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CONTRO LA MEMORIA (ALESSANDRO PIPERNO)

di Andrea Pollastri

Contro la memoria

E’ sempre più vicino il giorno in cui l’ultimo sopravvissuto della Shoah scomparirà dalla faccia della terra. Come verrà tramandato il racconto di quell’esperienza terrificante dopo di lui? Esiste una forma di espressione efficace per la tragedia?

Sono queste le domande a cui Alessandro Piperno, fresco vincitore del premio Strega con il romanzo Inseparabili, cerca di dare una risposta. L’autore indaga sul concetto di memoria e sui rischi ad essa connessi attraverso uno dei suoi autori preferiti, Marcel Proust e attraverso la Recerche, l’opera più celebre dello scrittore francese, il romanzo sulla memoria per antonomasia. Piperno elabora un’interpretazione nichilista della memoria, in quanto strumento meraviglioso ma fallace, sospettando che le armi di cui possa disporre l’oblio siano mille volte più potenti di quelle su cui possa contare la memoria.

Quel giorno arriverà. E porterà un cambiamento non immediatamente percettibile ma, alla lunga, a dir poco fatale. Con la scomparsa dalla faccia della terra dell’ultimo internato, infatti, non ci sarà più nessun essere umano capace di testimoniare con il proprio corpo, con il proprio spirito, con il proprio cervello, con il proprio sangue, quello che successe in Europa centrale più di mezzo secolo fa. Da quel momento in poi i testimoni verranno sostituiti dai figli e dai nipoti”.

Ma non è così semplice. La memoria diretta viene sostituita dalla memoria indiretta e come si può ben capire, ogni racconto tramandato perde sempre un po’ dell’originaria verità. Diviene molto difficile raccontare con il cuore quello che non si è vissuto con la propria pelle.

Come ricorda benissimo Piperno, già Primo Levi, in una delle sue opere più dure, nei “Sommersi e i salvati”, sosteneva che i sopravvissuti stessi non avevano alcun diritto di parlare a nome di chi non ce l’ha fatta. Per lo stesso identico motivo o, commenta Piperno, per un motivo ancora più forte, è assurdo che i figli dei sopravvissuti parlino a nome dei loro padri e delle loro madri.

Quello dell’oblio, accompagnato dal pensiero dell’incapacità nel raccontare i fatti, di non essere creduti, era una paura ricorrente nei sopravvissuti ai campi di sterminio.

Scrive Elie Wiesel, scrittore romeno che sopravvisse all’olocausto:

Quelli che non hanno vissuto quell’esperienza non sapranno mai che cosa sia stata; quelli che l’hanno vissuta non lo diranno mai; non veramente, non sino in fondo. Il passato appartiene ai morti, e il sopravvissuto non si riconosce nelle immagini e nelle idee che pretendono di descriverlo”.

Si può dire che per Wiesel la vita terminò proprio in quel palcoscenico del terrore che furono i campi di sterminio. Chi ha letto uno dei suoi libri più significativi, “La notte”, ricorderà benissimo questo bellissimo e, insieme, sconvolgente passo:

Dietro di me sentii il solito uomo domandare:
– Dov’è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca..”

E forse, è anche a causa dell’oblio che molti non ce l’hanno fatta. I pochissimi che ebbero la fortuna di sopravvivere dovettero affrontare il dramma di non essere all’altezza del compito che si erano prefissi. Tanto che, secondo l’autore, leggendo le meditazioni circa l’affievolirsi del ricordo contenute ne “I sommersi e i salvati”, si è tentati di credere che perfino Primo Levi, proprio prima di togliersi la vita avesse iniziato anch’egli a diffidare della propria capacità di ricordare.

Ma c’è un ulteriore aspetto evidenziato molto bene da Levi: la vergogna. Lo ricorda molto bene Marco Belpoliti in uno dei suoi recenti saggi “Senza Vergogna”. Belpoliti, scrittore, saggista e professore ordinario di Storia della letteratura italiana all’Università di Bergamo, ha più volte analizzato la figura di Primo Levi arrivando, in questo interessantissimo saggio, a considerare un aspetto che molte volte è sottaciuto, non approfondito. E’ sempre ne “I sommersi e i salvati” che Levi delinea in maniera perfetta e acuta lo stretto rapporto che intercorre tra vergogna e senso di colpa.

Levi s’ interroga sulla vergogna del sopravvissuto. Vuole capire da che cosa nasce e perché si protrae nel tempo. Perché io, che non ho fatto nulla di male, devo provare il senso di vergogna per quello che è accaduto? Inoltre, nel sottofondo della sua argomentazione si percepisce un senso di malessere, un risvolto angoscioso, finanche depressivo. Forse non è un caso che il tema di cui subito dopo Levi si occupa in quel capitolo sia proprio il suicidio”.

Sono ben tre le pagine dedicate al suicidio. Per arrivare alla conclusione che nel Lager non ci si suicida, dal momento che il primo istinto è quello di sopravvivere. Il senso di colpa “ viene relegato in secondo piano per emergere dopo la liberazione”. Continua Belpoliti, riprendendo un’analisi di Marco Battacchi: “ Levi, come ogni sopravvissuto del Lager, ha un problema: cosa fare della propria vita per meritarsela. Perché io sì e lui no? La fortuna che mi è toccata è in qualche modo meritata, oppure no? La necessità della testimonianza nasce da qui, ma è una necessità avvelenata, in quanto è vivo per ricordare ciò che è stato, ha una missione certa, ma questo ricordo, questa missione, continuerà a suscitare in lui l’angoscia invece di estinguerla”.

Ecco perché la Recherche è il libro giusto da analizzare. E’ il grande “libro del ricordo”, ma in quanto mette in scena tutte le peripezie della memoria umana, soprattutto quelle fatali con le sue irrimediabili eclissi. La Recherche viene definita un’opera “che inneggia alla distruzione del mondo” più che al ritorno e al ritrovamento dell’essenza della vita nell’Arte, come spesso è stato scritto. Questo di Piperno è un saggio lucido e ben argomentato, a tratti crudele, capace di gettare l’ombra del pensiero nichilista anche su chi, per ragioni di puro e semplice ottimismo, nella Memoria crede e confida ancora.

 

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