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CONVERSAZIONE CON ALDO NOVE

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Di Giuseppe Emilcare

Incontro Aldo Nove, poche ore prima dello spettacolo “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese” tratto dal suo libro con il medesimo titolo, seduto nella prima fila d’una ancora vuota platea alla Festa dell’Unità di Cantù. Quando ancora la gente è poca poiché le cucine si son appena messe all’opera e quando persino le prove della compagnia teatrale sono al principio. Poggiato per terra, a fianco d’una gamba della sedia, intravedo un testo di Jack Le Goff sull’immaginario e il meraviglioso nell’occidente medioevale. E’ un’ottima occasione per trascurare presentazioni, formalità e cerimoniali vari per cominciare subito a chiacchierare.meraviglioso-e-quotidianoE’ un testo di Le Goff?

Sì, sto raccogliendo del materiale per scrivere un testo sul Medioevo.

Nel frattempo, passeggiamo alla ricerca di un luogo comodo, adatto al colloquio – obbligatoriamente aperto perché Aldo Nove fuma e perché francamente il caldo è insopportabile. L’umidità e la frescura del luogo, siamo in un bosco, assente durante il pomeriggio e perciò desiderabile, è percepibile solo dopo il tramonto.

Perché un libro sul medioevo?

Perché siamo nel medioevo.

tasse-Davvero?

No? Anzi, forse l’età di mezzo era meno oscura. Era certo più allegra; a livello di immaginario almeno, di aspettative. Pensa, oggi manca l’immaginazione, la fantasia, la prospettiva, il sogno, il desiderio; siamo davvero tutti montizzati. Non abbiamo più l’immaginario, e l’immaginario nostro è pagare le tasse, un immaginario scarso, misero. Allora è meglio credere nei santi, nei diavoli e nei fantasmi.

Simpatico questo Aldo Nove. Il dialogo si conduce un po’ da sé e s’addentra d’obbligo nella boscaglia disagevole della contemporaneità italiana. Il futuro è giunto peggiore di quel che ci si prefigurava. E per continuare la metafora vegetale, la piccola selva italica pare si sia corrotta a tal punto da sprigionare tutta la galassia di putridumi e miasmi, tanfi e fetori della vita in deterioramento.

Sfuggiremo al marciume o ci sguazzeremo ancora per anni?

Ci sguazzeremo ancora per tanti anni. Paradossalmente, mi ha fatto venire un sospiro di sollievo leggere la previsione della Cgil secondo la quale usciremo dalla crisi fra settantatre anni. Trovo terrificanti le affermazioni “usciremo presto dalla crisi o fra sei mesi”. Andiamo, è un problema strutturale grosso! Non si può dire lo risolviamo in sei mesi! Siamo in uno stato di profonda confusione ma anche di percezione che non stiamo dicendo la verità.

E la gente vuole sapere questa verità?

Bella, bella domanda. Un po’ sì un po’ no, con delicatezza. Quando uno sta in ospedale da una parte lo vuole sapere, se sta aspettando una diagnosi, dall’altra un po’ no. E’ una questione molto delicata e umana, questione soggettiva, non politica; sicuramente crea profondo turbamento non sapere. Tanto sta male, se sa sta male, se non sa sta male.

Tanto vale sapere

Forse.

Mi-chiamo-RobertaEcco, passiamo al testo “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”. De Mejer in un saggio sulla “Prosa narrativa moderna” nella Storia della letteratura italiana di Asor Rosa individua un filone determinato di opere da Svevo al Rubè di Borgese agli Indifferenti di Moravia nelle quali è centrale il tema dell’esclusione. Pensi che i tuoi personaggi, i precari del tuo libro siano anch’essi esclusi? Dalla vita e dalla volontà?

Sì, però sono esclusi di massa. Mi sembra infatti un fenomeno piuttosto attuale che è differente rispetto a quello della letteratura tradizionale o comunque del Novecento. E mi sembra legato al concetto del divide et impera. Ora, si è giunti ad una condizione di frammentazione estrema del sociale e si è perduta l’identificazione. Ad esempio quando ero piccolo, nel mio paesino, la Festa dell’Amicizia e la Festa dell’Unità erano cose forti in cui potevi identificarti. E con giochini un po’ da Don Camillo e Peppone, chi andava alla prima festa non poteva andare all’altra; poi però ci si andava lo stesso. E dunque ora manca proprio l’identificazione. In questo periodo l’unica cosa identificativa che regge è fondata sul vaffanculo.

Che è la negazione.

E’ la negazione? Non lo so, cioè manca la possibilità di identificarsi in qualcosa. Questo fa sì che la solitudine sia un fenomeno di massa. Una solitudine di massa.

Pare quasi una contraddizione.

Ma la storia va avanti per contraddizioni, dicevano Marx ed Engels.

tasse-conti-correnti-default-121355-0Si potrebbe dire che il precariato, come vita liquida, priva di consistenti appigli e della possibilità dell’identificazione di cui parlavi, sia una forma di violenza? Il discorso sul precariato potrebbe proseguire in termini differenti la denuncia della violenza che hai fatto in altre opere, ad esempio in Woobinda?

E’ una violenza concreta. Woobinda era una messinscena del delirio massmediatico, lì è ancora un caso estremo ma poi c’è stata una stabilizzazione, una normalizzazione di quella forma di delirio e quindi è diventata forse più opaca, meno eclatante. Inoltre i personaggi di Woobinda sono paradossali, sono estremi più che paradossali perché in realtà sono abbastanza normali in una realtà dove non c’è niente di normale. “Mi chiamo Roberta” invece raccoglie interviste; i personaggi sono reali e le storie sono vere. Dunque torniamo alla letteratura del Novecento: Volponi o Balestrini e chi si è occupato di letteratura operaia, quando parlava di un operaio, si riferiva ad una condizione collettiva. Oggi nel precariato ciascuno ha veramente la sua storia, quello che si arrangia facendo quattro lavori in quel modo lì, quell’altro che è aiutato dai genitori, quello che è la compagna che gli dà una mano e l’amico che lo tiene un po’ in nero nella sua officina; è difficile raccontare una storia che sia emblematica di una collettività perché è esploso…

società-liquidaVoce urlata fuori campo – le prove della compagnia teatrale sono iniziate da un po’: I LECCACULO FANNO CARRIERA! I LECCACULO FANNO CARRIERA! I LECCACULO FANNO CARRIERA!

Adesso manco i leccaculo ce la fanno.

Età davvero dura e disgraziata. Forse ha ragione Aldo Nove quando parla di medioevo? Ma continuo la conversazione.

Pensi che il lavoro precario sia una conseguenza della precarietà della vita oppure il rapporto sia da rovesciarsi? Cioè le vite sono diventate precarie perché non si ha la stabilità del lavoro e quindi della possibilità di programmare la vita oppure la vita era frammentata già prima e il precariato è stata una conseguenza? E forse la causa vera sta da un’altra parte?

Perdita di un’identità, perdita di una speranza, perdita di una collocazione sindacale, del lavoro e il crollo di un sistema che si è autodistrutto, senza cogliere il punto di limite. Basta con il superfluo, l’inessenziale, l’iniquo. Questa idea della crescita infinita. E’ una stronzata; non vuol dire assolutamente niente. E’ l’idea demenziale di chi in automobile decide di accelerare per superare una strada dissestata. Ma non è che accelerando più forte ce la fai, anzi. Ed ora riavviare i consumi. Ma che cazzo compri? Abbiamo veramente vissuto in una bolla. Il problema della nostra generazione, di chi oggi ha dai trenta ai cinquant’anni è che si è vissuti in una bolla, che è tipica magari del bambino o dell’adolescente ma che poi si è protratta. Ti rendi conto che se io penso a me come consumista mi chiedo “quanti soldi ho buttato in videocassette?”. Non so nemmeno più dove sono ora. E prima c’erano i vinili, poi dopo i cd. Cioè ad un certo punto abbiamo cominciato a comprare niente. E poi ci siamo ritrovati senza niente. Più o meno. Basta con l’inutile. Questo ci obbliga a ri-centrarci in modo sensato. Quindi non si può più delirare. Questa può essere una forzata opportunità per iniziare a costruire qualcosa, davvero.

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E in questa situazione disastrata la letteratura ha la possibilità di trasformare le cose?

Questa sarebbe la missione della letteratura. Ma in questo momento mancano i presidi culturali, mancano i luoghi comuni in cui si fa letteratura. Era bello quando c’erano le Feste dell’Unità e c’era il dibattito; non ci si ritrova più per parlare di letteratura, di filosofia. E allora tutto sembra ridursi ad un rapporto solitario tra chi scrive e i lettori. Ma la letteratura è uno strumento per comprendere la realtà come ce ne sono altri. E’ strumento umano. Ed è una cosa irrinunciabile. In questo momento è più difficile farla ma è anche importante. E’ tutto più difficile.

E tu sei un realista?

Mi piace molto Lacan che dice che il reale è l’impossibile. Ma non mi interessa la letteratura d’evasione, non mi interessano i gialli. Mi affascina la buona fantascienza perché è espressione sintomatica di una situazione particolare. Come in Dick o Don De Lillo o fino alla fantascienza classica, Jules Verne con l’entusiasmo positivistico della scienza.

Sì, era un entusiasmo, un’energia incredibile. Oggi manca quella forza. La forza di prendersi anche a cazzotti per visioni dell’arte contrapposte.

Come fai a prenderti a cazzotti? Con Pd e Pdl messi assieme? Manca una dialettica, una contrapposizione di differenti visioni del mondo. Io credo che la Chiesa, proprio con questo papa molto umano, verrà fuori forte in questo momento. E forse è stato intelligente anche Ratzinger a togliersi di mezzo, capendo le sue mancanze. Mi ha colpito la mia via, aveva tutti i negozietti sotto le abitazioni; ora hanno chiuso uno dietro l’altro e adesso ha aperto questo punto Snai. Pensavo, da agnostico, meglio andare in chiesa piuttosto che andare al punto Snai. Quantomeno in chiesa vedi bei quadri e non ti portano via tutto subito. Veramente meglio andare in chiesa. E’ comunque una forma di aspettativa. Oggi che aspetti? Che ce la fai a fine mese. Il problema è che non stiamo sognando anche perché abbiamo sognato stronzate per vent’anni, ville, escort … davvero penso sia diventato tutto un fatto quantitativo. Allora ti fai dieci donne; poi cosa c’è oltre? Te ne fai dodici. E dopo? Te ne fai quindici! Ma è una stupidaggine, non vai da nessuna parte. Ti ubriachi e poi …

papa-francesco_h_partbPoi vai all’ospedale.

Vai all’ospedale ad aspettare che ti dimettano per andare o al camposanto o a ubriacarti di nuovo.

Lo smarrimento della visione dialettica, delle visioni contrapposte credi sia da ricercare nel crollo di una di quelle visioni, la fine del comunismo sovietico con il crollo del muro e la vittoria del capitalismo? Potrebbe essere una causa? C’è in effetti una cultura dominante, vincente contro la quale non si sa cosa opporre.

Quando si usa in senso negativo la parola “divisivo” è brutto, è proprio micidiale; è importante che si sia divisivi. Partito è proprio quello, è la parte con il bisogno di trasformare. Ma se non c’è una contrapposizione fra le parti non c’è dinamica, non c’è sviluppo. L’ultima posizione forte che abbiamo sentito fra visioni contrapposte del mondo, che ci ha allarmato e ci ha messo paura, il terrorismo, è stata all’inizio del decennio scorso con il crollo delle torri gemelle. Allora c’era Al-Qaida ed era curioso perché una parte era ben visibile e l’altra non identificabile. Una specie di guerra, non tra stato e l’altro ma tra uno stato e che cosa? Le cellule impazzite. Ma anche quella cosa lì è finita, adesso. E’ stato un momento in cui c’era un nemico. Non c’è il nemico oggi e non c’è neanche l’amico.

Mi interessa il discorso sulle forme della tua scrittura. Sanguineti ti colloca a chiusura del secolo delle avanguardie; e ancora mi riesce difficile collegare il gioco e la sperimentazione dei materiali linguistici con un tipo di letteratura che agisce nella realtà sociale. Con una letteratura definibile realistica.

Ti piace la parola realismo?

Per niente perché non so cosa voglia dire.

Forse allora era più facile; oggi è più difficile. Potrei parlare, se riesco, di realismo emotivo; io cerco davvero di capire di che cosa sto parlando e di trovare un registro linguistico inventato per quell’occasione lì. Veramente detesto i generi. Cerco di plasmarmi sull’oggetto, è l’oggetto che determina la mia scrittura. Come dire io sono il vuoto che viene riempito dall’oggetto. O come se fossi una cassa di risonanza a partire dalla quale invento la forma. E “Mi chiamo Roberta” è stato funzionale a questo. Mi sono fatto da parte per far parlare gli altri. Penso che il mio amico Sanguineti forse aveva sentito questo fatto dell’invenzione linguistica, elemento questo che era caratteristico del gruppo ‘63 ovvero cercare di reinventare il linguaggio tenendo conto dei tempi; perché il linguaggio è cosa viva. Ogni volta mi chiedo “ma si dice così o si dice cosà?” ; è una roba viva. “Attimino” quindici anni fa era proprio un termine osceno. Ma se si usa. Puoi decidere che a te esteticamente non piace eppure si usa quindi c’è nei vocabolari. Spesso sento miei colleghi che sono molto legati al genere ma io no. Molto spesso sto facendo poesia e poi mi viene fuori il racconto invece che il poema.

images (1)Hai scritto con altri autori un libro di poesia e l’hai chiamato “Covers”. La poesia d’oggi ritorna alla poesia originaria, quella con l’accompagnamento musicale? I poeti, come diceva Tondelli, i più grandi poeti sono i cantanti rock?

Sono molto amico di Jovanotti, Gianna Nannini ma credo che Tondelli disse una stronzata. Il poeta è uno che riesce a mettere in crisi il linguaggio e a farlo in modo forte ed efficace coinvolgendo gli altri. Covers deriva semplicemente dal fatto che avevamo scoperto che essendo tutti amanti di musica spesso prendevamo spunto da una canzone. Ma è sbagliata proprio la formula “i più grandi poeti sono”, “la poesia è”, non c’è la poesia, ci sono le poesie.

Sono d’accordo. Non esiste la Filosofia, non esiste la Storia.

Sì, il rischio è chiudersi nel proprio cantuccio e sentirsi figo. Poi ci sono quelli super pop che “ah, no ma la poesia è De André o Jovanotti. Poi “ah, no no no quella lì che schifo, è proprio orrore, la poesia è Mario Luzi”. Smettiamola. E’ un giochino per passare il pomeriggio.

53Post scriptum: una volta alzatici e praticamente già salutati, non posso fare a meno di fare un’altra domanda. Mi pare una buona conclusione d’un colloquio con un Aldo Nove che, a rileggerlo, difficilmente risponde alle domande e facilmente sembra liquidarle con battute sagaci. Eppure mi fa pensare. E ciò mi è sufficiente.

Ma il gesto della scrittura da dove nasce? Perché esiste quel bisogno di scrivere? Di trasferire il pensiero su carta? Ci si riesce poi a metterlo, il pensiero su carta?

Ci provi. Nasce dalla meraviglia, perché vedi una cosa bellissima o una cosa orrenda e ti viene voglia di raccontarlo agli altri. Poi ognuno ha il modo suo e lo fa con una canzone o con una musica o con una poesia o con un romanzo. Dipende da te, dalla tua cultura, dalle tue passioni, dalla tua pigrizia. Ho provato diverse volte a studiare musica ma mi rompevo. E’ allora per quello che non sono un musicista. Anche se a me piace più andare ai concerti che alle letture e agli incontri, non ci vado mai. Avrò fatto ottocento incontri attivi, passivi sarò andato a dieci. Non li sopporto. Anche quando viene la gente, beh bravi se a loro piace ascoltarmi. Però roba che non ho vissuto e che mi raccontano gli altri, sono i dibattiti negli anni Settanta. Un mio amico di settant’anni diceva “ ma noi ci trovavamo in università per discutere intorno al fatto se le BR erano più o meno compatibili con la fenomenologia dello spirito di Hegel”. Da una parte fa ridere ma dall’altra ci credevano.

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1 commento

  1. […] L’intervista di Giuseppe Emilcare a Aldo Nove, pubblicata da Eidoteca, fa capire molto bene che cosa non va in certo massimalismo di parte della sinistra italiana.Naturalmente con questo non voglio affatto dire che Aldo Nove – uomo di cultura e, piaccia o non piaccia, scrittore italiano tra i più importanti degli ultimi decenni – sia una sciocco o uno sprovveduto, figuriamoci. Il punto è un altro: se anche un personaggio del calibro di Aldo Nove non ce la fanno a lasciar perdere certi cliché vuol dire che è ancora lontano il giorno in cui la sinistra italiana uscirà dagli ideologismi per ragionare con buon senso sui problemi. […]

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