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ANTISPECISMO DEBOLE : LA RISPOSTA DI LEONARDO CAFFO AL GRIDO DI DOLORE DEGLI ANIMALI, UNA VIA CONCRETA PER AGIRE ORA

Lamb and Sheep and Pigs

di Rita Ciatti

Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole” è il titolo del saggio, attesissimo, di Leonardo Caffo, la cui uscita è ormai imminente.

 

E mi sembra opportuno partire proprio dal titolo, molto di più di una semplice boutade, per tentare di far luce su questa nuova proposta di intendere la liberazione animale, in qualche modo riconducendola e riconsegnandola a quella che è la sua etimologia originaria.

Ma prima un breve passo indietro – una premessa doverosa e necessaria direi – per capire come si è giunti fin qui e quanto sia necessario chiarire la specificità di tale battaglia, ma anche, soprattutto per capire se il termine antispecismo sia riuscito finora, nelle sue varie declinazioni, a mantenere quel che promette, ossia se, dichiarandosi come lotta contro lo specismo abbia saputo indicare una strada realmente percorribile in tal senso e capace di raggiungere il traguardo che si prefigge.

I padri fondatori del movimento per la liberazione animale, l’utilitarista Peter Singer e il giusnaturalista Tom Regan, definendo lo specismo come quel pregiudizio morale che porta la specie umana – sulla scorta di attributi che solo le competerebbero quali, ad esempio, una teoria della mente superiore e la capacità di articolare un linguaggio complesso – a discriminare e sfruttare tutte le altre per soddisfare i propri interessi, hanno cercato di opporvisi tentando di dimostrare quanto anche gli altri animali possiedono caratteristiche analoghe a quella della nostra specie, in primis la capacità di provare dolore o, come sostiene Regan, quella di essere soggetti di una vita, dotata di un valore inerente, indipendemente dal calcolo degli interessi che della stessa si potrebbe fare. Questi tentativi di opporsi allo specismo rivelano però un paradosso: la volontà, seppure pregevole, di estendere il diritto alla vita alle specie animali non umane e di abolirne lo sfruttamento, rimane pur sempre infatti, innegabilmente, una forma di specismo, seppure camuffata, in quanto muove dal riconoscimento di quelle caratteristiche proprie dell’umano al fine di includere, per gentile concessione quasi, nel cerchio della morale che gli è propria anche gli individui delle altre specie che danno prova di possederle. Il che equivale a dire: se sei degno di essere rispettato è perché mi assomigli un po’. Il vessillo dell’antropocentrismo rimane ancora intatto e continua a rifulgere in tutto il suo splendore. Questa è una critica che analogamente si potrebbe estendere a tutti quei movimenti e quelle battaglie per l’ottenimento di diritti che sono stati sostenuti rivendicando una similarità degli oppressi agli oppressori – le donne come gli uomini, i neri come i bianchi – dimenticando che mantenendo come parametro di valore quello del dominante, implicitamente non si fa che confermare l’arbitrio della sua presunta superiorità. La negoziazione dei diritti infatti non dovrebbe giammai avvenire avvicinando il richiedente al piano di chi dovrebbe concederli, ma lottando per il riconoscimento dell’alterità, quale essa sia. Così che le battaglie per la conquista dei diritti non dovrebbero mai passare attraverso la dimostrazione di una sostanziale eguaglianza di chi li chiede a chi dovrebbe concederli, ma rivendicandone l’ottenimento sulla base di attributi e necessità proprie.

Un’altra critica rilevante che è stata mossa all’antispecismo morale di Singer e Regan si trova nella teorizzazione del cosiddetto antispecismo politico, elaborata da Marco Maurizi nel suo Al di là della Natura. Gli animali, il capitale e la libertà. Ed è necessario spenderci almeno due parole anche perché è dal dibattito in seno a questa articolata proposta per la liberazione animale – connessa e intrecciata a quella umana – e da una sua attenta disamina e analisi che Leonardo Caffo inizierà una riflessione – inizialmente germinale, tesa a superare tanto l’antispecismo morale quanto quello politico e definita provvisoriamente “proposta per un terzo antispecismo” – poi successivamente raffinata, meglio centrandone obiettivi e punti, e quindi definita antispecismo debole.

L’antispecismo politico dunque, ricostruendo una genealogia dello specismo e definendolo come quella ideologia scaturita dalla prassi dello sfruttamento del vivente e della sua domesticazione risalente, indicativamente, al periodo della formazione delle prime società stanziali e quindi della costituzione di una gerarchia sociale suddivisa in classi – elaboratasi sul doppio ordine del simbolico e del reale – identifica come valida una prospettiva di lotta tesa a smantellare alla radici l’attuale ordinamento sociale fondato sul dominio e l’oppressione tanto degli umani che degli animali non umani, riconoscendo come intrecciate e connesse le due forme di schiavitù. Rifutando quindi l’approccio morale – teso a sensibilizzare il singolo – intende lavorare a livello sistemico per far sì che si smantelli alla radice la logica dell’oppressione e del dominio che coinvolge tutti i viventi. In questa prospettiva la liberazione animale perde la sua connotazione per inserirsi nella più ampia battaglia di una liberazione totale e rimane pensabile e attuabile solo conseguentemente all’attuazione della seconda, la quale – nel raggiungimento di uno stato di benessere per tutti gli umani – consentirebbe quelle premesse necessarie per interessarsi anche alla sorte degli animali.

L’antispecismo debole muove precipuamente, ma non solo, dall’obiezione di questo punto, e qindi dall’esigenza di riconoscere invece nella liberazione animale una sua specificità che, per varie ragioni, non può essere riducibile a nessun altra battaglia volta ad affrancare gli umani dalle varie forme di dominio, né potrà essere suscettibile e dipendente da una previa trasformazione dell’attuale sistema, ma dovrà anzi essere condotta solo e soltanto per loro (per mimare il titolo di un altro lavoro di Caffo), pur contribuendo anch’essa ad una modificazione globale della società e della nostra cultura; del resto, procedendo via via verso una progressiva abolizione dello sfruttamento animale, non potrà che verificarsi anche quel sostanziale mutamento del tessuto sociale che tutti ci auspichiamo, essendo tutta la nostra economia e cultura (nelle sue tante sfaccettature, sia a livello di simbologia che di produzione, tanto intellettuale che materiale) basata sulla reificazione e mercificazione degli animali non umani. A tal proposito anche l’antispecismo debole rimane comunque anche sempre politico, affrancandosi dalla pura teoria ed elevandosi ad una prassi che è possibile realizzare e mettere in atto sin da subito, senza più procrastinare oltre quella che ormai appare come un’urgenza non più eludibile, sebbene non dipendente da una previa trasformazione sociale, ma anzi, divenendone forse il necessario presupposto.

Contestualizzare questa lotta – e non aver timore di chiamarla anche semplicemente liberazione animale – è un primo passo necessario per ridare una piena dignità a tutti gli individui non umani, pena il rischio di negare e violentare ancora una volta il loro diritto a esistere di per sé negandone per l’ennesima volta la loro peculiarità. Mentre non è affatto detto che una volta realizzata la liberazione umana (ammesso e non concesso che si riesca a definire i termini di questa liberazione globale) – che è ciò che sostiene invece l’antispecismo politico – ci possa poi essere anche un reale interesse a liberare gli animali, visto che potrebbe anche ipoteticamente darsi un equilibrio in cui di fatto l’oppressione tra gli umani è venuta meno, ma quella degli animali continuerebbe ad avere una sua utilità.

Ma torniamo ora al titolo del saggio di Caffo, che è, come già annunciato “Il maiale non fa la rivoluzione”. Cosa significa? Significa che per la prima volta nella Storia abbiamo dei soggetti – gli attivisti e teorici della liberazione animale appunto – che scendono in piazza a reclamare qualcosa per altri soggetti, che sono poi veri soggetti in causa, ossia gli animali. Detto così può sembrare banale, ma è invece importantissimo focalizzare la nostra attenzione su questo punto. Per capire l’assoluta rivoluzionarietà del gesto bisogna capire innanzitutto CHI sono questi soggetti altri per cui ci muoviamo e affanniamo tanto. Non basta dire gli animali. E non solo perché, facendo il verso a Derrida, rischiamo di appiattire sotto una generica etichetta una molteplicità di specie e di singoli individui che si differenziano per caratteri propri, ma anche perché è dal loro grido – inascoltato dai più – e dal riconoscimento dell’immane portata del loro dolore che dobbiamo ripartire per legittimare le istanze della loro liberazione e per individuare pragmatiche strategie di lotta.

Gli animali, per riprendere la celebre metafora del grattacielo che Horkheimer (nei suoi appunti presi in Germania nel 1933 e raccolti sotto il titolo di Crepuscolo) ha usato per descrivere la struttura verticistica del potere e dell’oppressione, sono gli ultimi degli ultimi, coloro che a miliardi crepano e soffrono di un dolore indicibile in quegli scantinati lerci del loro sangue, feci e dolore, il cui pianto ci giunge attutito – se e quando ci giunge – perché incapace di passare le spesse e solide pareti di quelli che Foucault ha definito i “dispositivi di potere”. La normalizzazione della violenza istituzionalizzata nella nostra società è infatti un dispositivo che efficacemente e incessantemente lavora affinché il dolore animale venga rimosso, negato, obliato oppure, semplicemente, accettato.

Ed ecco che l’antispecismo debole più che configurarsi come una delle tante teorie – e qui risiede il suo carattere innovativo – si prospetta come quel grido che gli animali attendono capace finalmente di rompere le pareti dei mattatoi, degli allevamenti e di tutti quei non-luoghi in cui la non-vita degli animali viene artificiosamente sospinta a suon di violenza e privazioni; un grido capace di smantellare queste strutture di morte fino a mostrare attraverso lo squarcio prodotto il vero volto dell’orrore dell’olocausto animale: un olocausto che continua a mietere migliaia di vittime al secondo, migliaia di vittime reali, in carne ed ossa, che stanno morendo proprio mentre mi accingo a scrivere queste note.

Senza negare la ricostruzione dello specismo come prassi economica, politica, sociale l’antispecismo debole, rinunciando (e per questo “debole”) alla sua pretesa di trasformazione globale della società – ma mantenendola come fine ultimo – intende agire ora, subito, riportando in primo piano il dolore degli animali, riconoscendo e confidando nella validità di metodi e strategie di lotta attuabili sin da subito.

Ciò che questa nuova teorizzazione per una liberazione animale si prefigge – sia come pensiero filosofico, che come prassi – è lottare contro ogni forma di violenza che viene oggi perpetrata sugli animali: quella istituzionalizzata e normalizzata (su cui si regge pressoché tutta la nostra economia), quella derivante dalle tradizioni, quella che scaturisce, indirettamente, ma rilevantemente, anche dal pensiero religioso che stabilisce una gerarchia dei viventi e quindi la superiorità (basata sulla presunta attribuzione dell’anima che gli animali non avrebbero) dell’uomo sul resto degli animali e, più in generale, contro la diffusa e comune concezione che degli altri animali si possa legittimamente abusare.

Lottare soltanto per loro significa anche evitare di ricorrere ai cosiddetti argomenti indiretti (la carne fa male alla salute, gli allevamenti intensivi inquinano, la sperimentazione animale non dà risultati sicuri sull’uomo ecc.) – argomenti che solo tendono a favorire e riposizionare al centro i soli interessi degli umani, ma che in nessuna maniera mirano a restituire la dignità agli animali in quanto individui senzienti che esistono indipendentemente da noi e non già per soddisfare i nostri capricci – e poi lottare anche contro tutti quegli espedienti apparentemente protezionisti e mirati a salvaguardare il benessere animale, ma che in realtà continuano a tenere imprigionati i nostri fratelli animali in maniera ancora più subdola. Come scrive Tom Regan – e mai slogan fu più efficace – noi non vogliamo “gabbie più grandi”, ma “gabbie vuote”. Ogni forma di sfruttamento nega alla radice qualsiasi illusione di benessere e tutela degli animali, non può esservi un’oppressione (che sempre conduce alla morte) che sia più etica o indolore di altre. E dobbiamo stare molto attenti a non lasciarci ingannare da concetti propagandati mediaticamente quali “allevamenti biologici”, “allevamenti nel rispetto degli animali”, “mucche felici”, “carne felice”, “pesca sostenibile” perché essi sono espedienti che le lobbies degli allevatori e le multinazionali stanno pericolosamente e furbescamente introducendo – paradossalmente nell’epoca in cui lo sfruttamento degli animali raggiunge forme inaudite di automatismo e aberrazione si rende possibile anche l’evidenza, non più arginabile o camuffabile, di tutto questo dolore e quindi, per quanto spesso negata, attraverso vari meccanismi psicologici di rimozione, sta sorgendo una certa consapevolezza collettiva – per mettere a tacere i sussulti di coscienza del sempre maggior numero di persone che iniziano a elaborare un pensiero critico in merito alla realtà dello sfruttamento animale. Il nostro verbo è abolire, giammai rendere lo sfruttamento e la schiavitù più sostenibile. Sostenibile per chi? Non esiste sopraffazione che si possa sostenere.

Riportare al centro di tutto il dolore degli animali significa anche innanzitutto riconoscere la peculiarità del loro sfruttamento. Per quanto l’ultimo degli ultimi umani sia oppresso e sfruttato, la sua condizione non potrà mai essere minimamente paragonata a quella del maiale appeso a testa in giù nella catena di s-montaggio. E certamente noi tutti siamo in qualche modo oppressi dalla cultura della reificazione del vivente derivante dall’alienazione capitalistica della società dei consumi – noi esseri umani lo siamo spesso ad un livello simbolico, invischiati in una ragnatela di sovrastrutture culturali che noi stessi abbiamo contribuito a tessere (per dirla con Max Weber) – ma un conto è essere sfruttati sul lavoro o essere discriminati, finanche essere vittime di guerre, un altro è essere fatti letteralmente a pezzi e mangiati, trasformati in indumenti, in accessori, inchiodati sulle tavole gelide dei laboratori in cui si effettua la vivisezione in nome di una scienza antropocentrica che si fa beffe di ogni considerazione etica e senza che tutto questo venga minimamente messo in discussione poiché normalizzato e istituzionalizzato. Si tratta di tragedie che hanno cause ed effetti diversi e che richiedono strategie diversificate nel tempo e nei mezzi. Le prime, le ferite inflitte agli umani, già di fatto universalmente stigmatizzate e riconosciute illegittime.  Le seconde, quelle inflitte agli animali, di fatto culturalmente accettate e considerate normali, non messe in discussione.

Se noi consideriamo normale sfruttare gli animali è perché sin da quando nasciamo siamo chiamati ad agire entro un paradigma di atti e azioni predeterminati che vanno a definire e circoscrivere il nostro ruolo di semplici cittadini compresi entro un mondo, una società che appare come un ente immutabile e astorico.

Ribellarci a questo stato di cose – la società e la cultura umane non sono immodificabili, ma il mondo diviene con noi – letteralmente disubbidire, per dirla con Thoreau, e immaginare atti inediti è il primo passo da compiere per far cadere quel velo di Maya che ci impedisce di scorgere l’altro da noi e di riconoscere nel dolore animale il nostro stesso dolore. Se è vero che noi consideriamo gli animali inferiori perché li sfruttiamo da tempo immemore, e non il contrario, è solo smettendo di sfruttarli che potremo ricominciare a vederli quali gli esseri senzienti, e non cose, che realmente sono. Tutte quelle pratiche che dall’antispecismo politico vengono forse considerate irrilevanti, in quanto non realmente efficaci per decostruire alla radice lo specismo e il sistema di sfruttamento del vivente, ecco che invece nell’antispecismo debole divengono mezzi di lotta efficaci e strategie utili ad abbattere quello scarto ontologico tra noi e gli altri animali. Smettere di mangiare gli animali – svelando e analizzando tutti quei meccanismi che ci portano a considerare “normale” farlo (importante quindi è il lavoro di informazione) – boicottare tutte quelle pratiche e prodotti che consentono e si basano sul loro sfruttamento, agire la nonviolenza tramite il proprio corpo che si fa e diviene così espressione di lotta, condurre campagne di sensibilizzazione volte a dare rilievo al dolore animale, disubbidire a questo stato di cose che appare immutabile facendo di noi stessi la testimonianza diretta di un’altra realtà possibile diventa dunque il mezzo – immediatamente possibile e attuabile – che consente di attuare quello slittamento prospettico utile a consegnarci finalmente la verità dell’essere animale, il suo essere corpo, sangue, nervi, sensi come noi, capaci di soffrire ed esperire il mondo esattamente come noi.

Diventare vegani non è un fine, ma un inizio.

Solo smettendo di mangiare gli animali, di considerarli come cose, come mere risorse rinnovabili, si potrà ricominciare a percepirli come esseri senzienti, solo spazzando via tutti quei non-luoghi di disperazione in cui sono rinchiusi – allevamenti, circhi, stabulari per la vivisezione, zoo, delfinari e altre simili strutture di detenzione – si potrà tornare a reinserirli nella giusta prospettiva di altri viventi che coabitano il pianeta insieme a noi, esistenti per loro stessi e non già per soddisfare le nostre esigenze.

In questo senso l’antispecismo debole, riconoscendo l’importanza e la necessità dell’agire ora e subito per la liberazione animale, si pone come vessillo di ogni attivista che intende farsi portavoce dei diritti animali.

E vorrei concludere proprio aggiungendo due parole sull’attivismo, spiegando come questa forma di antispecismo teorizzato da Caffo può essere visto, a ragione, anche quale strumento di riconciliazione tra lotta a breve termine animalista e lotta a lungo termine intesa in una più ampia ottica di trasformazione sociale quale l’antispecismo propriamente politico intende.

Se è vero che il termine antispecismo è pressoché sconosciuto ai più, lo stesso non si può dire di una generale e sempre più accresciuta consapevolezza che sta via via ingrossando le fila del movimento per la liberazione animale – proprio grazie al successo di campagne e battaglie mirate e contestualizzate, qual è stata quella della liberazione dei cani da Green Hill, ad esempio – consapevolezza che, seppure ingenua, non possiamo certo permetterci di arginare, pena l’isolamento, la settorialità e l’elitarismo di un movimento che, in vista di un cambiamento globale che al momento appare ai più come utopico, certamente prematuro, rimanderebbe ad una data incerta da destinarsi quella che invece appare come urgenza prioritaria. L’antispecismo debole, chiamando sé stesso ad agire in primo luogo per la liberazione animale e soltanto per loro, accoglie nelle proprie file chiunque sia disposto a tendere l’orecchio per sintonizzarsi sulla richiesta di aiuto che da ogni dove ci giunge da parte degli ultimi degli ultimi sulla terra: gli innocenti, indifesi, debolissimi animali. E si ha ragione di credere che chiunque sia in grado di aprirsi all’altro non umano, sia al contempo capace di estendere questa sua empatia verso tutti i viventi, nessuno escluso. Chi considera degno il maiale, non avrà più nemmeno nessun pretesto per degradare i suoi fratelli umani: se è vero, com’è vero, che, nella Storia ogni qualvolta si è voluto schiavizzare e dominare l’altro lo si è potuto fare solo assimilandolo e degradandolo, sia simbolicamente che materialmente, all’animale non umano, lottare oggi per liberare gli animali, e soltanto per loro, lottare per ridargli la dignità e lo status di esseri senzienti al pari nostro, significa anche eliminare una volta per tutti quei presupposti che rendono possibile l’assoggettamento dell’umano ad altri umani.

Educare all’animalità, sempre citando Caffo (ma tutto in questo articolo è elaborazione dei suoi scritti), significa educare alla nonviolenza, alla coesistenza pacifica tra i tutti i senzienti, al rispetto dell’altro, chiunque egli sia.

Non attendiamo dunque un cambiamento epocale di là da venire per intervenire in difesa dei nostri animali, ma anzi, iniziamo adesso, ora, rendendoci conto che questo cambiamento epocale siamo proprio noi che possiamo farlo, noi tutti che ci definiamo attivisti per la liberazione animale. Chi siamo noi per chiedere agli animali che in questo momento stanno soffrendo le pene dell’inferno di dover aspettare ancora un po’ affinché i tempi siano maturi e tutto il movimento si convinca della necessità di un antispecismo politico? Se là dentro ci fossero i nostri figli, cosa faremmo? Aspetteremmo un cambiamento epocale che muti il tessuto connettivo della società da qui a venire o agiremmo subito, senza più esitare? La risposta mi pare ovvia.

Cosa rispondere al maiale che ci guarda disperato da dietro le sbarre? E al topo che sta per essere decapitato nei laboratori? Dovremmo forse rispondergli che prima dobbiamo liberare gli umani e poi, forse, toccherà a lui? Se il maiale continuerà venire dopo di tutto, allora nessuno di noi è degno di definirsi attivista per la liberazione animale.

Ma se invece, come sinceramente crediamo, vogliamo agire per la liberazione animale, allora l’antispecismo debole può essere la risposta che attendevamo: esso è un grido, prima ho scritto, il grido che squarcia le fondamenta su cui si reggono i macelli, ma è al tempo stesso una carezza, per riprendere un’espressione già usata da Caffo, la carezza che ci piega il volto per indurci a rivolgere il nostro sguardo sulla stessa linea retta, non più eludibile, di quello dell’animale che ci osserva da dietro le sbarre.

Bibliografia: dossier sull’antispecismo debole pubblicato in Asinus Novus: http://asinusnovus.wordpress.com/extra/rassegna-antispecismo-debole/

Leonardo Caffo – Flatus Vocis. Breve invito all’agire animale – Novalogos, Aprilia, 2012;

Marco Maurizi – Al di là della natura. Gli animali, il capitale, la libertà – Novalogos, Aprilia, 2011;

Tom Regan – I diritti animali – Garzanti, 1990.

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3 commenti

  1. giancarlo ha detto:

    Bellissimo, complimenti ! 🙂

  2. […] scorso – prima della pubblicazione – sono uscite due anticipazioni qui su Eidoteca, a cura di Rita Ciatti e dello stesso Leonardo […]

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