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IL PADRE TIFOSO (dalla Rubrica Sciocchezzaio)

bambino che gioca a calcio

Di Andrea Giardina

Chiuso nella tetragona convinzione di avere in casa un campione, vive nella scorante condizione di chi non può mai confessare apertamente quanto gli sta più a cuore, facendo esercizi di umiltà improbabili, salvo poi sbracare con indecenza quando le cose si mettono male. A quel punto, di fronte ad un “mister” che si ostina a non vedere le qualità del ragazzo e non lo fa giocare, o a tu per tu con la belluinità degli altri genitori (a lui completamente speculari, ma di cui sottolinea l’indecente incapacità di capire il football), sbotta in manifestazioni di ira convulsa, o dà la stura a sarcasmi velenosi, o, ancora, agisce per vendicarsi con puntualità criminale ipotizzando l’annientamento fisico del “suo nemico”. Del resto, il padre tifoso vive solo nella prospettiva della carriera del figlio, a cui, dall’età di quattro anni e mezzo, ha imposto la pratica ossessivo-compulsiva dello “sport”. La sua settimana è modulata sugli impegni del bambino. Non manca mai un allenamento, che segue con attenzione o per individuare i limiti dei tecnici (da lui tutti sottostimati e considerati la causa di ogni difetto del figlio) o per ammirare le prodezze del “suo” fuoriclasse, arrivando alle lacrime se azzecca due dribbling consecutivi. D’altra parte, le partite televisive diventano solo un mezzo per insegnare al bambino come si fa “a stare in campo”. Nonostante il “pulcino” abbia il disperato desiderio di giocare con il Lego, il genitore tifoso, con suadente ferocia, lo inchioda al divano e lo obbliga a seguire non il match nel suo complesso, ma i “movimenti” del giocatore che occupa il suo ruolo. Il bambino finge di capire per assecondare il padre, di cui a tratti arriva ad avere addirittura paura. L’uomo, dalla sua, non riesce a trattenere la commozione. Sa che quell’oretta e mezza di lezione teorica non potrà non produrre effetti positivi, e poi, notando le incertezze dei presunti assi della serie A, si autoconvince che sì, tra otto, al massimo dieci anni, sarà lui, il sonnacchioso moccioso che tiene stretto tra le braccia, a sgambettare sui prati d’Europa. “Quando farai gol all’Inter, è vero che esulterai rivolgendoti a me?”, gli chiede allora scherzosamente ma con l’occhio umido. (altro…)