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LA CITTA’ NUOVA – OLTRE SANT’ ELIA – Un secolo di visioni urbane (Como 24 marzo-14 luglio 2013)

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di Francesco Mentasti

 

Dal 24 marzo al 14 luglio 2013

Como – Villa Olmo e Pinacoteca Civica.

La mostra “La Città Nuova – Oltre Sant’Elia – Un secolo di visioni urbane”, segna, almeno per Como, un punto di svolta nella concezione di evento culturale.

La rottura rispetto alle passate gestioni è evidente al visitatore nell’impostazione di base dell’esposizione, non tanto per l’ubicazione dell’evento stesso, che si avvale principalmente delle collaudate strutture di Villa Olmo e della Pinacoteca Civica, quanto per la proposta di un percorso che non si esaurisce, come in passato, in una sola stagione. Quella di Como è infatti la prima tappa di un progetto triennale espositivo che condurrà idealmente il visitatore fino alla conclusione, nel 2015, dell’Expo di Milano, momento in cui terminerà con una grande esposizione dedicata alle tematiche dello spazio urbano, delle sue identità presenti e future, dei luoghi e delle forme della convivenza collettiva, partendo da cosa si è pensato dovesse diventare la città, per giungere a cosa è, per finire con cosa si desidera che sia.

E’ questo legame a distanza con l’Esposizione Universale a conferire alla mostra comasca un’attualità che non traspariva dai contenuti proposti negli eventi passati: parlare di Expo, significa parlare di città; il che comporta uno stimolo a riflettere sul futuro e sullo sviluppo del panorama urbano, del rapporto tra individuo, singolo o collettivamente inteso, e l’ambiente con il quale deve necessariamente interagire.

Rispetto a quelle degli anni passati, l’esposizione si differenzia ulteriormente nell’impostazione di base, poiché non presenta più i grandi nomi che attirano pubblico, ma una selezione di opere di artisti che hanno segnato profondamente il concetto di urbanistica nel XX secolo, a riprova che non sempre è necessario un nome altisonante per una mostra di qualità.

Quanto esposto nella sede di Villa Olmo vede protagonista un secolo di visioni urbane, attraverso cento opere, alcune delle quali inedite, tra dipinti, disegni, modelli, filmati, istallazioni di artisti, architetti e registi. Contemporaneamente, una sezione allestita nella Pinacoteca civica propone la rivalutazione di un patrimonio locale ingiustamente ignorato: quello del fondo conservato nella Pinacoteca stessa di 50 disegni dell’architetto comasco e futurista Sant’Elia, tutt’ora inaccessibili al pubblico, alcuni dei quali non più esposti dal 1962 e oggi richiesti da importanti enti museali ed Università internazionali per prossime esposizioni.

Il percorso espositivo parte quindi da Antonio Sant’Elia e dalla sua visione della città del futuro che non ha mai potuto vederne la realizzazione.

Nato a Como, dopo il diploma in capomastro si trasferisce a Milano, aprendo un proprio studio professionale. Il panorama dell’architettura italiana dei primi anni del 1900, che si presenta al giovane Sant’Elia, era profondamente ispirato ad un eclettismo imperante con un predominio della decorazione sulla struttura. In un mondo che progressivamente si svelava, anche grazie alla possibilità per molti di viaggiare per continenti, era inevitabile che anche l’arte fosse influenzata dalle lontane civiltà orientali ed egiziane i cui soggetti si fondevano con elementi o stili tipici di civiltà di altre epoche. A questo immobilismo, che pone al centro l’edificio, Sant’Elia contrappone la sua concezione di Città Nuova, una struttura urbana intesa come l’insieme delle interconnessioni sociali tipiche della vita tumultuosa delle grandi città. Modello ispiratore era sicuramente New York, ma anche la Milano della prima rivoluzione industriale, dove il ritmo di vita ancora ottocentesco era sempre più insidiato dalle spinte espansive della città, ben descritto da Boccioni nella sua “Città che sale” dove i palazzi in costruzione, le ciminiere e le impalcature celebrano l’idea del progresso industriale e la sua inarrestabile avanzata.

Con tali premesse, l’adesione di Sant’Elia al futurismo non poteva che essere inevitabile. Il suo impegno lo vede tra i fondatori del Gruppo Nuove Tendenze, che espone nel giugno del 1914 con Chiattone, Dundreville, Erba e Carrà, alla Famiglia Artistica ed immediatamente dopo aderisce al futurismo pubblicando, nell’agosto dello stesso anno sulla rivista “Lacerba”, il suo Manifesto dell’architettura futurista, vero e proprio intento di rottura con la tradizione, e testimone di un bisogno di essere moderno e di aderire al suo tempo. Il modello di architettura proposto è legato più alla funzionalità che alla bellezza, lasciando spoglia la struttura, senza alcuna sovrapposizione ornamentale. Un particolare rilievo rivestono poi i materiali, impiegati per importanza alla struttura nuda dell’edificio, ricco soltanto della bellezza delle sue linee e dei suoi rilievi. In una Casa più simile ad una gigantesca macchina, l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile, permettono di ottenere il massimo dell’elasticità e della leggerezza. L’esaltazione della macchina, mito futurista per eccellenza, rivela nella concezione di Sant’Elia lo stretto legame esistente tra architettura, industria e scienza. L’esaltazione dei miti futuristi risuona nelle sue parole: “Sentiamo di non essere più gli uomini delle cattedrali e degli arengari; ma dei grandi alberghi, delle stazioni ferroviarie, delle strade immense, dei porti colossali, dei mercati coperti, delle gallerie luminose , dei rettifili, sventramenti salutari. Noi dobbiamo inventare e fabbricare ex novo la città moderna simile ad un immenso cantiere tumultante, agile, mobile, dinamico in ogni sua parte, e la casa moderna simile ad una gigantesca macchina …… gli ascensori devono inerpicarsi come serpenti di ferro e di vetro lungo la facciata …… (la strada) si sprofonderà nella terra per più piani che accoglieranno il traffico metropolitano e saranno congiunti per i transiti necessari, da passerelle e da tapis roulants”. Quegli “sventramenti salutari” saranno l’eco di quella “guerra purificatrice” nella quale Sant’Elia si arruolerà da lì a poco per morire, un anno dopo, durante un assalto.

Se la concezione futurista della città in Sant’Elia appare come un’esaltazione di un progresso sociale universale, la torre di Babele, disegnata nel 1926 da Kettelhut per il film Metropolis di Fritz Lang, è invece il luogo delle ombre e dell’universo delle creature del male, industriali, manager, ricchi, che popolano e prosperano gli sfavillanti grattacieli di Metropolis, mentre nel sottosuolo vivono confinati gli operai come in un ghetto e dimenticati da tutti. Antesignana di un’architettura ispirata alla fantascienza, la torre di Babele di Kettelhut mostra la contraddittorietà della megalopoli in sé, capace di esaltare un progresso, ma nel contempo di dividere l’uomo, concetto che più di cinquant’anni dopo riprenderà Ridley Scott nel suo film Blade Runner.

Una diversa prospettiva della grande città è invece offerta da Charles-Edouard Jeanneret, meglio noto come Le Corbusier. Con il suo progetto per una Città di tre milioni di abitanti, presentata al Salon d’Automne del 1922, l’architetto denuncia l’inadeguatezza della città attuale rispetto alle necessità dell’uomo suo contemporaneo. In contrasto con le visioni claustrofobiche e classiste di Metropolis, Le Corbusier progetta una città dove la divisione si attua però in base alle funzioni che vi vengono svolte, ripartendo il complesso urbano in tre zone: una comprendente un centro commerciale con al suo interno funzioni direzionali e servizi, una destinata a residenze e situata all’interno della città, ed un’ ulteriore fascia residenziale suburbana. Le diverse aree funzionali si dispongono all’interno delle maglie regolari quadrate, tagliate da strade in senso ortogonale o in diagonale per i trasferimenti ad alta velocità. Sono anche previsti grandi spazi aperti, contigui agli isolati rigorosamente quadrati, da adibire ad uso pubblico.

A dieci anni di distanza da Metropolis, è László Moholy-Nagy a rendere omaggio alla città contemporanea con il film Things to Came, che Jan Tichy rielabora per l’esposizione comasca in uno spettacolo video a tre canali. Qui l’edificio del Bauhaus, scuola punto di riferimento fondamentale per tutti i movimenti d’innovazione nel campo del design e dell’architettura legati al razionalismo ed al funzionalismo, si sviluppa nel rispetto del tessuto urbano in cui si inserisce, aprendosi verso la città con enormi vetrate pensate non solo funzionalmente per dar luce ai laboratori, ma anche ideologicamente per rivelarne il contenuto, poiché nelle case di vetro nulla si nasconde e tutto si comunica, secondo il modello della comunità democratica teorizzato dalla scuola tedesca.

Interessante è poi la pianificazione urbana di Broadacre City dello statunitense Frank Lloyd Wright, della quale viene esposto a Como il modello originale del 1935. Broadacre City si pone come l’antitesi di una città e l’apoteosi del suburbia, quest’ultimo frazionato in lotti da 400 metri quadrati destinati a villette unifamiliari nelle quali fa bella mostra il simbolo per eccellenza della classe media: l’automobile, come unico mezzo in grado di favorire le relazioni sociali in un’epoca nella quale internet ancora non c’era. La galassia dei microcosmi familiari di Lloyd Wright riprende romanticamente l’ideologia individualistica del pionierismo statunitense, esaltando al tempo stesso il rapporto tra l’individuo e lo spazio architettonico e fra questo e la natura, proponendo una visione armonica del rapporto tra ambiente costruito e ambiente naturale che troverà la sua massima espressione nella Casa sulla Cascata del 1935.

La mostra affronta poi il tema della città del secondo dopoguerra, in cui l’Europa deve essere ricostruita.

Una lettura particolare della città, che riprende il mito della città-macchina così caro a Sant’Elia, è quella del gruppo di avanguardia architettonica inglese degli Archigram, formatosi negli anni sessanta. La città è qui pensata come una ciclopica capsula sospesa, tecnologicamente avanzata, intelligente, dove le abitazioni sono a forma di celle o componenti standardizzati attraverso i quali gli abitanti possono muoversi come nomadi, allo stesso modo in cui i parassiti possono muoversi all’interno di baccelli.

Sempre all’insegna della leggerezza e della mobilità, sono le infrastrutture sospese di Yona Friedman, pensate per un’ architettura capace di comprendere le continue trasformazioni che caratterizzano la “mobilità sociale”, in grado di trasformarsi a seconda delle esigenze degli abitanti e dei residenti, in un processo continuo di creazione e ricreazione degli spazi.

La mostra prosegue poi con le proposte critiche dei gruppi radicali italiani degli Archizoom e Superstudio che, in pieno Sessantotto, mettono in discussione la struttura e il significato della città capitalistica; i primi, con il progetto “No Stop City”, intendono arrestare il continuo spezzettamento immobiliare, tipico della morfologia urbana tradizionale, pensando una struttura residenziale continua, priva di vuoti e quindi priva di immagini architettoniche, garantendo  il massimo possibile di concentrazione demografica; i secondi, introducendo enormi griglie tridimensionali nel tessuto urbano esistente, intendono fare tabula rasa della città o di una parte di essa, creando spazi ancora da riempire e da strutturare in base al proprio desiderio o ai desideri degli utenti.

Passando alla ricerca artistica degli anni più recenti, una menzione particolare va fatta alla “Pizza City” di Chris Burden, uno sterminato plastico di una città composta da centinaia di giocattoli sul quale, in una visione schizofrenica, sono accostati senza alcuna proposta di sintesi edifici e monumenti tra di loro distanti nel tempo e nello stile, a riprova della oramai conclamata complessità del moderno tessuto urbano delle nostre città, che deve fare i conti necessariamente con la sua storia.

Se l’aspetto ludico della città di Burdon potrà risultare gradito anche ai piccoli visitatori, che non avranno difficoltà a scorgervi a seconda dei casi un presepe o un plastico completo di trenini, macchinine e barchette, un grande successo intergenerazionale non potrà che riscuotere il video 3D della cinese Cao-Fei, che rappresenta una città sospesa nello spazio virtuale di Second Life, dove l’agglomerato urbano è animato con le luci e la policromia di un enorme Luna Park, in una visione se non proprio utopica almeno ottimistica del futuro.

Chiude il percorso espositivo, ma anche un ideale cerchio che unisce la visione sostanzialmente utopica dell’architettura del ventesimo secolo, l’istallazione di Carsten Hoeller, che ricostruisce il progetto fantastico di una città volante concepita nel 1928 dal sovietico Kurtikov. Come a dire che una probabile chiave di lettura per un’architettura futura non può che essere quella leggerezza che Calvino ha suggerito come imprescindibile eredità per il nuovo millennio.

Francesco Mentasti

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