchezza economica che caratterizzava questo popolo.

L’attuale interesse per l’antica civiltà – la prima ad affacciarsi in Europa dall’Oriente, provenendo dall’Asia Minore e approdando proprio in Italia 3.000 anni orsono – fa sperare che si potranno presto ritenere superate le affermazioni del già citato studioso Keller:

Non v’è popolo europeo che sia stato tanto maltrattato quanto gli Etruschi. Non popolo la cui eredità sia stata così sistematicamente distrutta. Quasi come se la posterità si sia ripromessa di spegnere ogni traccia del ricordo di una nazione che un tempo scrisse, con la sua azione pionieristica, il primo grande capitolo della storia dell’Occidente.”

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