eidoteca

Home » Economia / Politica / Società » NICCOLO’ MACHIAVELLI TRA POLITICA E MORALE

NICCOLO’ MACHIAVELLI TRA POLITICA E MORALE

machiavelli

Di Filippo Di Gregorio

Ricorreranno il prossimo dicembre 2013 i cinquecento anni dalla prima notizia della stesura di un libriccino che avrebbe cambiato il mondo. Mezzo millennio segnato da un sospetto, molte certezze, infinite passioni verso Il Principe di Niccolò Machiavelli, il segretario fiorentino, che nel suo esilio dell’Albergaccio, tra castagnacci e mosti di vino, informava con una lettera del 10 dicembre il caro amico Francesco Vettori, collega di tante avventure diplomatiche, di aver appena composto un piccolo opuscolo De principatibus, frutto di meditazioni sul presente e del confronto con i grandi del passato. Egli ne racconta la genesi, come la riflessione su “che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono”.

Da molti punti di vista, il piccolo opuscolo dell’esule fiorentino, altro non rappresentava che la continuità con gli innumerevoli specula principis che avevano segnato la politica medievale: trattati nei quali venivano fissati valori morali, virtù e un vero e proprio modello di principe ideale; specchi perché in essi il giusto e modesto monarca potesse riconoscersi per tanta grandezza e magnanimità. Giovanni Pontano ne aveva da poco scritto uno, nel 1503, il De principe liber; nel 1481 era stato pubblicato il De vero principe di Battista Platina. Insomma, nulla avebbe garantito l’autore del Principe di un successo tanto contrastato e altrettanto meritato, s’egli non avesse drasticamente sgombrato ogni equivoco imitativo e non avesse segnato una feroce discontinuità rispetto alla trattatistica tradizionale in materia politica.

Sin dal primo rigo si scorse che la lettura del Principe avrebbe riservato ben altro livello d’analisi, il fatidico cambio del paradigma scientifico in ambito di morale e politica; e tuttavia quando il lettore giunse al capitolo XV dell’opuscolo machiavelliano (e quando vi giunge ancor oggi) ebbe la sensazione che dopo quanto stava leggendo non si sarebbe più tornati indietro: “E perché io so che molti di questo hanno scritto [dei motivi che rendono lodevoli o vituperati gli uomini di potere], dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto presuntuoso… Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale delle cose ceh ala immaginazione di essa. E molti si sono immaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero. Perché egli è tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara piu tosto la ruina che la perseverazion sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene che ruini infra tanti che non sono buoni”.

Lì era l’intera lezione machiavelliana, in nuce. Semmai viene da interrogarsi come mai il giovane Medici che lo ebbe in omaggio, Lorenzo, nipote di Giuliano, non se ne servì, o non lo comprese; e ci si interroga ancor oggi sul perché della lezione del Principe non sembrano aver tratto qualche profitto, nei secoli, grandi gaffeurs della politica europea, da Francesco a Carlo, risalendo, di fallimento in fallimento, sino ai nostri politici, certi che la politica da loro intrapresa, per un gesto di nobiltà e d’autosufficienza, potesse esimersi dal dover praticare il realismo, e si realizzasse in un mondo scevro da malvagità e violenze.

Con Machiavelli, la politica, come si disse ripetutamente, acquistò una vera autonomia dalla morale (leggi, dalla religione). L’agire del principe, vale a dire, veniva sottoposto a una duplice griglia valutativa: poteva essere inteso sul piano morale, nella valutazione tra il bene e il male; o poteva essere inteso su una nuova base, tra utile e dannoso. Un gesto di magnanimità, quindi, buono senz’altro sul piano morale, tuttavia poteva dimostrarsi dannoso, e portare alla rovina dello Stato; e viceversa, il gesto crudele del principe, deplorevole sul piano morale, poteva rivelarsi utile alla sopravvivenza delle cose, cioè alla conservazione del potere.

Forse ciò spiega la feroce condanna che l’opuscolo di Machiavelli subì ad opera delle religioni di tutta Europa: la cattolica non meno delle riformate. Si pensi che ancor oggi, in Gran Bretagna, una delle espressioni con cui s’identifica il diavolo è The Old Nick: e Nick altri non è che il segretario fiorentino.

E tuttavia, non pochi, tra quei religiosi, gesuiti in primis, non smisero di compulsare il volume di Machiavelli; lo stesso accadde in tutte le cancellerie europee.

prince

Non senza nasconderlo, proprio nella sua lettera a Francesco Vettori, Machiavelli proponeva un nuovo rapporto anche tra potere e intellettuali: l’uomo di scienza si proponeva al potere, di cui riconosceva la grande valenza, l’autorità per dir così deontica, ma nel quale non ritrovava, non vedendola in esso, alcuna autorità epistemica. L’uomo di cultura proponeva quindi un servizio utile al sovrano di turno, inteso come servizio tecnocratico, accesso a un sapere carente presso gli ingranaggi della cancelleria medicea; quindi un rapporto sì di subordinazione, ma del tecnocrate che sa di essere indispensabile al potere; un potere altrimenti inservibile (pura forza) senza il dovuto sapere intellettuale fondato su un vasto retroterra di esperienze, studi storici e conoscenze internazionali.

Nasceva così quel compromesso tra potere e intellettuali che avrebbe connotato, negli ultimi cinquecento anni, la politica europea. È infatti ben diverso, per portare un esempio a contrario, il rapporto che l’intellettuale, il consigliere di corte, intreccia con l’uomo di potere nel testo quasi coevo di Baldassarre Castiglione, Il Cortegiano: nella corte di Urbino vagheggiata in tale opera il legame che si costruisce tra intellettuale e uomo di potere è di natura spirituale, di comunanza estetica, di filantropia umanistica. Non certo confrontabile con il gelido realismo impregnato di forza morale del Principe.

Negli anni, i potenti hanno continuato a fingere che le regole di corte fossero quelle fissate da Castiglione, ma hanno agito secondo i dettami machiavelliani. Almeno fino a quando la riflessione del segretario fiorentino non s’è incontrata con il grande fenomeno storico della nascita delle società di massa.

Da metà Ottocento ad oggi, molteplici intellettuali si sono attrezzati per rendere adeguato o rivedere definitivamente la regola politica secondo Machavelli. Abbiamo conosciuto una lettura autoritaria e repressiva, sostanzialmente legittimista e giustificatoria dell’atto d’imperio, nelle dottrine politiche autoritarie del primo Novecento: Giovanni Gentile trattò con dura concretezza una materia difficile da addomesticare, rigenerando il suo Machiavelli ad uso di una regime nascente che abbisognava di ridefinirsi complessivamente rispetto al proprio passato, il Fascismo. Non diversamente abbiamo assistito nella foga repressiva dell’agire staliniano a un giustificazionismo che non ha avuto difficoltà a maneggiare con crudeltà il realismo politico machiavelliano.

gramsci

In Antonio Gramsci, nei suoi Quaderni del Carcere, in particolare nel quaderno XIII, ritroviamo il primo vero tentativo di conciliare una lettura “democratica” di Machiavelli, inaugurata da Foscolo e dai giacobini italiani, con un progetto di società socialista in cui il principe non coincide più con un uomo, una famiglia, un nucleo personale di potere, una corte o un re legibus solutus, ma con il più vasto e complesso partito di massa. L’intuizione di Gramsci fa comprendere il ruolo che proprio i partiti politici giocarono nell’Europa del secolo breve: “Il moderno principe – scriveva nelle sue Noterelle sulla politica del Machiavelli – il mito-principe non può essere una persona reale, un individuo concreto, può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico, la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali”.

La volontà collettiva che a dire di Gramsci stava formandosi e che trovava nel partito politico la sua avanguardia era una classe sociale, la classe operaia per l’esattezza, intesa come attrice di un processo di vasta modernizzazione della società stessa. Non si comprende la portata del ruolo del partito politico come inteprete di un processo storico, se non si coglie il senso della parte che tale attore dovrà interpretare, e per Gramsci tale parte risiede nella modernizzazione di una società arcaica, gelatinosa, arretrata e ancora fortemente rurale.

Da questo punto di vista, l’intuizione di Machiavelli-Gramsci è una felice intuizione: chi se non l’azione pedagogica di grandi partiti politici, nel corso del Novecento, contribuì alla formazione di una società moderna nel nostro Paese? Ciò accadde soprattutto nel secondo dopoguerra, e le due forze politiche gemelle e divergenti, DC e PCI, pur in un contesto conflittuale, comparteciparono alla formazione di una cultura e di uno sviluppo industriale moderno, di una modernità forse a sovranità limitata ma certamente tale.

Mutava anche la relazione tra potere e intellettuale, lo stesso partito diventava un intellettuale collettivo, entro il quale i singoli intellettuali avrebbero svolto un ruolo di “intellettuali organici”. Tale visione, pur in un contesto culturale decisamente diverso, si misurava con l’idea sartriana dell’intellettuale engagè, impegnato. Elio Vittorini avrebbe provato, con il suo “Politecnico”, a fornirne una versione che facesse convivere le due lezioni.

vittorini

Infine, una riflessione a sé meriterebbe l’opera sociologica e filosofica del filosofo Nicklas Luhman (un altro Niccolò), vissuto da molte parti come il moderno Machiavelli, che con il suo funzionalismo strutturale ha generato una riflessione sulle società contemporanee che intende la politica come una specifica sfera operante nel più vasto compesso delle relazioni sociali. La sfera politica sarebbe stettamente inerente l’attività delle amministrazioni dello stato, di servizio ai bisogni sociali. La sua teoria rappresenterebbe una vera risposta all’emersione della complessità nei sistemi sociali, entro i quali la sfera politica giocherebbe un ruolo fondamentale per quanto settoriale. Il ruolo più importante di tale sfera politica sarebbe quello della legittimità interna al sistema sociale. Ma le teoria di Luhmann sono state sottoposte a critica da molte parti: o perché accusate di promuovere una sorta di nuova tecnocrazia, o perché legittimerebbero percorsi autoritari.

E tuttavia, per quanto da secoli sottoposte a critiche anche più feroci, le riflessioni del 1513 del segretario della Repubblica di Firenze risultano ancor oggi di una freschezza inattesa. Lo stile dello scrivere machiavelliano, gnomico, fortemente variato, quasi tacitiano, risulta tanto più vivace di opere di pochi anni or sono. Dal suo opuscolo composto in un momento di segregazione, Niccolò Machiavelli, il furbo, colto, raffinato umanista fiorentino, continua a svettare come un gigante davanti ai contemporanei di tutti i tempi.

Annunci

1 commento

  1. […] NICCOLO’ MACHIAVELLI TRA POLITICA E MORALE « eidoteca. […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: