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I MITI GRECI DI ROBERT GRAVES E IL FRAINTENDIMENTO DELLA CLASSICITA’

Zeus e Teti (Guido Rovi)Di Guido Rovi 

I Miti Greci di Robert Graves (1954, edizione italiana Longanesi) sono un caposaldo del secolo appena trascorso, un giro di boa per quella che è l’interpretazione del mondo antico.

Graves scardina quel vizio di forma presente nella visione comune del mondo classico che nasce in epoca illuminista con Winckelmann: il bianco perfetto divinizzato si sgretola di fronte alla corporalità più che mai terrena e umana.

Un mondo astratto e cristallizzato nell’iconografia che da oltre due millenni connota l’immaginario occidentale viene fatto a martellate dall’indagine dell’autore con una sapiente commistione di antropologia e altre discipline fino ad allora poco indagate.

Fondamentale è la teoria che mostra come di fatto la cultura classica derivi da un substrato più antico che risale ai popoli invasi dalle tribù indoeuropee.

Chi è conquistato subisce la lingua altrui, ma spesso ha una cultura che ha il sopravvento sugli invasori, che incorporano ciò che trovano, magari facendo sostituzioni, ponendo divinità maschili al posto di quelle femminili.

Gli invasi sono quelli che i Greci di stirpe ellenica chiamavano Pelasgi e che in epoca storica, nel III secolo a.C. erano ancora presenti nel nord dell’Egeo, così come testimonia lo stesso Erodoto.

Di fatto la cultura dell’Occidente moderno non è altro che il sedimento rimasto e l’evoluzione di quel mondo così arcaico. Pur cambiando le lingue e i centri nevralgici del potere, l’architettura culturale della società poggia ancora su quei pilastri.

Il mito dunque visto come indovinello da decifrare e non solo come una narrazione a sfondo morale. Tutto viene spiegato secondo una precisa logica. Il confronto tra invasori con un sistema patriarcale e invasi con un sistema matriarcale o matrilineare.

Le figure di Eracle e degli eroi semidivini assumono una dimensione del tutto inedita rispetto all’interpretazione classica.

Le migrazioni mitiche così come tanti episodi aneddotici vengono ricostruiti in modo interessante e inquadrate con un approccio storico: in questo modo Graves indaga nella stratigrafia che affonda nel mito portando alla luce aspetti culturali spesso passati in secondo piano. Il mondo agricolo è preminente e l’atmosfera religiosa che alberga è quasi primordiale, sciamanica.

Alberi, erbe e animali hanno tutti una valenza diremmo oggi animista.

Rovert Graves ci porta a conoscere quella società che ancora risentiva degli influssi matriarcali in cui il ruolo della religione spesso coincideva con il potere regale. Graves ricostruisce il suo lungo ragionamento partendo dai raffronti con quelle che erano le zone periferiche della cultura ellenica, la montuosa e isolata Arcadia, la Tessaglia, la barbarica Tracia e le isole a nord e a sud dell’Egeo. Laddove il folklore era sopravvissuto fino ai giorni nostri, laddove il passato restava aggrappato nonostante tutto fosse cambiato nei secoli, allora forse c’era qualcosa che si ostinava a preservarsi nella tradizione locale.

Cesura fortissima che divide di fatto il libro in due parti è la descrizione dei personaggi omerici, evidente esempio di sincretismo culturale tra gli ellenici invasori e gli invasi pelasgici.

Il testo è composto da brani che raccontano le vicende epiche dei vari personaggi; segue una fitta rete di note che occupa quasi sempre uno spazio pari a quello dell’evento narrato.

Sicuramente singolare è il continuo riferimento alla ciclicità del tempo come elemento rituale e portante della religione e quindi dei miti stessi.

Il rapporto col ciclo della luna, la terra, l’agricoltura e tutte le stranezze che potevano sembrare magiche all’uomo protostorico arricchiscono di elementi curiosi la consueta versione del mito: Graves interpreta secondo la sua chiave di lettura ciascuno dei fatti che espone, spiegando come il conflitto tra sacerdotesse e regnanti maschili, fosse di fatto ciò restava in epoca classica di probabili fatti storici che risalvano alla notte dei tempi.

Sempre in questo solco, viene espressa una semplificazione iconografica di molti personaggi di epoche successive che risalgono ad un archetipo originario.

Le diverse declinazioni delle divinità femminili sono in verità la manifestazione dell’entità primigenia e generatrice, la Dea Madre, che sotto forma di vergine, ninfa o matrona appare agli occhi dei mortali. Il ruolo maschile dei protagonisti epici invece si rifà al modello del re o di colui che ambisce a tale ruolo, che, come nella più vasta tradizione europea della fiaba, sovente deve affrontare delle imprese che potrà superare solo grazie alla mediazione divina o all’intervento di un oggetto magico.

La ritualità del lavoro della terra viene celebrato nella religione che dunque è una metafora dell’agricoltura, un processo vitale che mediante sequenze precise e prestabilite nel susseguirsi delle generazioni, così come nel succedersi delle stagioni celebrano la magia della vita stessa.

Si sbriciola così il mito basato sulla sola civiltà guerriera.

Un mito creato ex post dalla frammentarietà di quel che rimaneva a disposizione degli intellettuali di ciascuna epoca, che spesso attingevano a quel materiale per calare i diversi episodi nel proprio tempo. Finisce da un lato l’ideale arcadico e ovattato e dall’altro quello eroico guerresco.

Un’anticipazione di parecchi decenni di quello che poi gli archeologi avrebbero scoperto come fatto reale: così come il mito si colora di una natura più che umana e corporale, così si scoprì che colorata era anche la statuaria.

Una dimensione più antropomorfa dell’età dell’Oro quindi riporta alla sua vera immagine un’epoca mitizzata e cristallizzata nell’ideale indefinito e del tutto svincolata dalla fatica e dalla carnalità che Graves riesce sapientemente a far riemergere nelle sue analisi.

I risvolti delle analisi condotte hanno una portata enorme e in parte rispondono alle domande sull’origine della cultura europea. Passano i secoli, cambiano le culture, le lingue, le tradizioni, le religioni, ma questo patrimonio nonostante tutto passa nel tempo e nello spazio. La tradizione orale, i rituali ancestrali si condensano nel mito che è l’unica testimonianza delle origini, un passato remoto che è sempre stato d’esempio nei secoli e che di fatto compone le radici ancora oggi del nostro presente.

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