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CELATI TERAPIA

 

Celati

Di Andrea Giardina

 

Gianni Celati è diventato uno scrittore molto più facile che in passato da trovare in libreria. Nel corso degli ultimi due anni sono usciti il documentario “Vita a Diol Kadd” (Feltrinelli), “Comiche” e “Conversazioni del vento volatore” (Quodlibet). Il sito “ Doppiozero”, oltre ad una serie di videointerviste, ha invece pubblicato due racconti: “La notte” e “Il caso Muccinelli”. La rivista “Nuova prosa” (Greco e Greco editori) ha appena raccolto gli atti di un convegno tenutosi a Copenhagen su “Il comico come strategia in Gianni Celati & Co”. Celati rimane comunque scrittore complicato, continuamente esposto al rischio di essere definito banale da chi lo avvicina troppo ingenuamente. In quest’ottica si colloca il tentativo di “spiegazione” che segue.

 

Fino a una decina di anni fa, Gianni Celati era per me soltanto l’autore di qualche racconto che avevo letto distrattamente senza ricavarne alcuna impressione durevole. Poi, all’Università di Bergamo, insieme a Marco Belpoliti, ho lavorato ad un corso sui libri di viaggio di Celati. Da quel momento, fertilissimo di idee e di prospettive, posso dire di non aver mai smesso di leggerlo e di rileggerlo. Devo confessare però che Celati rimane per me un piacevole rompicapo. Mi appassiona, è vero. Mi trascina in quel legame d’affezione che, come lui afferma, non può essere estraneo alla lettura. Ma continuo ad avvertire il persistere di zone di resistenza, come se i suoi libri si opponessero ad una comprensione piena. Mi sfuggono, insomma. Ovvero sembrano andare da tutte le parti, rendendosi imprendibili. Ho progressivamente scoperto che si tratta di un effetto, per così dire, inevitabile. La scrittura di Celati è davvero qualcosa che arriva a questo punto. Perché è parola che ti cambia. Perché incide su superfici non solo intellettuali. E’ scrittura emotiva, delle emozioni. Scrittura aperta, in movimento, che muta per definizione, che usa e riusa, che smonta e rimonta, che s’infiltra e ti si mette dentro. Cerco di capire se è questa una possibile spiegazione dello spaesamento che continuamente provo quando lo leggo. Se è da qui, in aggiunta, che proviene l’impossibilità di ricordarmi i “contenuti” dei suoi libri. Oppure, più banalmente,se i miei limiti derivano dalla differenza culturale che continua a separarmi dal “retroterra” di Celati. E’ troppo ampio il salto che impone rispetto alle mie abitudini di lettore? Mi separano forse anche attitudini diverse del corpo, dello sguardo, del mettermi di fronte alle cose?

Per rispondere, proprio in nome di queste esitazioni, provo a elencare gli inevitabilmente incerti motivi per cui leggere Celati sia preferibile al non leggerlo.

Celati 2                                           Celati 4

 

Studiare

Celati non ha mai smesso di studiare. Si provi a mettere in fila la lista delle sue letture non strettamente letterarie. Cito a caso, Bachtin, Benjamin, Deleuze, Foucault,Goffmann, Levi-Strauss, Propp, Melandri. I filosofi, gli antropologi, gli psicologi, i linguisti. Celati ha più volte ricordato come Calvino a Parigi lo stesse ad ascoltare soprattutto perché gli portava notizie di nuove letture. La letteratura è la parte emersa di una mole sterminata di letture. Quando la testa ti si riempie di immagini, ha affermato Celati, devi per forza scrivere. Questa è la strada seguita anche da altri scrittori, come Gadda, Landolfi, Manganelli, Calvino stesso. Un’ulteriore “linea novecentesca”, quella dello scrittore che studia e non scrive se non quando ne sente la necessità.

 

 

Le 500 righe

Al contrario, oggetto di disprezzo di Celati è il “professionista” della scrittura, che si impone ogni giorno di scrivere 500 righe e vive nella sua linda casetta con moglie e figli. E’ lo scrittore che raccoglie informazioni necessarie allo svolgimento del plot e poi confeziona il prodotto. Un libro chiuso, ben definito, con personaggi ordinati e a tutto tondo. Questa è la letteratura industriale, dove lo scrittore diventa parte di un meccanismo che gli impone la continua presenza sul mercato. Questa è evidentemente la non letteratura, quella che si esprime attraverso la non lingua, deodorata e standardizzata.

Contro l’io

Celati prova a spiegare – dall’inizio ad oggi – che scrivere significa trovarsi con altri. Che sono i contemporanei con cui scambi idee, o che leggi senza averli mai visti, o con i quali, semplicemente, ti trovi imbarcato. Ma gli altri sono anche gli scrittori del passato a cui non si può rinunciare, facendo finta che non siano mai esistiti. L’io, autoreferenziale, compiaciuto, immemore è il nemico. Superare i confini dell’io non è solo atto di umiltà , ma significa affidarsi alle cose facendo parlare più loro che noi. Celati nei primi libri scrive mettendosi nell’io di voci matte (“Comiche”, “Le avventure di Guizzardi”). La comicità, quella delle slapstick americane, quella della bagarre, si regge sul mettere in crisi il corpo come sede dell’io certo e serioso. Il corpo dileggiato, infantilizzato, animalizzato, che cade, che viene colpito, che sprofonda, come nelle comiche di Laurel e Hardy o in quelle dei Marx’s Brothers, consente l’attraversamento dei confini. Poi, con gli anni Ottanta, Celati scopre Ghirri e la forza della fotografia, che, appunto, possiede la capacità estatica, ovvero di portarci fuori. Celati dice di aver spesso scritto da stanco, il modo migliore per dire l’essenziale dimenticando il sé.

Celati 3

Le apparenze

Qui Celati ci richiede la più complessa delle torsioni dello sguardo e delle abitudini. Vorrebbe far sì che ci si dimentichi di cercare la verità dietro le cose visibili, eredità platonica (e dunque agostiniana, e cioè di gran parte della civiltà occidentale). Sono le apparenze già la “verità”(C’è dietro Goffman, “La vita quotidiana come rappresentazione”). Guardare il mondo per quello che è , senza costruirlo di continuo sulla base di convinzioni, idee, giudizi a priori. E’ la scoperta della “qualsiasità” (termine di Zavattini), del banale, dell’accantonato, del “non panoramico”. Questa è la dimensione in cui sta Celati a partire dall’incontro con Ghirri. Quella che lo ha portato a scrivere libri come le “Verso la foce”, “Narratori delle pianure”, “Quattro novelle sulle apparenze” e a realizzare documentari, dove la vita sgorga senza altra logica che quella della vita stessa (la logica del documentario comprende la destrutturazione di una trama, la rinuncia al personaggio e, nella prospettiva di Celati, il quasi annichilimento pure del regista). In “Conversazioni del vento volatore” è raccolta una ricostruzione di storia del cinema. All’inizio Celati mette i documentari, quelli di Dziga Vertov, “L’uomo con la macchina da presa”, di Robert Flaherty, “Nanuk l’eschimese”, e di Joris Ivens, “Pioggia”. Poi c’è il neorealismo italiano (“Paisà”, “Germania anno zero” di Rossellini) fino al Fellini di “Roma” e “L’intervista”. Ad accomunarli è lo sguardo aperto al mondo, dove non esistono più zone da evitare e altre da sottolineare. Torno all’idea della terapia. Ritrovare le apparenze è difficile ma tranquillizzante.

 

I pascolanti

Il titolo delle tre brevi novelle (appunto “Vite di pascolanti”, pubblicate da Nottetempo) rimanda al camminare, al vagare, al non avere meta, ad andare qua e là, scossi dalla vita, abbandonandosi alla vita. Condizione estrema (che si ritrova in “Furore” di John Ford, nel cinema italiano neorealista del secondo dopoguerra, in alcuni film di Herzog) che però corrisponde a qualcosa di più vero del permanere. Camminare, come gli hobos d’America post ’29, è un modo per andare verso il mondo, per farsi scendere il mondo dentro e non avere la delirante pretesa opposta, di impossessarsi delle cose. Il moto – che è anche movimento della mente, la fantasia, la follia – è lo stare vivi. Altrimenti c’è la fissità funebre di chi si sente al sicuro.

I celatiani

CavazzoniLeggendo Celati si corre un rischio se ci si pensa narratori. Ed è quello di diventare come lui appena si tenta di scrivere qualcosa. Celati è contagioso e chi lo apprezza, chi si identifica con le sue idee finisce col realizzare libri che assomigliano moltissimo ai suoi. Stessa scrittura sghemba, stesso abbandono alle cose, stesso senso di confusione e di balbettamento, stessa apparente incertezza. Ma anche stessa impressione di leggerezza senza direzione, di rinuncia alla “posizione” (ovvero allo stare in posa che è di tutti gli umani formattati di oggi), stessa apertura alla fantasticazione, stesso dileggio per gli stessi nemici, stessa sensazione di matteria e di ebbrezza esistenziale. Per fare i nomi, direi Cavazzoni, Cornia, Benati. Che sono piacevolissimi, tra l’altro, e intelligentissimi e anche originali. Ma che sembrano ogni volta privi di qualcosa, fratelli minori che seguono il maggiore in tutto quello che fa. La domanda è questa allora: si può essere con Celati senza essere celatiani?

                                                             
Ugo CorniaBenati

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1 commento

  1. Andrea Giardina ha detto:

    Il titolo esatto del documentario e del testo allegato è “Passar la vita a Diol Kadd”, edito da Feltrinelli

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