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L’UOMO IN TUTA (dalla Rubrica Sciocchezzaio)

Uomo in tuta

Di Andrea Giardina

Occhi gonfi e scaleni, sopracciglia lombrosiane, barba incolta, tratti appesantiti, passo strascicato, l’uomo in tuta è uno dei più letali prodotti della domenica, soprattutto pomeriggio, sebbene divenga visibile sin dalla mattina del sabato. Di umili origini, durante la settimana è un modesto travet, che fa da anni le stesse cose, con moglie insignificante al fianco e figli delusivi ed ingrati che gli soffiano sistematicamente banconote dal portafoglio. La tuta, normalmente un fondo di magazzino blu con le due righine d’ordinanza sulle maniche, spesso un regalo disperato e impartecipe della consorte, dovrebbe significare il suo stato di inerte abbandono al clima festivo, il molle e meritato lasciarsi andare dopo cinque giornate attillate e persecutorie. Con la tuta, che indossa sin dalle primissime ore della giornata abbinandola a fetide e incongrue scarpe da jogging, l’uomo si sente americanamente disancorato dalle cose, in stato di leggera ebrietudine e di seppur imperfetta consonanza con la natura, anche per via della maggiore sensibilità dell’apparato genitale, lasciato libero di svolazzare nei recessi del “cavallo” largo. Tuta, nel suo linguaggio primordiale figlio di letture cattive e di “sentito dire” televisivo, vuol infatti dire rinuncia al mondo dell’apparire, fine della rete relazionale, momentaneo no alle cose. Del resto l’indumento, che porta con casacca rigorosamente sigillata dalla lampo, non presuppone nessuna attività sportiva, né passata, né presente. Ma sta ad indicare una specie di giovanilismo coatto, un atletismo di maniera che cozza brutalmente con il suo essere esclusivamente uno telespettatore, che mai si azzarderebbe ad accennare ad un seppur indefinito passo di corsa (al massimo, ai giardinetti, si limita a rimandare di piatto il pallone svirgolato da qualche incauto bambino). Semmai la tuta si accompagna ad un corollario di attività ad essa consustanziali e convergenti come il bricolage, di cui l’uomo è appassionato devoto fino alla prima mutilazione di falange, oppure il lavaggio dell’auto al self service, che compie con meticolosa sollecitudine dopo essersi sorbito code epocali, oppure ancora l’orticoltura, praticata in lembi di terreno confinanti con le aree del meretricio da strada. Se c’è un’intima essenza dell’uomo in tuta, questa è la sua ovvietà, dimostrata dagli sghembi pisolini a fauci aperte sul divano buono, dai borborigmi indecifrabili a commento delle notizie del tg5 e sublimata dall’acquisto della pizza margherita la sera della domenica stessa, poco prima di assistere alla terza partita di football della sua giornata. L’uomo in tuta, a ben vedere, è un signore anonimo privo di profondità, che vive come se gli fosse stata fatalmente sottratta una dimensione. Dietro alla sottile crosta, di veramente “suo” ha poco o nulla. Ride quando ridono gli altri. E’ triste quando gli sembra di doverlo essere. Talvolta si sente parte di qualcosa (un club, una tifoseria, una fede, un “progetto”), che appare a lui stesso tanto indefinibile quanto ovvio. A bocce ferme, ha opinioni risapute, seppur lievemente inacidite dal disappunto. Per temperatura mentale ancorato agli anni Settanta, fumatore senza stile, egli indossa la tuta fino a giugno inoltrato, per poi arrendersi ai mutandoni bianchi col logo tarocco in mostra. A causa di una contingenza senza spiegazioni, è frequente che venga falciato ai margini delle statali da automobilisti assonnati che, all’alba, lo scambiano per un cinghiale. Di lui si conoscono due varianti. La prima è quella dell’uomo di lettere che dà fiato a idee trombonesche grazie allo spazio garantito dalle brache larghe e dalla vita dilatata. La seconda è quella orrorifica dell’assassino, che, nei neghittosi pomeriggi del dì di festa, muovendosi furente nei perimetri di palazzine malfatte, esegue all’arma bianca delitti sanguinolenti e idioti, guidati perlopiù da deliri di purificazione del mondo o da progetti di futura convivenza con l’amante. Spesso finisce tra i dispersi minori di “Chi l’ha visto?”, senza che nessuno gli dedichi attenzione. Quando muore nel suo letto si dice che “era giovanile”.

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