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IL POETA DI PROVINCIA (dalla Rubrica Sciocchezzaio)

Poeta

Di Andrea Giardina

In genere è un uomo, che vive con la madre. Tendenzialmente cinquantenne (anche se ha da poco lasciato l’adolescenza), il poeta di provincia ha al suo attivo due sillogi di versi sciolti, pubblicati invariabilmente a spese della famiglia presso editori –squali, che addolciscono la loro fisionomia con ragioni sociali quali “La bella polvere” , “Parolechevanno”, “Fiorellini”, peraltro strettamente legate ai titoli dei libri da loro pubblicati, che tendono a privilegiare l’autunno e le foglie cadute, il tempo transeunte e il sogno d’amore. Solitario, masturbatorio nel tratto e nella prassi, umbratile, silenziosamente certo della propria grandezza, il poeta sopravvive insegnando in istituti secondari superiori marginali, dove, sfibrato dal clima da corrida inscenato da studenti criminaloidi, riesce a resistere grazie agli psicofarmaci, che gli donano la gustosa prospettiva di poter scrivere nel pomeriggio un sonetto caudato sul tema dell’incomunicabilità. In effetti, poi, il pomeriggio del poeta è una desolata area vuota, trascorsa nel rimpianto di amorazzi tardo adolescenziali e nelle congetture sul modo di uccidere la madre facendone sparire completamente il corpo. In quelle ore di fortissima tensione il poeta s’aggira cupo per le stanze, cercando segreti nei cassetti, sbirciando programmi d’intrattenimento per adolescenti in tv, canticchiando motivi di Trovaioli o, quando la disperazione si fa matta, navigando in internet, dove invariabilmente approda nel “maremagnum” dei siti vietati ai minori, di cui è frequentatore tanto vergognoso quanto compulsivo. A differenza di ciò che ammette in pubblico e soprattutto a scuola, infatti, il poeta di provincia non legge quasi mai. I versi dei colleghi lo irritano per la mediocrità e la “completa assenza di ricerca metrica”, quelli dei classici gli sfuggono, a meno che non siano gli stessi che percorre da decenni con l’aiuto delle note dei manuali. Neanche parlarne di narrativa, perché il romanzo è un genere deteriore. Al massimo, nei momenti di leggera disponibilità al mondo, il poeta si apre a qualche paginetta di saggi d’annata, che non vanno oltre l’argomento letterario e che, per rispetto, non superano mai il Momigliano. Pur percorso da sfibranti nevrosi che talvolta esplodono in furiosi accessi nel segreto delle mura domestiche – in quelle occasioni è solito scagliare sul pavimento i ninnoli familiari, o sforbiciare i cuscini, o rovesciare intere tavole apparecchiate con cura dalla madre in attesa delle amiche vedove – , il poeta presenta all’odioso mondo degli “altri” un volto misurato e tiepido. Il suo passo è leggero, non rumoroso, quasi furtivo. Le spallucce, che mai si sono esercitate in sforzi fisici, né in qualsivoglia attività sportiva, sono ricurve e strette. Le gambette magre si muovono a scatti ma come in sordina, solo le mani bianchissime e venuzzate lasciano trapelare tracce di rattenuta isteria. I suoi abiti sono a-temporali. Scarpe buone senza forma, pantaloni di velluto o di fustagno logori sul deretano e sulle ginocchia, giacchette a quadri di taglia superiore in cui sembra “galleggiare dentro”, camiciole col collo vizzo, racchiuse in gilet verdognoli o azzurrini con depositi di cibo irrancidito sullo scollo a v. Del poeta si conoscono poche frequentazioni, costituite più che altro da consimili, tutti alla ricerca della pubblicazione, vero feticcio di ogni palpito della loro vita. Gli incontri avvengono spesso in occasioni rituali – la conferenza, la presentazione del libro, il reading serotino – in cui il poeta, sorriso leggero e smorfia fissa, critica i “maggiori” pubblicati inspiegabilmente da Einaudi, o smozzica frasi sul senso della vita, condendole con frammenti di citazioni frutto di rapidi aggiornamenti intervenuti nelle ore immediatamente precedenti l’ “evento”. Se l’occasione prevede la mescita di alcolici, non è infrequente che il poeta esageri. Abbandonando l’abituale tè (di solito consumato nelle pasticcerie del centro in compagnia di vecchie con ragnatele di rughe attorno agli occhi), si lancia in una ripetuta serie di cocktail o di prosecco col risultato di lasciarsi andare a considerazioni urlate a squarciagola sul vuoto d’amore che amaramente lo distrugge giorno dopo giorno. In quelle circostanze può arrivare a sfiorare le terga di coetanee inguardabili che accorrono all’incontro proprio con quella inconfessata speranza. Pessimo autista, il poeta di provincia percorre in una vita al massimo 20 mila chilometri e non supera quasi mai i cinquanta orari. Mangia poco, soprattutto pilucca. Ha paura dei cani, odia le formiche. Stenta con l’inglese. A un certo punto muore, così, in un amen, senza che quasi nessuno se ne accorga. Il coccodrillo del giornale locale lo rammemora con un refuso (nel nome proprio).

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1 commento

  1. […] ancora ricorso al manganello, soprattutto a danno di mendicanti, studenti cespugliosi, insegnanti, poeti di provincia (vedi voce), vecchi salivosi. Per gli stessi motivi antropologici, non ammette il pensiero […]

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