eidoteca

Home » Rubriche » DE SIDERIBUS. Astronomia e scienza secondo l’uomo

DE SIDERIBUS. Astronomia e scienza secondo l’uomo

Di Giorgio Mentasti

GEMELLI

gemelli1

Una delle costellazioni più antiche per la mitologia occidentale e delle altre culture del mondo è quella a cui Arato da Soli per primo diede il nome di “Gemelli”, in quanto ha la particolarità di contenere nei suoi confini celesti due stelle assai luminose, molto simili per luminosità e vicine fra di loro. È opportuno ricordare che le stelle, nonostante dal nostro punto di vista appaiano vicine, sono disposte in uno spazio: così una stella molto grande e luminosa, posta a una grande distanza, appare tanto luminosa quanto una piccola, posta vicino al nostro pianeta. Così, anche le due stelle ugualmente luminose dei Gemelli, in realtà, sono di diversa grandezza e sono molto distanti fra di loro. A queste due stelle Eratostene attribuì il nome dei Dioscuri: Castore e Polluce, il cui mito, a differenza di molte altre costellazioni, non coinvolge altre figure rappresentate nel cielo, eccetto, come vedremo, il Cigno.

Nonostante etimologicamente il termine greco Dioscuri significhi “figli di Zeus”, i due gemelli non sono entrambi figli dello stesso genitore: il mito narra infatti che Leda, loro madre, sia stata corteggiata dal re degli dei, che si tramutò in un cigno (da qui il legame con la splendida costellazione estiva, posta dall’altra parte del cielo, forse per indicare la continuità della vita) , ma che la stessa notte abbia giaciuto col suo legittimo sposo, Tindaro. Leda, scrive Pausania, dopo nove mesi depose due uova, dalle quali uscirono Polluce con Elena e Castore con Ciltemnestra; i primi, nati dall’unione con Zeus e quindi immortali, e i secondi, figli del rapporto con Tindaro, mortali. Durante l’infanzia Castore e Polluce, allevati dal dio Mercurio, crebbero molto legati l’uno all’altro emotivamente, anche se si specializzarono in abilità di combattimento diverse: Castore eccelleva per abilità nell’equitazione e nella scherma (fu anche, in questo ambito, maestro di Eracle), mentre Polluce era un ottimo pugile.

castore e polluce

Quest’abilità risultò utile durante la spedizione degli Argonauti, alla quale parteciparono anche i due fratelli, quando, approdati nella terra dei Bebrici, in Asia Minore, incontrarono il re Amico, dipinto da Teocrito nel XXII Idillio come un personaggio scontroso, che voleva affrontare a pugilato chiunque venisse nella sua terra. Si batté dunque con Polluce, il quale lo colpì con tanta forza che lo uccise. Nella medesima spedizione Apollonio Rodio narra che i Dioscuri salvarono la loro compagnia durante una tempesta, attraverso, secondo Igino, un potere dato loro da Poseidone stesso. Per questo motivo i Gemelli nell’antichità venivano ritenuti i protettori dei marinai durante una tempesta e venivano spesso dipinti sulla prua delle navi. Gli antichi naviganti, quando, durante una tempesta, assistevano al fenomeno elettrostatico detto dei “fuochi di Sant’Elmo” o “fuochi fatui” , consideravano questo come un buon auspicio e lo chiamavano “Gemelli” siccome appariva su due alberi della nave, mentre un singolo bagliore era considerato un cattivo segno e veniva chiamato, per ironia della sorte e, forse, per analogia col mito, “Elena”. Anche in una tribù colombiana, il sorgere della costellazione dei Gemelli era ritenuto un buon segno: preannunciava infatti il periodo adatto alla pesca locale.

poseidone

Dopo aver partecipato ad altre spedizioni, durante le quali si dice che abbiano fondato alcune città, quali, per esempio, Dioscuria in Cochide e Amylcae nel Lazio, i gemelli si scontrarono con i cugini Ida e Linceo. Secondo alcune fonti, la causa della lotta sarebbe stata una disputa per la divisione di una mandria di buoi conquistata in Arcadia, secondo altre il rapimento ad opera dei Dioscuri di Febe e Ilaria, promesse spose dei loro cugini. Le due coppie di fratelli vennero alle armi e, dopo lo scontro, rimase vivo soltanto Polluce, che era immortale. Vedendo il fratello morto, Polluce pregò Zeus di privarlo dell’immortalità, affinché potesse stare nell’Ade con Castore, da cui non si poteva separare; il dio, commosso dai sentimenti del figlio, permise ai due fratelli di trascorrere alternativamente un giorno nell’Ade e uno nell’Olimpo e, successivamente, li collocò nel cielo, dove ora stanno uniti per l’eternità. Il modo in cui sono raffigurati non è chiaro: le cartografie li rappresentano sia abbracciati sia mano nella mano. Essi inoltre appaiono spesso in nudità eroica, ma con anche un cappello, detto pileo, dalla forma di un uovo (in quanto nati da un uovo loro stessi), una lira e un bastone.

apollo ed eracle

Questi ultimi fanno inoltre pensare a un’interpretazione delle due stelle principali data da Igino, secondo la quale esse rappresentano Apollo ed Eracle, in quanto la lira è l’oggetto caratteristico di Apollo e il bastone quello di Eracle. Anche la scelta della catalogazione delle stelle in base alla luminosità è stata oggetto di dibattito: Castore, classificato da Johann Bayer con la lettera alpha, caratteristica della stella più luminosa della costellazione, è in realtà meno splendente di Polluce. Una possibile spiegazione a questo fatto può essere data dagli scarsi mezzi di cui Bayer poteva disporre nel diciassettesimo secolo per misurare la luminosità, ma alcuni astronomi sostengono che Castore fosse stata in passato realmente più splendente di Polluce. I Gemelli sono una delle pochissime costellazioni la cui stella Alpha è più luminosa della Beta. Attraversata dalla Via Lattea e dall’eclittica (è quindi una costellazione dello Zodiaco), la costellazione dei Gemelli è stata quella dove sono stati scoperti il pianeta Urano (nel 1781) e il nano-pianeta Plutone (nel 1930), ma non sono solo i popoli occidentali ad essersene interessati: dai Babilonesi (a cui risalgono le prime raffigurazioni, attorno al 1550-1200 a.C.) ai Fenici e persino i Dogon, popolazione dell’Africa centrale, hanno immaginato nelle sue stelle le figure di due gemelli della loro mitologia locale. Nonostante le stelle minori della costellazione vengano prese poco in considerazione, i Gemelli rappresentano un punto di riferimento per l’umanità, in quanto tutti i popoli della terra vi hanno immaginato la stessa figura, e anche oggi, nonostante il forte inquinamento luminoso, i suoi astri sono inconfondibili anche nelle nostre città.

“Si ringrazia il Prof. Alberto Rovi per l’apporto gentilmente prestato all’interpretazione della fonte epigrafica di Igino”

ORIONE

ORIONE 2

Durante i mesi invernali, se ci capita una sera di provare a volgere lo sguardo verso il cielo, possiamo notare, fra le migliaia di stelle, quelle a cui i primi astronomi occidentali attribuirono la figura del gigante Orione. La costellazione è delineata da quattro stelle, che in cielo formano un rettangolo, posto verso Sud, ma essa è riconoscibile principalmente per quella che viene chiamata “cintura di Orione”: tre stelle molto luminose, poste al centro del rettangolo ed equidistanti le une dalle altre. Il motivo per cui gli antichi Greci abbiano visto nella più splendente delle costellazioni il personaggio di Orione è spiegato dai vari miti che trattano di lui. Secondo la mitologia greca, Orione era un cacciatore di straordinaria bellezza e altezza, a cui il padre Poseidone aveva conferito il potere di camminare sull’acqua. Proprio per questa capacità, è stato posto in cielo dagli astronomi accanto alla costellazione del fiume Eridano, che si trova appena a Sud-Ovest rispetto alle sue stelle. Curioso il mito narrato da Ovidio legato alla sua nascita, secondo il quale Orione non sarebbe nato da un rapporto umano, ma dall’orina di Zeus, Poseidone ed Ermes, i quali, sotto le spoglie di mendicanti, chiesero ospitalità ad Ireo, un vecchio che aveva da poco perso la moglie senza che lei gli avesse dato alcun figlio (un episodio che ha significative consonanze con altri analoghi dell’antico Testamento). I tre dèi decisero di premiare Ireo per la sua esemplare ospitalità e dissero che gli avrebbero dato qualunque cosa volesse. Ireo pregò gli dèi di dargli un figlio senza che dovesse sposarsi con un’altra donna, ed essi presero una pelle di bue, vi orinarono e posero l’involucro sotto terra: dopo nove mesi Ireo trovò nella pelle un bambino, a cui diede il nome di Urione (dal verbo greco uréin, orinare), successivamente modificato in Orione (probabilmente per considerare, nel nome stesso, anche un altro vocabolo in greco arcaico: “oàrion”, guerriero). Divenne un abile cacciatore e, innamoratosi delle Pleiadi, volle inseguirle: gli dèi, per salvarle dal suo desiderio, le tramutarono dapprima in colombe e poi in stelle. È curioso notare che anche una tribù aborigena abbia immaginato, nella costellazione di Orione, un guerriero alla caccia delle fanciulle, che essi rappresentavano nelle stelle delle Pleiadi. Anche nel cielo, Orione è posto vicino alle Pleiadi, e il moto apparente delle costellazioni sembra voler rappresentare l’eterno inseguimento del cacciatore: le Pleiadi fuggono verso Ovest, incalzate da Orione. Anche riguardo alla sua morte vi sono diverse fonti contrastanti: secondo Omero, fu ucciso da Artemide per gelosia; secondo Igino, per una violenza fatta ad una compagna della dea, Opide; secondo un’altra versione, da Artemide, che colpì involontariamente la testa di Orione con una freccia e per questo lo pose nel cielo come la più bella delle costellazioni. Secondo Ovidio, morì punto da uno scorpione, nel tentativo di salvare Latona: per questa ragione, anche nel cielo le due costellazioni (Orione e Scorpione) sono poste agli antipodi, cosicché, mentre lo scorpione sorge, Orione possa fuggire sotto l’orizzonte. Essa è forse la prima costellazione documentata dalla storiografia greca e romana: viene citata nel libro V dell’Odissea e, nel libro XI, Odisseo incontra Orione stesso nell’Ade, mentre caccia la lepre (per questo motivo la costellazione della Lepre è posta immediatamente a Sud di Orione). Nelle Opere e Giorni Esiodo la considera, dal punto di vista astronomico, come segno di imminente arrivo dell’inverno, con conseguente avvertimento ai marinai di non compiere lunghi viaggi quando essa è alta sull’orizzonte. Se da un lato Orazio stesso la definisce “infesto ai marinai”, in quanto splende durante la cattiva stagione, dall’altro lato essa è un ottimo punto di riferimento per orientarsi nel mare di notte; l’allineamento di alcune sue stelle consente infatti di localizzarne altre ed avere una maggiore precisione nel determinare la propria posizione e direzione di navigazione. Le stelle principali della costellazione, sulle carte celesti mantengono tradizionalmente i nomi arabi, in quanto gli astronomi greci non hanno mai attribuito loro un nome greco, come solitamente fecero con le stelle più luminose: poiché anche gli arabi raffigurarono un guerriero come costellazione, le stelle prendono il nome dalle parti del corpo del guerriero, in lingua araba. Unica eccezione è Bellatrix, paola latina che significa “guerriera”, probabilmente perché in origine corrispondeva al braccio destro, ovvero quello che combatte, di Orione, visto di spalle rispetto a un osservatore da terra. Nonostante le stelle di Orione ed il suo mito siano conosciuti principalmente per le fonti classiche occidentali, non bisogna dimenticare che la costellazione, poiché sta a cavallo dell’equatore celeste, è visibile in entrambi gli emisferi e che anche le altre culture in tutto il mondo hanno osservato quelle stelle e hanno visto in esse un episodio mitologico della loro tradizione locale. Orione è citato nell’Antico Testamento, mentre gli Egizi immaginavano la casa ultraterrena dei faraoni proprio fra le sue stelle (in base a recenti studi, inoltre diverse opere architettoniche egizie, quali, per esempio, le piramidi, sembrano voler riprodurre la posizione delle stelle della “cintura di Orione”). Da quando l’uomo ha alzato gli occhi al cielo, non ha potuto fare a meno di meravigliarsi di fronte all’immensità e alla grandezza dell’universo e Orione è statala costellazione che più ha colpito tutti i popoli della terra, tanto che a tutte le stelle vicine sono state attribuite figure sviluppate intorno al suo mito; lo splendente cacciatore riesce ancora oggi, dopo quattromila anni di osservazione, ad incantare tutti coloro che hanno ancora la voglia e la forza di alzare gli occhi verso le meraviglie dell’universo.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: