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L’ECONOMIA FACILE

 Di Francesco Torriani

Vi ricordate l’inizio degli anni ’60? Le prime immagini televisive del campionato di calcio italiano e dei primi successi delle nostre squadre in Europa trasmessi in Eurovisione: ombre che si muovevano come impazzite sullo sfondo grigiastro della TV in bianco e nero, immagini tutt’altro che nitide sottolineate dalla voce squillante di Nicolò Carosio. Uno strano fenomeno si diffuse, come un morbo, presso la popolazione: quasi tutti, oramai adusi alla visione delle partite, si erano trasformati in esperti allenatori, al punto di credersi in grado di assumere la responsabilità tecnica della Nazionale.

Ora davanti alle vicende degli ultimi anni, dalla crisi finanziaria internazionale alla recessione italiana, da Berlusconi a Monti, dalle promesse elettorali alla difficoltà del Parlamento, un meccanismo pari a quello degli anni ’60 si sta facendo strada tra i cittadini, con la diffusione dell’idea che le soluzioni necessarie al rilancio della nostra disastrata economia siano alla portata di tutti, o perlomeno alla portata di ciascuno di noi.
Nelle discussioni da salotto o da bar reali o virtuali emerge tra le righe: “Certamente il Presidente del Consiglio dei Ministri deve necessariamente risolvere un sacco di problemi complessi, relativamente ai quali la politica é spaccata: i matrimoni tra omosessuali, la TAV, l’abolizione delle Province, i marò prigionieri in India; meglio lasciare ad altri più esperti questo compito oneroso. Mentre per il Ministro dell’Economia e delle Finanze o, finanche, dello Sviluppo Economico le soluzioni sono così semplici ed ovvie che basta una persona intelligente, di buona volontà e non condizionata dalla politica per attuarle.”
Tutti hanno le ricette in tasca e si chiedono perché non vengono realizzate subito, esattamente come una volta tutti avevano chiara l’idea su come posizionare in campo Mazzola, Rivera, De Sisti e Bulgarelli.
Come mai tanta faciloneria? Cosa l’ha provocata?
Prima causa. Cadute le ideologie assieme al Muro di Berlino, i partiti nelle loro promesse elettorali, evitando di entrare nei dettagli, presentano tutti i medesimi rimedi, seppur con qualche sfumatura, che la maggior parte degli elettori non riesce a cogliere: taglio delle tasse, riduzione della spesa pubblica, crescita dell’occupazione, rilancio della produzione… (strano che non si parli più del cuneo fiscale, il cui problema sembra tramontato un anno fa). Stesso linguaggio, stesse idee: la direzione é ovvia.
Seconda causa. Il grande pubblico ha assimilato tanti nuovi concetti: lo spread, la recessione, i mutui subprime, il pareggio di bilancio: ora credendo di possedere idee chiare, ciascuno si illude di possedere tutto il bagaglio tecnico per proseguire nell’opera di risanamento dell’economia italiana. E’ pari a colui, che avendo imparato a cuocere un uovo sodo o a preparare una tazza di cioccolata, utilizzando una bustina con l’opportuna miscela, si permette di immaginarsi cuoco in un ristorante stellato.
Conclusione: é vero che abbiamo una classe politica poco preparata e poco attenta ai problemi del paese; ma, se da una parte dobbiamo temere quanto fanno (o non fanno) i nostri eletti, dall’altra le facili ricette dell’uomo della strada sono di una semplicità pericolosa. La democrazia rappresentativa ha toccato il fondo, per la mancanza di ideali; il populismo verticistico, con la bacchetta magica dell’uomo qualunque, potrebbe fare ancora peggio.

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