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SCIOCCHEZZAIO

a.g.

Di Andrea Giardina

LA FIDANZATA

La fidanzata

Nonostante le contraffazioni – signore atticciate, bambine, nonnette birichine – la vera fidanzata ha sempre dai venti ai ventinove anni ed ha in curriculum almeno tre “ex”. Si tratta di una “signorina” che ha smesso i panni trascurati e omologanti dell’età scolastica e, come per magia, è diventata magra e attraente, indossando abitini neri e scarpe traslucide. Ben pettinata, sobriamente truccata, frusciante, frizzante, con alito profumato e unghie perfette, la fidanzata scivola attraverso una settimana brillante, divisa tra il lavoro che le dà tono anche quando lo detesta, il fitness in pausa pranzo o nel tardo pomeriggio, l’happy hour con i colleghi piacioni, il modernissimo weekend col partner dalla mascella volitiva, ruotante attorno alla triade shopping (anche ore per l’acquisto di una canottiera), cenetta (deludente, ipocalorica, con piluccamenti) e trionfale copula di classe.

Di scarse e superficiali letture, fedelissima del pop commerciale e della Rete, borghese per indole, la fidanzata, più che un essere umano, è un’espressione della mente, ovvero rappresenta costantemente se stessa, non rivelando mai cedimenti, nemmeno nelle ore dell’accidia post prandiale, o nei momenti, ahimè frequentissimi, degli scoranti dubbi esistenziali da soap opera, di cui causa e destinatario è inevitabilmente il fidanzato (“Mi ami davvero?” è il refrain statisticamente più probabile dopo una sua partita di calcetto durata cinque minuti più del previsto); fidanzato che nella sua considerazione, peraltro, si posiziona tra il complemento d’arredo e il cane da borsetta cresciuto.

Incarnazione della giovinezza e, contemporaneamente, di una spensieratezza adulta e transeunte, la fidanzata esercita una continua azione seduttiva su qualunque maschio vivo. Per realizzarla – negando contestualmente ogni sua responsabilità – esprime il massimo della sua arte. Se da studentessa rideva sguaiatamente, ora una smorfia inespressiva le congela il viso, spesso oscurato da inespressivi occhiali da sole. Se mangiava sganasciandosi, ora socchiude appena la boccuccia. Se produceva afrori, ora è assolutamente inodore. Se calzava scarpe da ginnastica, ora predilige il tacco alto con cui sgambetta ovunque, soprattutto sul sedime di vuoti palazzi con garage sotterraneo dove, immancabilmente dietro la colonna, la attende il maniaco impotente che la sgozza. Ma il cuore di ogni sua strategia è la minigonna inguinale che sa gestire con stile (mai che all’occhio indagatore si offra il benché minimo spiraglio) e con risentimento (che fa sprofondare nel senso di colpa chiunque sia colto in flagranza di sguardo).

Appartenendo alla folta schiera di quanti stanno dalla parte giusta, la fidanzata si ritiene vagamente immortale e, a dispetto di qualche smorfiosa titubanza, pensa di poter continuare ad essere per sempre quella che è. La traccia di questa condizione è la disinvoltura: quella con cui si impossessa dello smartphone dalla borsetta appena è possibile, quella con cui dice “cazzo” con le amiche, quella con cui elenca i nomi (plasmati sull’effetto meraviglia) dei locali dove trascorre sbevazzando chupiti il venerdì o il sabato sera, quella che esibisce, con finto understatement, sul suo profilo facebook.

Unico difetto della fidanzata è l’imperturbabile imprecisione al volante. Il momento di massima allerta è il primo pomeriggio del sabato, quando, complice la pienezza dell’essere e una digestione imperfetta, è solita mandare la sua city car nera ben oltre lo stop degli incroci, con esiziale noncuranza delle conseguenze.

 

 

 

IL CASTRATO

mammone

E’ un piagnucoloso incrocio tra l’uomo in tuta (vedi voce) e il poeta di provincia (vedi voce), ed è , per statuto ontologico, disoccupato. La madre è un’anziana signora tracagnotta, spesso meridionale, ovviamente protettiva, solita esprimersi con loquacità disturbata e sentenziosa alla padron ‘Ntoni. Lui è un uomo dal ventre molle con occhiali di celluloide, barba malfatta, pustole in viso, peli alle orecchie e al naso, colletto della camicia puntuto e giallo, che ha ridotto la sua vita alla condizione di un’ombra. Dalla culla, gli è estranea qualunque autonomia, né saprebbe come conquistarsela. Simile a una mosca in bottiglia, vede l’esistenza altrui scorrergli attorno inesorabile, i coetanei crescere ed invecchiare, mentre lui rimane fermo, incapsulato nella sua terrea e sempiterna dimensione filiale post-adolescenziale. La sua vita è la mamma. Con lei, il sabato mattina, va a comperare le scarpe, scegliendo il modello imposto dalla vecchia, ovvero un mocassino a tomaia bucherellata, che “fa respirare il piede”. Oppure, nelle stagioni di mezzo, transita nei magazzini di sottomarche dove, in mezzo a complicati passaggi nei camerini e sotto lo sguardo pietoso di avvenenti commesse, finisce col comprare un giaccone informe e pantaloni finto sobri taglia 54, inevitabilmente orientati su quella indefinibile cromia verde marrone che la madre ritiene “adatta alla sua età”. Di fatto, la sua è la condizione di un tredicenne permanente del secondo dopoguerra. Non sa fare telefonate da solo, non ha contatti umani se non attraverso il filtro della madre, subisce le sue ispezioni intime del letto e dei cassetti delle mutande, deve mangiare alle ore stabilite non lasciando nulla nel piatto, gli sono vietati gli alcolici, deve indossare sempre la canottiera, alle elezioni deve votare gli stessi candidati scelti dalla vecchia sulla base della sua desolante opinione. Ripetutamente bocciato a scuola, per non dare altri dispiaceri alla mamma il castrato non guida, né è mai andato in vacanza da solo, anzi continua a seguire la donna nella stessa località rivierasca per le canoniche due settimane d’agosto. Soprattutto, il castrato non può, pena il mutismo materno, manifestare nessun interesse verso l’altro sesso. Ma la questione è delicatissima e determina pesanti contraccolpi sugli esili equilibri del “ragazzo”. Pur non avendo mai avuto una fidanzata, pur non essendo mai piaciuto a nessuna neanche di sguincio, il castrato è in realtà sempre stato alla costante ricerca di una compagna. Però mai lo ha ammesso, rivelando un impacciato disdegno quando la madre, con subdola cattiveria, lo richiama ai suoi doveri virili (“Devi trovarti una ragazzina”), per poi subito annichilirlo con sensi di colpa epocali (“E poi ti dimenticherai subito di me”). L’operazione materna, involontaria e malata, è del resto proprio quella di impedire che il figlio possa sfuggirle. Così, nei lunghi pomeriggi d’inverno, finite le meticolose pulizie di ogni recesso del minuscolo appartamento dove i due convivono, spolverate le foto del “povero papà”, il castrato non può rimanere solo nella sua cameretta da Gregor Samsa, ma deve stare con la donna nella mezza luce diaccia della cucina mentre lei armeggia per la cena e la televisione rimanda le voci di un intrattenitore. Il sesso diventa, per questa via, un incubo spropositato, da vivere nella più assoluta solitudine, quando finalmente la madre dorme (ma sarà vero?). E’ il castrato, infatti, il più accanito voyeur dei siti vietatissimi; è lui che si alza in piena notte e scorre frenetico su tutte le reti locali alla ricerca di donnacce, è lui che si dimena accoccolato tra le lenzuola ipotizzando situazioni irrealistiche persino per il kamasutra, è lui, ancora che, nelle sporadiche circostanze in cui riesce ad avere l’appartamento tutto per sé, gironzola nudo vicino alle finestre assumendo pose discutibili e proferendo richieste irriguardose alle lontane passanti. Di giorno, all’aperto, il mondo ha un altro volto, purissimo e casto. Sic e simpliciter, il castrato perde consistenza fisica, evitando con lo sguardo qualsiasi donna che non sia ultrasessantenne.

Questa è la sua esistenza, tiepida, inodore, dove nulla sembra modificare la routine alla camomilla. Ma talvolta qualcosa accade. Sono quegli istanti in cui, tempestosamente, il cielo di piombo della sua vita si squarcia. Basta pochissimo – una bistecchina con poco sale, una calza bucata, un odore di formaggio che invade il frigorifero – e l’uomo vede finalmente nel corpo miserando della madre l’origine di ogni suo fallimento. Allora urla, lancia per aria la gondola comprata nel 1962 dai genitori, emette caricaturali voci ad imitazione delle tonalità materne, ne dileggia ogni aspetto, dai capelli ovini agli occhiali sghembi. Nel ferirla gode e s’immagina ripetutamente la sua fine e il gusto che proverebbe a occultarne il corpo nella nicchia dietro all’armadio. All’improvviso, però, si deve fermare. Accartocciando il volto, sospirando, l’anziana che gli ha dato la vita simula malori mortali che, tra muti singhiozzi, la costringono all’immobilità sul catacombale letto vedovile. E’ il momento in cui il castrato crolla e, lacrimando come nell’Ottocento, si inginocchia di fianco alla donna, tenendole stretta la mano grassa. Con voce smozzicata e occhio vacuo, egli giura di non farlo mai più. E di volerle bene.

Dopo un’ora, in genere, i due cenano.

IL CARO ESTINTO

pantofole

Asessuato, piccolo borghese, abitudinario, congelato in un biancore atemporale, il caro estinto diventa, mentre ancora giace sul letto, una fluttuante e tiepida presenza nei pensieri dei vivi. Da vivo era un ometto gentile, modesto e pettinato, dalla sintassi zoppicante e per natura democristiano, padre di famiglia mai troppo vecchio al momento del decesso. Oppure una donna col capello spelacchiato e ramato, piuttosto ispida nel tratto, devota a santi minori e con scarse esperienze di viaggio. Di lui alcuni ricordano il mite sorriso che lo conduceva, nel sereno primo pomeriggio del mezzo autunno, ad accarezzare la nuca dei nipoti. O le ciabatte in pelle lievemente odorose, o gli occhiali progressivi con scaglie di sebo incrostate alle lenti o, ancora, certi sgradevoli errori d’accento. Di lei invece si rammemorano le ciambelle secche e imperfette infornate per far contenti i bambini nonostante un acutissimo dolore al costato. Contiguo all’evanescenza dei trapassati, Il caro estinto maschio nella vita terrena era solito dedicarsi senza mai assentarsi ad un lavoro di concetto, trascorrendo le ore libere col Monopoli e guardando programmi televisivi per tutti, vissuti senza nessuna coscienza critica ed esprimendo un rattenuto disappunto solo in prossimità delle scollature procaci di “certe signorine”. Estraneo alla carne, vestito con regolarità disarmante, ha sempre dormito sonni pudichi con le mani nette ben posizionate all’esterno di lenzuola immacolate. Nessun sentore intenso lo ha mai circondato, né in lui è mai stata riconoscibile una seppur mediocre predisposizione all’alcol o al tabacco. La sua stessa guida dell’auto è stata buona e contrassegnata da un totale e deferente rispetto per il codice della strada. Alla più sbarazzina doccia ha sempre anteposto un bagno caldo in una vaschetta non dissimile da una tinozza. Si è fatto la barba tutti i giorni. Ha sempre indossato un costume da bagno ascellare capace di mimetizzare con pudicizia l’apparato riproduttivo. Il caro estinto femmina simmetricamente ha nutrito una costante ripulsa per la carne, interrotta solo in apparenza quando ha concepito completamente vestita tre figli maschi nelle uniche tre copule della sua esistenza. Di lei si ricordano frasi scipite sulla vita come sofferenza da accettare senza fiatare, oppure legnose invettive contro i giovani e le loro malsane abitudini, o certi sedani resistenti a tutto indebitamente affondati in una minestrina spaccaossa, o la dentiera dimenticata sul lavandino del bagno, giusto di fianco al sapone. Nient’altro. La sua intera esistenza è di fatto consistita nel rassettare compulsivamente un appartamentino di 65 metri quadri, arredato col gusto di un nonno degli anni Sessanta.

Qualcosa – un errore impercettibile ma marchiano, una congenita abitudine a non infastidire che gli ha fatto sottovalutare sintomi esiziali, una distrazione tra le fratte della boscaglia, talora un ingiustificato desiderio d’abbandono o una voce proveniente dalla televisione spenta – lo ha fatto scivolare verso una morte contemporaneamente logica e prematura. La sua dipartita determina nei sopravvissuti un dolore sordo e di superficie, quasi illacrimato. E’ come se familiari e conoscenti avessero sempre intravisto quel Momento, consapevoli di avere a che fare con un lemure tiepido e poco a suo agio tra le sudaticce performances dei compagni di specie. Così, anche in presenza di eventi fortuiti, tutto è subito pronto per onorarne la dipartita. La frase vibrante in cui viene definito “cara salma”, la foto tessera “dove sembrava tanto contento” da destinare al necrologio sul quotidiano locale, l’abito buono con il quale consegnarlo alle mani sapienti e spicce delle pompe funebri e all’eternità. Nessun dubbio sul suo destino. Per definizione cristiano, il caro estinto, dopo una vita trascorsa nella lunga trafila di sonnacchiose messe domenicali, non può che far ritorno alla “casa del padre”. Per cui, appena sigillato nel feretro alla presenza di pochi curiosi che chiacchierano sommessi, tutti lo immaginano già trasferito in una silenziosa permanenza tra gli orti ubertosi dell’Eden, dove senza soluzione di continuità, insieme a beati minori e a santi espulsi dal calendario, si smarrirà nella contemplazione dei petali di fiori oltremondani, eseguendo caròle sottili con i compagni di cielo. Da lì, con elvetica regolarità, invierà ai discendenti i numeri dell’Enalotto e della colonna Totip, servendosi di sogni tanto ovvi da svaporare prima dell’alba. 

Il medico di base

medico di base

Racchiuso tra le rassicuranti pareti di uno studio finto-sobrio, il diploma di laurea e di specializzazione in branchie incongrue regolarmente esibiti, il camice indossato come un cappotto, uno stetoscopio impolverato appoggiato alla scrivania su cui giacciono il portatile, la stampante, il ricettario e alcune confezioni di farmaci spesso scaduti, il medico di base è , per definizione, un incompetente. Già oggi potrebbe essere tranquillamente sostituito da un più socievole ologramma. Le sue scarse nozioni, frutto di studi remotissimi e faticosi, si aggirano sfilacciate attorno al riconoscimento – spesso sottovalutativo – di sintomi leggibili da qualunque umano contemporaneo anche analfabeta. Di norma, però, il medico di base non visita. Seduto alla scrivania, accigliato, finto carismatico, mani nodose e asciutte e pelosette, dopo aver degnato di un mezzo sguardo lo sventurato di turno, lo sta ad ascoltare scocciato per non più di un minuto e quindi, fulmineo, tra una telefonata e l’altra di pazienti e parenti, emette la diagnosi, che in nove casi su dieci ha a che fare con sindromi influenzali o disturbi gastro-intestinali. E’ a quel punto che, nel silenzio scricchiolante e carico di aspettative della stanza, digita sulla tastiera i nominativi dei consueti farmaci – perlopiù antibiotici per cui riceve una percentuale sottobanco dal rappresentante- e poi di suo pugno e con grafia svolazzante prescrive su un foglietto intestato la posologia giornaliera e la durata della cura. Il paziente che gli sta di fronte con febbre cavallina ne è stordito. “Ma come, non mi chiede neanche di aprire la bocca e di mostrargli la gola?”, si chiede silenziosamente e vieppiù perplesso. No, il luminare non ha bisogno della gola o di palpazioni o di auscultazioni. Il suo sapere, la sua esperienza e il calcolo economico non gli consentono di approfondire. Del resto, è difficile sbagliare. Tranne che in circostanze più complesse sulle quali sin dall’inizio dichiara di non avere spazi d’intervento, il farmaco agisce per lui, cancellando rapidamente il sintomo e conferendogli, a distanza e nella memoria, un’aura di immeritata rispettabilità agli occhi del paziente, che, inspiegabilmente, continua a temerlo e a rivolgerglisi come una volta si faceva col prete. Si danno però situazioni differenti. Quando, per esempio, il medico non capisce niente di quanto gli viene detto, oppure quando un barlume di coscienza gli suggerisce di non affidarsi al caso, allora, dopo aver tra sé maledetto la cincischiante ignoranza della vecchia biascicante che lo guarda bovinamente, è solito ricorrere alla prescrizione dell’esame specialistico. Lo fa con nonchalance, permettendosi anche di dare consigli su dove sia preferibile eseguirlo e facendo i nomi di alcuni “colleghi” di cui millanta la conoscenza e a cui sarebbe opportuno rivolgersi. Tutto finisce così. Con una molle stretta di mano e uno sguardo vacuo e una vaga promessa di attenzione nei confronti di un caso di cui si è dimenticato i particolari dopo neanche dieci minuti. La verità è che il medico di base del paziente –costantemente immaginato come un mutuato, e dunque come un essere visibilmente inferiore – non sa e non vorrebbe sapere nulla. Esaurito il rituale che esegue con infastidita rapidità, quel paziente desidererebbe vederlo smaterializzarsi davanti a sé, arrivando, in casi estremi di petulanza, ad augurarsene la morte, magari proprio per via di un errore nell’assunzione del farmaco. In lui, non solo per via degli anni che lo hanno reso più cinico ma per costituzione innata, non c’è traccia di umanità. Solitaria lo percorre la rancorosa sensazione di aver sprecato una vocazione, dissipando il suo tempo migliore tra colpi di tosse e diarree e ipertensioni. In qualche modo, confuso e obliquo, il paziente sa tutto questo. E anche quando ripone un’ingiustificata fiducia nell’uomo che lo sta valutando e nelle sue conoscenze, nel momento in cui compie i primi passi all’aria aperta- -finalmente libero dalla mefitica atmosfera ambulatoriale – sa di essere stato preso in giro e sa anche di non aver modificato minimamente la propria condizione. Unica certezza è la prescrizione, che tiene ben stretta in mano, qualche volta delicatamente protetta da una antica busta spiegazzata. 

L'INCRAVATTO

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Quello contemporaneo è un uomo volitivo, deciso e pulitissimo (la doccia sistematica ne è il feticcio), che non ha tempo da perdere. Capello brizzolato corto, scarpe in cuoio grasso aggressive, l’incravattato circola esclusivamente nel centro delle città intorno alle 13.

Lo si trova intruppato insieme ai suoi simili mentre, uscito dall’”istituto bancario” o dall’”agenzia”, cammina di fretta verso il locale dove da anni fa “pausa pranzo” nutrendosi con rucola, bresaola ed acqua minerale naturale. Ride, probabilmente a danno di qualche debole remissivo, gesticola ampiamente, e, dai modi sonori, lascerebbe intuire di essere immortale. La sua sagoma esprime forza, vitalità senza freni, intelligenza, e, soprattutto, rabdomantico “sentimento del tempo” che lo conduce indefettibilmente ad essere sempre dalla parte giusta e mai, si dica mai, nell’errore. La cravatta che porta appiccicata alla camicia, con nodo perfetto e incorniciata da un giacchetta lievissimamente spiegazzata è l’evidente correlativo del pene, di cui si compiace di esibire la totemica (e ingiustificata, si veda oltre) possanza. Tutto in lui, d’altra parte, esprime perfezione: il taglio totale della barba, la basetta allungata e chiazzata di grigio, la mandibola quadrata, l’orologio oversize, l’iphone aggiornato, il sentore lieve di dopobarba, la spolveratina invisibile di gel, il suv nero con i vetri oscurati che lo attende nel parcheggio sotterraneo.

L’aria si spezza al suo distratto e muscolare passaggio per le vie, che fende posizionandosi proprio al loro centro. Naturalmente è alto e, se non lo è, ne dà l’impressione. Naturalmente è benestante e un suo stipendio annichilisce quello di ogni altro umano. Ha un’età imprecisata che però ruota attorno ai quarant’anni, sempre. La sua voce è invariabilmente modellata sull’accento lombardo, anche se l’incravattato è convinto di far uso di un italiano perfetto e senza cedimenti dialettali. Parla un leggero inglese, facendo errori sintattici ma non di pronuncia.

Quando non discetta di donne o di addominali (è abbonato a “Men’s health”), cita numeri tratti dalla sua mattinata lavorativa, parla male del collega assente o della concorrenza, critica le poste e gli uffici pubblici, attacca il sistema impositivo, e, soprattutto, fa riferimento a dati macro-economici traendoli da quella che da anni è la sua unica lettura “d’approfondimento”, ovvero “Il Sole-24 ore”. L’incravattato è infatti un uomo di belluina ignoranza, che, dopo la laurea in Economia, non ha più toccato un libro. Del resto non se ne fa un problema, essendo per lui la lettura un passatempo equivalente alla masturbazione, adatto agli spiriti frolli dei deboli o, tout court, alle donne. La sua unica distrazione intellettuale è la navigazione con l’ipad, dove sorvola con svelta noncuranza le homepage dei giornali di centro destra. E’ infatti un portato naturale – e mai smentito, nonostante la sua banalità- che l’incravattato sia fascistoide, filoberlusconiano, liberista estremo, antidemocratico. Se potesse, farebbe ancora ricorso al manganello, soprattutto a danno di mendicanti, studenti cespugliosi, insegnanti, poeti di provincia (vedi voce), vecchi salivosi. Per gli stessi motivi antropologici, non ammette il pensiero argomentato, anche perché perde il filo di qualsiasi comunicazione fondata su almeno un connettivo subordinante.

Nella vita privata l’incravattato è desolante. Se sposato senza figli, trascorre le ore in casa lavorando alle sue cartacce, osservando ripetutamente e con compiacimento il proprio estratto conto online, o guardando alla televisione film d’azione la cui sceneggiatura stia sempre al disotto delle mille parole, ma in cui ci sia un generoso ricorso agli effetti speciali. Alle moglie destina sporadiche e pragmatiche espressioni che, nel week-end (si ha la sensazione che sia stato inventato per lui), fanno costante riferimento al tema della sua stanchezza. Una volta a settimana, normalmente la mattina della domenica, pretende virilmente di accoppiarsi, senza mai variare modalità dell’approccio e tipologia di rapporto. E’ il principale destinatario della campagna contro l’eiaculazione precoce.

Se sposato con figli, l’incravattato è un infastidito cronico. Non sopporta i giochi dei bambini, detesta i foruncoli degli adolescenti, non è mai in grado di aiutarli nello studio, li ritiene degli idioti senza prospettive. Si risveglia soltanto quando gli arrivano in casa le amiche teen-agers del figlio, a cui spesso si presenta con l’accappatoio color crema leggermente divaricato sul davanti. Con loro fa il brillante, propone calembours, accenna modi giovanilistici, ammicca, sfregando il suo manone nodoso sulle loro spalle. E’ risaputo che tutte le ragazze lo detestino e lo definiscano “quel porco di tuo padre” appena si sono chiuse la porta d’ingresso alle spalle.

Non invecchiando, gli incravattati più che morire vengono licenziati. In quel momento scompaiono, finendo in categorie più scivolose e inopportune (dai maniaci agli spennacchiotti, dai consulenti agli amanti). Ricompaiono da nonni, facendo pubblicità alla pasta per le dentiere. 

Il meccanico 

 

maccanico

Bieco nello sguardo, di una diffidenza da aspide, il meccanico delle auto (categoria che comprende tutti, dai gommisti ai carrozzieri) è sempre impegnato in un’altra attività che rende insopportabile la presenza del cliente di turno. Cresciuto nel freddo e virile mondo delle quattro ruote, sporco, catarroso, il meccanico è un uomo duro, ostile, estraneo fin dallo sguardo a tutti quelli che gli ruotano attorno supplicanti. Soprattutto è inesorabile con gli inetti, ovvero coloro che, al tratto, egli riconosce come incapaci anche di trovare la leva per aprire il cofano della loro stessa macchina. A costoro, con impassibile sadismo, impone di fare manovre complicatissime negli spazi angusti dell’officina, dove lui sposta sgommando in retromarcia qualsiasi mezzo, compresi Suv chilometrici. A ben vedere il meccanico è uno specialista del senso di colpa. Ogni volta che gli viene consegnata la vettura, dopo aver bofonchiato frasi incomprensibili e dopo aver effettuato domande di un tecnicismo ispido, il suo smozzicato responso ha invariabilmente a che fare con le inadempienze del cliente. C’è sempre un intervento che avrebbe dovuto essere già stato fatto da mesi ma che è stato trascurato, c’è sempre il riconoscimento dell’errore compiuto dal collega che lo ha preceduto, di cui sottolinea l’approssimazione, facendo intuire la sua disonestà, soprattutto se si tratta di un meccanico minore, non ufficialmente inserito nel giro delle marche di rilievo. In quei momenti di sospensione, in cui, testa sul motore, si è finalmente degnato di dare uno sguardo alla macchina, il meccanico è consapevole di esercitare il Potere. Ti tiene lì, cincischia, satireggia, fa lepide battute grassocce sulle donne rivolgendosi al compagno di lavoro che va e viene con le tenaglie, e poi, sguardo intriso di irrisione, emette la sentenza, con la stessa arrogante protervia dei medici. La sua decisione è in genere quella di tener l’auto in officina almeno per ventiquattrore. Anche in congiunture critiche, mai il meccanico si dice in grado di effettuare un lavoro sic et simpliciter. Ha sempre bisogno di tempo, evidentemente col solo scopo di alzare la parcella.

Il modo di lavorare del meccanico è di due tipi. Nel primo caso si rende invisibile, lasciando apparentemente incustodita l’officina per decine di minuti e facendo friggere chi è in attesa e non ha l’intera giornata a disposizione. Nel secondo caso, invece, il meccanico è circondato da una piccola coorte di sfaccendati, alcuni dei quali pensionati buttati fuori casa dalle mogli, alla cui presenza lavora facendo commenti sulla qualità delle macchine (e ritenendo automaticamente scadente quella del cliente che sta di fronte a lui), sul campionato di calcio (che segue pensando di capirne il senso ma esprimendo punti di vista ancorati al catenaccio e ad una visione da tardi anni Settanta), e, immancabilmente, sui fondoschiena di signorine misconosciute, di cui si professa intenditore capace di passare rapidamente per le vie di fatto. Il tessuto del discorso è punteggiato di lemmi quali pulegge, valvole, carburatori, filtro, centralina, ed intercalato da sonore bestemmie verso qualcuno o qualcosa, ma soprattutto, neanche tanto implicitamente, verso quel “pirla” del cliente, pensato come un “frocio” smidollato soprattutto se portatore di occhiali o con le mani sospettosamente pulite e le unghie nette. L’ambiente dell’officina è in tal senso il correlativo oggettivo della caserma: vi si respira la stessa aria, fatta di machismo omofobico, disprezzo per la lettura e il pensiero, ripulsa per un discorso che contenga anche una sola congiunzione coordinante copulativa, coatta e sistematica disponibilità alla copula con qualunque soggetto femminile vivente nominato in effigie o presente nell’area di due chilometri.

Il momento di massima tensione viene raggiunto quando il meccanico, su un foglio lercio uscito da una stampante ferruginosa, presenta il conto. Si tratta di una cifra immancabilmente più alta rispetto alla disponibilità in contanti del cliente, che viene messo in ulteriore difficoltà dalla cronica impossibilità di utilizzo del bancomat. Nessuno, d’altra parte, osa ribellarsi al meccanico che sa di poter esigere qualunque somma senza che gli venga opposta resistenza. Si ha la sensazione che, non pagando, possa spaccarti il finestrino con il cric.

A suo merito, c’è da dire che il meccanico è un vero appassionato. Il lavoro è la sua vita. Quando va in pensione si smarrisce completamente, la mente gli si indebolisce e, per una nemesi irriverente, spesso si fa arrotare da un’auto in manovra nel parcheggio di un supermercato.

 

L’uomo in tuta

Uomo in tuta

Occhi gonfi e scaleni, sopracciglia lombrosiane, barba incolta, tratti appesantiti, passo strascicato, l’uomo in tuta è uno dei più letali prodotti della domenica, soprattutto pomeriggio, sebbene divenga visibile sin dalla mattina del sabato.

Di umili origini, durante la settimana è un modesto travet, che fa da anni le stesse cose, con moglie insignificante al fianco e figli delusivi ed ingrati che gli soffiano sistematicamente banconote dal portafoglio. La tuta, normalmente un fondo di magazzino blu con le due righine d’ordinanza sulle maniche, spesso un regalo disperato e impartecipe della consorte, dovrebbe significare il suo stato di inerte abbandono al clima festivo, il molle e meritato lasciarsi andare dopo cinque giornate attillate e persecutorie. Con la tuta, che indossa sin dalle primissime ore della giornata abbinandola a fetide e incongrue scarpe da jogging, l’uomo si sente americanamente disancorato dalle cose, in stato di leggera ebrietudine e di seppur imperfetta consonanza con la natura, anche per via della maggiore sensibilità dell’apparato genitale, lasciato libero di svolazzare nei recessi del “cavallo” largo. Tuta, nel suo linguaggio primordiale figlio di letture cattive e di “sentito dire” televisivo, vuol infatti dire rinuncia al mondo dell’apparire, fine della rete relazionale, momentaneo no alle cose. Del resto l’indumento, che porta con casacca rigorosamente sigillata dalla lampo, non presuppone nessuna attività sportiva, né passata, né presente. Ma sta ad indicare una specie di giovanilismo coatto, un atletismo di maniera che cozza brutalmente con il suo essere esclusivamente uno telespettatore, che mai si azzarderebbe ad accennare ad un seppur indefinito passo di corsa (al massimo, ai giardinetti, si limita a rimandare di piatto il pallone svirgolato da qualche incauto bambino). Semmai la tuta si accompagna ad un corollario di attività ad essa consustanziali e convergenti come il bricolage, di cui l’uomo è appassionato devoto fino alla prima mutilazione di falange, oppure il lavaggio dell’auto al self service, che compie con meticolosa sollecitudine dopo essersi sorbito code epocali, oppure ancora l’orticoltura, praticata in lembi di terreno confinanti con le aree del meretricio da strada. Se c’è un’intima essenza dell’uomo in tuta, questa è la sua ovvietà, dimostrata dagli sghembi pisolini a fauci aperte sul divano buono, dai borborigmi indecifrabili a commento delle notizie del tg5 e sublimata dall’acquisto della pizza margherita la sera della domenica stessa, poco prima di assistere alla terza partita di football della sua giornata. L’uomo in tuta, a ben vedere, è un signore anonimo privo di profondità, che vive come se gli fosse stata fatalmente sottratta una dimensione. Dietro alla sottile crosta, di veramente “suo” ha poco o nulla. Ride quando ridono gli altri. E’ triste quando gli sembra di doverlo essere. Talvolta si sente parte di qualcosa (un club, una tifoseria, una fede, un “progetto”), che appare a lui stesso tanto indefinibile quanto ovvio. A bocce ferme, ha opinioni risapute, seppur lievemente inacidite dal disappunto. Per temperatura mentale ancorato agli anni Settanta, fumatore senza stile, egli indossa la tuta fino a giugno inoltrato, per poi arrendersi ai mutandoni bianchi col logo tarocco in mostra. A causa di una contingenza senza spiegazioni, è frequente che venga falciato ai margini delle statali da automobilisti assonnati che, all’alba, lo scambiano per un cinghiale. Di lui si conoscono due varianti. La prima è quella dell’uomo di lettere che dà fiato a idee trombonesche grazie allo spazio garantito dalle brache larghe e dalla vita dilatata. La seconda è quella orrorifica dell’assassino, che, nei neghittosi pomeriggi del dì di festa, muovendosi furente nei perimetri di palazzine malfatte, esegue all’arma bianca delitti sanguinolenti e idioti, guidati perlopiù da deliri di purificazione del mondo o da progetti di futura convivenza con l’amante. Spesso finisce tra i dispersi minori di “Chi l’ha visto?”, senza che nessuno gli dedichi attenzione. Quando muore nel suo letto si dice che “era giovanile”.

Il poeta di provincia

Poeta

In genere è un uomo, che vive con la madre. Tendenzialmente cinquantenne (anche se ha da poco lasciato l’adolescenza), il poeta di provincia ha al suo attivo due sillogi di versi sciolti, pubblicati invariabilmente a spese della famiglia presso editori –squali, che addolciscono la loro fisionomia con ragioni sociali quali “La bella polvere” , “Parolechevanno”, “Fiorellini”, peraltro strettamente legate ai titoli dei libri da loro pubblicati, che tendono a privilegiare l’autunno e le foglie cadute, il tempo transeunte e il sogno d’amore.

Solitario, masturbatorio nel tratto e nella prassi, umbratile, silenziosamente certo della propria grandezza, il poeta sopravvive insegnando in istituti secondari superiori marginali, dove, sfibrato dal clima da corrida inscenato da studenti criminaloidi, riesce a resistere grazie agli psicofarmaci, che gli donano la gustosa prospettiva di poter scrivere nel pomeriggio un sonetto caudato sul tema dell’incomunicabilità. In effetti, poi, il pomeriggio del poeta è una desolata area vuota, trascorsa nel rimpianto di amorazzi tardo adolescenziali e nelle congetture sul modo di uccidere la madre facendone sparire completamente il corpo. In quelle ore di fortissima tensione il poeta s’aggira cupo per le stanze, cercando segreti nei cassetti, sbirciando programmi d’intrattenimento per adolescenti in tv, canticchiando motivi di Trovaioli o, quando la disperazione si fa matta, navigando in internet, dove invariabilmente approda nel “maremagnum” dei siti vietati ai minori, di cui è frequentatore tanto vergognoso quanto compulsivo. A differenza di ciò che ammette in pubblico e soprattutto a scuola, infatti, il poeta di provincia non legge quasi mai. I versi dei colleghi lo irritano per la mediocrità e la “completa assenza di ricerca metrica”, quelli dei classici gli sfuggono, a meno che non siano gli stessi che percorre da decenni con l’aiuto delle note dei manuali. Neanche parlarne di narrativa, perché il romanzo è un genere deteriore. Al massimo, nei momenti di leggera disponibilità al mondo, il poeta si apre a qualche paginetta di saggi d’annata, che non vanno oltre l’argomento letterario e che, per rispetto, non superano mai il Momigliano. Pur percorso da sfibranti nevrosi che talvolta esplodono in furiosi accessi nel segreto delle mura domestiche – in quelle occasioni è solito scagliare sul pavimento i ninnoli familiari, o sforbiciare i cuscini, o rovesciare intere tavole apparecchiate con cura dalla madre in attesa delle amiche vedove – , il poeta presenta all’odioso mondo degli “altri” un volto misurato e tiepido. Il suo passo è leggero, non rumoroso, quasi furtivo. Le spallucce, che mai si sono esercitate in sforzi fisici, né in qualsivoglia attività sportiva, sono ricurve e strette. Le gambette magre si muovono a scatti ma come in sordina, solo le mani bianchissime e venuzzate lasciano trapelare tracce di rattenuta isteria. I suoi abiti sono a-temporali. Scarpe buone senza forma, pantaloni di velluto o di fustagno logori sul deretano e sulle ginocchia, giacchette a quadri di taglia superiore in cui sembra “galleggiare dentro”, camiciole col collo vizzo, racchiuse in gilet verdognoli o azzurrini con depositi di cibo irrancidito sullo scollo a v. Del poeta si conoscono poche frequentazioni, costituite più che altro da consimili, tutti alla ricerca della pubblicazione, vero feticcio di ogni palpito della loro vita. Gli incontri avvengono spesso in occasioni rituali – la conferenza, la presentazione del libro, il reading serotino – in cui il poeta, sorriso leggero e smorfia fissa, critica i “maggiori” pubblicati inspiegabilmente da Einaudi, o smozzica frasi sul senso della vita, condendole con frammenti di citazioni frutto di rapidi aggiornamenti intervenuti nelle ore immediatamente precedenti l’ “evento”. Se l’occasione prevede la mescita di alcolici, non è infrequente che il poeta esageri. Abbandonando l’abituale tè (di solito consumato nelle pasticcerie del centro in compagnia di vecchie con ragnatele di rughe attorno agli occhi), si lancia in una ripetuta serie di cocktail o di prosecco col risultato di lasciarsi andare a considerazioni urlate a squarciagola sul vuoto d’amore che amaramente lo distrugge giorno dopo giorno. In quelle circostanze può arrivare a sfiorare le terga di coetanee inguardabili che accorrono all’incontro proprio con quella inconfessata speranza. Pessimo autista, il poeta di provincia percorre in una vita al massimo 20 mila chilometri e non supera quasi mai i cinquanta orari. Mangia poco, soprattutto pilucca. Ha paura dei cani, odia le formiche. Stenta con l’inglese. A un certo punto muore, così, in un amen, senza che quasi nessuno se ne accorga. Il coccodrillo del giornale locale lo rammemora con un refuso (nel nome proprio).

 

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