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“I AM ROGER BECAUSE OF RAFA. I AM RAFA BECAUSE OF ROGER.” – IL GRANDE SLAM DOVE SI INCONTRANO GLI DEI

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federerDi Noemi Martarello

29 gennaio, Melbourne. Alle 9.30 del mattino si consuma la finale degli Australian Open, la nona di un grande Slam in cui si incontrano Roger Federer e Rafael Nadal. Dopo più di 3 ore di gioco, è il Re svizzero del tennis mondiale che conquista la vittoria con un ruggito. Alza le braccia al cielo, stringendo nelle mani quella racchetta che non è uno strumento ma è una parte di sé, una prolunga del proprio braccio, un arto meccanico a cui arrivano gli impulsi elettrici dal cervello e che fa viaggiare una palla alla velocità di 197 km/h.

È una partita che assomiglia a una danza, ha la bellezza di una poesia. L’uno di fronte all’altro, due avversari che si conoscono e che si studiano da anni, che sono cresciuti insieme e insieme hanno varcato i cancelli dorati dell’Olimpo dei più grandi, quelle leggende che vanno al di là dello sport e dei riconoscimenti conquistati ma che diventano un simbolo, qualcosa a cui guardare. Di campioni ne hanno sfidati tanti, tra i quali nomi del calibro di Djokovic e Murray, ma alla fine era sempre tra loro che si sono trovati a fare i conti. Lo svizzero e lo spagnolo, la razionalità e l’istinto, la freddezza e il sangue. Due opposti ma complementari. È sufficiente guardare i filmati di alcune delle partite che hanno disputato negli anni l’uno contro l’altro per leggervi in essi, nell’eleganza dei gesti atletici, nei muscoli tesi fino allo spasimo, la voglia di primeggiare ma senza mai rabbia. Non c’è rabbia in quelle palle scagliate alla velocità di una macchina in corsa, in quegli urli strappati dal petto. C’è il desiderio di supremazia, la voglia di essere il più grande e la consapevolezza che a correre davanti a sé, su quel pavimento di terra rossa o erba o cemento, vi sia l’avversario invitto, quello che è stato sconfitto la volta scorsa ma che forse ti sconfiggerà questa, o quella successiva. L’eterno rivale con cui misurarsi senza mai poter mettere un punto alla frase “Ho vinto”. Sì, ho vinto; ma solo per questa volta. La prossima Rafael tornerà più forte; quella dopo vincerà Roger. È un eterno balletto, il loro. Quasi alternandosi, per non far abituare il proprio avversario al sapore della vittoria o viceversa a quello della sconfitta. “I am Roger because of Rafa” “I am Rafa because of Roger”. I più grandi campioni sono tali grazie ai più grandi avversari. Avversari di cui si vuole avere la meglio sul campo ma di cui si nutre il più grande rispetto fuori da esso.

È proprio il rispetto, il più grande e incondizionato rispetto, unito alla sincera ammirazione, che fa di questi due sportivi qualcosa di più che due campioni capaci di regalare uno spettacolo di una bellezza quasi artistica quando giocano l’uno contro l’altro. Tutte le partite si concludono con qualcosa di più che una formale stretta di mano sopra al nastro bianco della rete. Si stringono la mano, con forza, e poi si abbracciano. Qualche secondo, la mano dell’uno sopra il petto dell’altro. Raramente si guardano negli occhi, in quegli istanti brucia la sconfitta e si fatica a guardare in faccia il proprio vincitore. Ma c’è quel gesto, ripetuto tutte le volte: un segno di stima, di riconoscimento reciproco ed anche un ringraziamento. Come se volessero dire: “Grazie di avermi fatto arrivare fin qui. Grazie di avermi sfidato ancora. Grazie di essere stato la mia principale ragione per lottare”.

Credo che ci siano poche cose nella vita di una persona che valgano quanto trovare un grande avversario: qualcuno che non dia mai requie, che sia la propria spina nel fianco, il motore della sfida che ogni giorno si fa a sé stessi per superarsi al fine di superarlo. Qualcuno che anche se sconfitto non lasci dormire sonni tranquilli, non permetta di riposare, perché la sua sconfitta non significa la tua vittoria e non trovi affermazione definitiva ma solo quella di un momento, consapevole che lui può tornare più forte di prima e batterti un momento dopo. Uno così, è più che un avversario: è il compagno di tutta la vita, la presenza costante che obbliga a tirare fuori il meglio di sé, senza adagiarsi mai, che non ci fa credere invincibili. E non è solo rispetto quello che lega, non è solo fair play e il desiderio di sfida: è qualcosa di molto più profondo, che va a toccare le corde della necessità. Un avversario così è il testimone della propria vita, la molla del cambiamento, la volontà di lotta e di migliorare. È la persona che vorrai incontrare un’ultima volta, quella con cui vorrai chiudere la carriera e lo riterrai un privilegio; quella che vorrai guardare negli occhi, per l’ultima partita, e vinta o persa che essa sia, in uno sguardo lungo e in un abbraccio, potergli dire grazie. Grazie per avermi dato tutto questo. Grazie per avermi fatto diventare un campione. Grazie per la volontà di batterti e per quella di non soccomberti. Grazie per le sfide.

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