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CINEMA E ANIMALI: UNA LETTURA ANTISPECISTA

kin kong

Di Rita Ciatti

 

Mi è difficile pensare a un film in cui gli animali non siano presenti, qualche volta protagonisti assoluti, altre co-protagonisti – magari nel ruolo di fedeli compagni; altre ancora a rappresentare e simboleggiare le varie condizioni dell’esistenza e i rapporti interpersonali (amicizia, fedeltà, ma anche solitudine, subordinazione, sfruttamento); più spesso sono quei “presenti-assenti”, corpi privati del loro diritto a vivere, o meglio, ciò che ne rimane dopo il processo della catena di s-montaggio che li ha trasformarti in bistecche, salsicce, hamburger. E sì, perché gli animali sono presenti nelle nostre esistenze anche quando e dopo – con atto arbitrario legittimato da una cultura antropocentrica che ha fatto dell’uomo metro e misura di tutte le cose e ha prodotto nei secoli differenze ontologiche – aver negato la loro.

In queste brevi note tuttavia prenderò in esame solo alcune opere cinematografiche, quelle che reputo maggiormente emblematiche per dirci e raccontarci CHI sono questi animali (e, di converso, chi siamo noi) – oltre la falsificazione che la nostra cultura ha operato nei loro confronti da millenni, ingannandoci sulle loro reali peculiarità e caratteristiche di specie e mostrandoceli sempre come esseri aggressivi, irrazionali, stupidi, sporchi, cattivi – e altre che mettono in evidenza l’enorme ingiustizia della sopraffazione che la specie umana compie nei loro confronti; e il suo funesto esito.

Partiamo da un grande classico del neorealismo italiano, quel capolavoro di De Sica che è Umberto D., in cui i protagonisti principali sono un anziano professore in pensione e il suo vivace e simpatico cagnetto Flaik. La tematica sociale della povertà (Umberto D. non riesce con la sua misera pensione a pagarsi la stanza presso cui alloggia, né a vivere dignitosamente, cosicché è costretto a vendere i suoi amati libri, a mangiare alla mensa per poveri e finanche a tentare la questua seppure vergognandosene molto; vani inoltre i tentativi di chiedere implicitamente aiuto ai suoi ex colleghi e amici del passato benestanti, incapaci di scorgere i segni della difficoltà del vivere, o forse, semplicemente e volutamente indifferenti alla sorte dell’anziano) si affianca a quella esistenziale della solitudine, della vecchiaia, della malattia, dell’aridità e del cinismo di chi spazza via i deboli e gli indifesi. Nella nostra società utilitaristica ed efficiente non sembra esserci spazio per i vinti, per i diseredati del mondo: per l’anziano professore, così come per i cani randagi che vengono catturati dall’accalappiacani, non sembra esserci che una sola triste soluzione: quella di morire. Due sentimenti contrastanti e opposti percorrono, come un filo nero e rosso, l’intera opera: la pulsione di morte e l’istinto di vita. L’esistenza dell’anziano professore è continuamente risospinta nell’ombra del pensiero della morte, oscura presenza che gli cammina accanto, ma di contro ci sono i giochi e i lazzi del piccolo Flaik, che sempre lo richiamano alla vita. Umberto D., dopo averle tentate tutte per trovarsi un alloggio decente e poter continuare a vivere dignitosamente, decide infine di suicidarsi (un pensiero che comincia in sordina e che pian piano prende sempre più forma), ma non senza aver prima trovato qualcuno disposto a prendersi cura dell’amato cagnetto, pena la certezza della sua soppressione in canile. Inizia così la valutazione di vari possibili affidatari, fino a che, nell’impossibilità di averne trovato uno, non decide di compiere l’irrevocabile gesto portando con sé il piccolo Flaik. Ed è qui, nell’ultima scena, che nell’animo inquieto del professore i due sentimenti – l’uno votato alla morte, l’altro alla vita – si fronteggiano. A determinare l’esito in funzione della vita sarà il piccolo Flaik, il quale, resosi conto dell’infausto progetto del suo amico umano, svelto si divincola dalle sue braccia e fugge via, determinando, appena un secondo prima del compimento del gesto suicida, la salvezza di Umberto D.. Nell’ultimissima sequenza ci troviamo all’interno di un parco: il professore raccoglie una pigna da terra e la lancia a Flaik per richiamarlo a sé (il cane, spaventato per quanto stava per accadere pochi istanti prima, si era rifugiato dietro un albero), dando inizio al solito gioco spensierato e gioioso che tante volte in passato li aveva visti impegnati. Qui la dimensione del gioco è essenziale in quanto agisce in funzione apotropaica, a scongiurare e allontanare il pensiero imcombente della morte. I cani, si sa (o almeno lo sanno tutti quelli che hanno avuto il privilegio di viverci insieme), sono eterni bambinoni, sempre pronti a giocare, a correre, a rincorrersi, a prestarsi a ogni richiamo di risveglio gioioso dei sensi, e solo la capacità di ritrovare la dimensione perduta dell’infanzia – invecchiare nell’animo è morire a poco a poco ancor prima della dissoluzione fisica – potrà allontanare il pensiero della morte. Il commovente paradosso è dato dal fatto che Umberto D. rinuncia al suicidio convinto che solo rimanendo in vita potrà salvare anche quella del piccolo Flaik, mentre in realtà è la vitalità del dolce cagnetto che salva il professore da una fine certamente prematura. Ancora una volta, come spesso accade nella vita di tutti i giorni, è l’animale che salva l’uomo, e non viceversa.

Un altro classico assai significativo del rapporto, stavolta di mera prevaricazione, tra uomo e animale è il celebre King Kong (mi riferisco qui al remake del 1976 per la regia di John Guillermin, con Jessica Lange e Jeff Bridges, ma l’analisi ben si presta anche al più recente lavoro di Peter Jackson). Una versione alternativa, potremmo dire, de La Bella e Bestia, ove però il mostro, la bestia, non è certo colui che sembrerebbe a prima vista, ma l’umano corrotto dai suoi sogni di avidità e potere. Una storia emblematica su cui tanto si potrebbe dire soprattutto perché, lungi dall’essere una finzione, racconta ciò che, per altri motivi e finalità – ma sempre di bieco interesse e sfrenato utilitarismo – avviene ogni giorno in varie parti del mondo: animali selvatici strappati brutalmente al loro habitat per essere condotti nel nostro mondo “civilizzato” a dare spettacolo, per essere esposti come fenomeni da baraccone nei circhi, negli zoo, negli parchi acquatici o altre simili strutture di prigionia, o per essere rinchiusi in gelidi e asettici laboratori, quei non-luoghi di orrore in cui si effettua la sperimentazione sugli animali. Mi rimane inconcepibile comprendere come persone istruite e cosiddette “civilizzate” possano provare piacere nell’assistere a “spettacoli” in cui esseri senzienti sono schiavizzati e costretti, tramite un addestramento violento e coercitivo, a eseguire ridicoli numeri contrari alle loro caratteristiche di specie. Ogni tanto qualche animale, mosso da un anelito di libertà che non cessa mai, riesce a rompere le catene che lo imprigionano o a eludere la sorveglianza dei propri aguzzini, esattamente come fa King Kong nella celebre sequenza entrata di diritto nell’immaginario di ognuno di noi, ma, alzando gli occhi al cielo, non troverà le fronde degli alberi impressi a fuoco nei suoi ricordi o nel suo dna (anche gli animali nati in cattività sognano la libertà), ma solo grattacieli e grigio cemento, un mondo fatto di odori, suoni, rumori, oggetti a lui incomprensibili e alieni. E l’esito, per King Kong, così come per Alexandre – il giraffino di recente fuggito da un circo e poi ucciso, dopo una fuga goffa e disperata (goffa perché le barriere architettoniche e l’asfalto non sono fatte per accogliere i passi eleganti degli animali selvatici che percorrono le vaste praterie della Savana) – non potrà che essere tragico, di una tragedia di cui l’uomo, macchiatosi di una Hybris sconfinata, è arbirtrio assoluto e gli animali sempre e solo vittime innocenti.

kingkong (1)

E rimanendo in tema di animali che cercano la loro libertà come non citare il recente L’alba del pianeta delle scimmie di Rupert Wyatt, il prequel (o reboot, come si dice in gergo) del celeberrimo Il pianeta delle scimmie (cui sono seguiti svariati remake) di Schaffner del 1968?

Qui protagonista assoluto è Cesare, cucciolo orfano di una scimpanzé sottoposta a esperimenti per il brevetto di un farmaco contro l’alzheimer e per questo allevato a casa dello sperimentatore che se ne prende cura; crescendo sviluppa capacità cognitive superiori e, dopo un episodio in cui ferisce un prepotente essere umano, viene rinchiuso in una struttura con altri scimpanzé. Qui, resosi conto dello stato di prigionia e assoggettamento all’uomo cui versano i suoi compagni, decide di mettere in atto un piano progressivo per renderli consapevoli e guidarli verso la libertà. Senza indugiare sui vari particolari della trama (sebbene molto ci sarebbe da dire sulle gerarchie di dominio pure interne al suo gruppo e sulla sua capacità di risolverle non attraverso il conflitto e la logica della vittoria del più forte, bensì sulla cooperazione e solidarietà reciproche), ciò che risulta particolarmente interessante è la lezione che Cesare e i suoi simili impartiranno agli umani, aliena a qualsiasi tentativo di vendetta contro i suoi aguzzini (l’umanità tutta) e solo volta a raggiungere la libertà in un habitat a loro consono per poter vivere in pace. Tuttavia, ritengo che dietro lo straordinario messaggio volto a mettere in rilievo la dignità degli animali non umani si celi il solito vizio dell’antropocentrismo di cui si fa così fatica a liberarsi. Cesare viene ascoltato e riesce a conquistare la libertà perché in qualche modo l’intervento della specie umana (gli esperimenti condotti su sua madre e successivamente su di lui) lo ha reso più intelligente rispetto agli altri scimpanzé e quindi – esattamente come avviene in quel piccolo grande capolavoro di animazione che è Brisby e il segreto del Nihm – la riflessione sulla sperimentazione sugli animali, anziché di piena condanna, risulta essere un pochino ambigua. Soprattutto mi sento di criticare fermamente il concetto per cui l’intelligenza degli altri animali debba essere sempre giudicata a partire da parametri specificamente umani: non esiste un’unica intelligenza, ma diverse, così come non esiste un’unica evoluzione che necessariamente guarda in direzione dell’orizzonte umano, ma diverse evoluzioni tante quante sono le specie esistenti. Gli animali non umani hanno una complessità emotiva e cognitiva che, seppure diverse dalla nostra, ugualmente li rende capaci di esperire e vivere l’esistenza in maniera non certo meno degna o importante di quella umana. Se solo fossimo meno ciechi e sordi al linguaggio degli altri animali, capacissimi di comunicare attraverso segnali magari non verbali, ma altrettanto eloquenti, ci renderemmo conto che essi tentano continuamente di negoziare la loro libertà e il loro diritto a vivere; non serve di saper svolgere correttamente le equazione o di discettare su Wittgenstein per potersi guadagnare il diritto a non essere sfruttati.

pianeta scimmie

Chiudo questa breve carrellata citando un film d’animazione destinato a sensibilizzare i più piccini (ma anche doverosamente gli adulti che li accompagnano, direi!) sull’orribile realtà dello sfruttamento animale: Galline in fuga di Peter Lord e Nick Park. La storia è molto semplice e racconta di alcune galline ovaiole rinchiuse in un allevamento e costrette a condurre la loro intera esistenza a produrre uova per poi alla fine, quando non ce la fanno più a esaudire la richiesta prevista, essere uccise. Una storia di ordinario sfruttamento, la triste storia che subiscono tutte le galline d’allevamento di questo mondo, cioè in pratica tutte. Il film ha un lieto fine: la galline, dopo varie peripezie, riusciranno a fuggire e vivranno il resto dei loro giorni libere in un prato. Lo stesso purtroppo non si può dire di tutte quelle altre che nella realtà, dopo una non-vita costrette in gabbiette dove neppure riescono a muoversi, saranno uccise e divorate. Sorte non meno iniqua – anche se meno nota – spetta ai pulcini maschi, tritati o soffocati vivi subito dopo la loro nascita, poiché ritenuti non produttivi.

galline in fuga

Io spero soltanto che quegli stessi bambini che hanno seguito con partecipazione e magari commozione la vicenda di queste galline che cercano la libertà se ne ricorderanno un giorno, quando – divenuti adulti saranno chiamati dalla loro coscienza a compiere una scelta: la stessa che tutti noi ogni giorno siamo tenuti a fare; quella tra il rispetto dell’altro, o – al contrario – della reiterazione di quei meccanismi di dominio che, a poco a poco, senza che ce ne rendiamo conto, sviliscono la nostra animalità. Perché, al di là di ogni differenza di specie, cani attori o attori cani, siamo tutti animali. 

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8 commenti

  1. Giovanni ha detto:

    complimenti, un bell’articolo agile e ricco di preziose perle sotto forma di consigli e scoperte (almeno per me), come il film di De Sica – film che non conoscevo e che son curioso di vedere, con la speranza di un lieto fine; o come Brisby, che mi affretterò a vedere. 🙂

  2. Ale, Vale & Moka ha detto:

    A proposito di King Kong (in questo caso l’originale), ti segnalo un altro film della ditta Schoedsack/Cooper, The Most Dangerous Game (in italiano La pericolosa partita), poi oggetto di un remake di John Woo (Hard Target/Senza tregua), dove con geniale ribaltamento di prospettiva un cacciatore si ritrova nei panni della preda sull’isola che il sadico conte Zaroff utilizza come propria riserva di caccia all’uomo.

  3. Giovanni ha detto:

    Brisby e il segreto del Nimh è stato una vera sorpresa! se stilisticamente mi ha molto ricordato La collina dei conigli (e in certe scene sembra di vedere in anticipo certe soluzioni visive dei vari harru Potter!), mi ha molto colpito il racconto che spiega cosa è il NIMH e cosa accadeva li dentro: le parole sono senza mezzi termini, si parla di orribili torture. L’arte – il sospetto è sempre più certezza – o comunque la creatività, hanno da sempre visto con chiarezza empatica quel che accade davvero nella realtà, a troppi animali, nel nostro sistema di civiltà.

  4. Giovanni ha detto:

    a proposito di film (sugli) animali, mi piacerebbe condividere il titolo ‘Hidalgo, oceano di fuoco’, avventuroso epico, incentrato sui cavalli. 🙂

  5. […] degli umani. Non che lo si potesse definire un film propriamente antispecista (i motivi li spiego qui), ma c’era spazio per una riflessione sulla nostra specie e sul futuro che ci aspetta se non […]

  6. […] degli umani. Non che lo si potesse definire un film propriamente antispecista (i motivi li spiego qui), ma c’era spazio per una riflessione sulla nostra specie e sul futuro che ci aspetta se non […]

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