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Pareo ergo sum

eidoDi Noemi Martarello

Parafrasando Decartes, mi verrebbe da dire che la nostra epoca sembra quella del Pareo, ergo sum: appaio, dunque sono.

Ogni giorno sempre più annichilita guardo le home page dei social network che si riempiono di foto: foto in spiaggia, foto del proprio cane sulla spiaggia, foto dei bambini con il cane sulla spiaggia, foto di sé mentre si fa la foto ai bambini con il cane sulla spiaggia; foto di un cono gelato, foto di un aperitivo, foto di ristoranti con vista, foto di un dessert; foto dello schermo di un cinema e foto del parco; foto di una palestra, della piscina, della pista da running, del sentiero di hiking, del campetto da calcio.

E poi selfie. Tanti, tantissimi selfie.

In costume o con un outfit alla moda (perché si dice outfit, non abbigliamento…anzi: #outfit#), in discoteca, in barca, nel giardino di casa, davanti allo specchio del proprio bagno o di un camerino, in compagnia del fidanzato o delle amiche.

Se ti infastidisce, allora levati dai social”, mi si potrebbe giustamente obiettare. Già fatto ma non ha funzionato. Non ha funzionato perché qualche spunto di rara bellezza, qualche arcobaleno, lo si ritrova anche in mezzo a tante cose opache, foto accese dai filtri di Retrica ma, in realtà, davvero spente. Davvero vuote. I miei arcobaleni sono pagine di letteratura, chicche di contro-informazione, le pagine di Wired e del National Geographic, quelle animate da community di runners e quelle di arte fotografica (intendo dire: quella vera. Quella creata da persone che hanno studiato la tecnica fotografica, che l’hanno perfezionata o che sono, semplicemente, illuminati dal genio e creano opere con una Canon. Ecco, intendo loro. Non la pletora di gente che fa foto alle proprie scarpe o al pancake della colazione con la 12 megapixel dell’iPhone).

Allora mi pongo qualche domanda su un fenomeno – forse anche un disagio psicologico – tutto da scoprire.

Innanzitutto: non me lo so spiegare. Davvero, ci ho provato a darmi una spiegazione ma non è servito nemmeno Baumann e la sua società liquida. Niente. Forse anche lui avrebbe alzato le mani di fronte a questa ondata di narcisismo collettivo.

Che senso c’è nell’andare in vacanza con il proprio gruppo di amici o il proprio compagno e postare (almeno) un selfie al giorno, aggiornando continuamente le Instagram stories? Che senso ha farlo quando si va a fare una passeggiata, a vedere un film, ad una cena? Cosa sta dietro questa volontà di apparire, di farsi presenti – di più: virali – riconoscibili a tutti i costi? A chi interessa, veramente?

Popolo di twittatori, instagrammer e aspiranti influencer: siete davvero convinti che pubblicare la foto della vostra ultima uscita romantica interessi a qualcuno? O che qualcuno sia desideroso di sapere quanti burpees avete eseguito in palestra o con chi siete andati a ballare?

Anime belle, mettetevi il cuore in pace: non importa a nessuno. Davvero. Se ottenete qualche like probabilmente è perché avete applicato sufficienti filtri alla foto da farla risultare accattivante e finta come quella di una pubblicità. Ma, in fin dei conti, cosa ottenete con un like o con 1.000?

Qual è la ragione sottesa a questa condivisione incondizionata, il desiderio di rendere pubblico ogni momento della vostra giornata, di far sapere perennemente dove siete e con chi?

La voglia di far vedere quanto si sia belli e allegri e quanto ci si diverta a dispetto del resto del mondo, che spesso non gira proprio come dovrebbe? La volontà di rivalsa, di riscatto, per mostrare che anche voi finalmente avete un compagno, una compagna o abbastanza soldi per permettervi una cena gourmet o una vacanza in qualche località paradisiaca?

Desiderate essere ammirati? O invidiati? Desiderate che vi si dica quanto siate belli, fit (perché si dice #fit#, non “in forma”) e vacanzieri?

Se davvero siete felici con la persona che avete accanto, che bisogno avete di condividerlo col mondo? Non è forse abbastanza saperlo in due? Cosa dovete dimostrare e a chi?

Ma poi, è veramente tutto come fate sembrare?

Pubblichereste lo stesso una foto senza filtri, con le occhiaie e quel po’ di cellulite che spunta sulle cosce? Oppure perché inquadrate solo il mare limpidissimo e non il vostro alloggio? Non è all’altezza di quel che volete far credere? Perché una foto mentre leggete un libro ma non alle pagine che avete sottolineato? Volete spacciarvi per intellettuali e poi poco importa se il volume che avete tra le mani è l’ultimo di Sophie Kinsella? E che dire di quegli scatti in palestra, sudati vicino alle macchine, ma sempre adottando l’angolazione giusta per rendere i bicipiti più grossi e i quadricipiti più snelli di quelli che sono?

In fondo un po’ mi fate tenerezza, pubblicatori seriali: avete così bisogno dello sguardo di qualcuno, del loro riconoscimento, che senza – forse – non vi sentireste interi.

Ma nel caso vi venisse il dubbio che anche senza scatti ad ogni minima occasione, senza tag e geolocalizzazione per far sapere al mondo dove siete e con chi, senza selfie…potreste farcela comunque, e farcela bene: ascoltatevi. Ascoltate questo dubbio, è sano. E adesso dai, chiudete il social, abbandonate il vostro smartphone: le cose migliori accadono fuori da questa realtà virtuale colorata e fintissima che tanto vi piace alimentare, a suon di hashtag che sanno di suppliche: #followme#followback#follow4follow#. Dai, su!

E credetemi, i momenti più importanti non saranno mai testimoniati da nessuno scatto, soltanto dalla memoria. Fatevi questo regalo: riempite la vostra memoria, non la gallery del telefono, e collezionate ricordi. Saranno la cosa più preziosa che avrete, qualcosa che nemmeno qualche migliaio di like vi darà mai.

Come dire… #justliveit.

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