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Un Leopardi surreale. Il giovane favoloso di Mario Martone

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Di Sandro De Fazi

È innanzi tutto da ricordare che Mario Martone deve il titolo del suo film del 2014 ad Anna Maria Ortese, che scrisse in Pellegrinaggio sulla tomba di Leopardi (ora in Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Adelphi, 2011): “Così ho pensato di andare verso la Grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme da cento anni il giovane favoloso”. E ci sono vari luoghi comuni: si comincia con la solita Silvia, l’ermo colle e la siepe e andando avanti alcuni stereotipi persistono.

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Il lungo periodo iniziale recanatese rende bene il senso di claustrofobia ma non di liberazione che pure c’era nella vita di Giacomo. Da questo punto di vista il film di Nelo Risi, di cui parla Renato Minore, aveva a suo tempo sviluppato un discorso più completo con “quei primi piani quasi attoniti, un’atmosfera ipnotica e quasi sonnambulesca e, poi, l’improvviso movimento della macchina, il piano sequenza, lo stacco, l’apertura, diciamo l’infinito”. Gli ambienti sono ben ricostruiti ma la scenografia non è mai bellissima. Sono amabili i momenti che rappresentano “‘o ranavuottolo” dare i numeri per Napoli, richiesto dal popolo in cui si immergeva.

Non condivido l’immagine di Monaldo, gretto senz’altro come è qui Massimo Popolizio ma in realtà era affettuoso col figlio, più una madre che un padre, e non credo che Muccio fosse così disamorato della famiglia d’origine. La non-storia con Fanny Targioni-Tozzetti (Anna Mouglalis, assai somigliante alla letterata fiorentina), che per le sue caratteristiche finiva per essere una storia essa stessa, è raccontata male. Sulla presunta love story con Antonio Ranieri il regista non prende posizione, a differenza di René de Ceccatty, nel cui saggio Amicizia e passione. Giacomo Leopardi a Napoli (Archinto, 2014) essa non è riconosciuta come tale, anche se non sono molto convinto che le donne amate dal poeta fossero così ignare dei suoi sentimenti o che lui non li manifestasse riversandoli sulle amicizie maschili. Ma il libro dello scrittore francese contiene di fatto un soggetto cinematografico di gran lunga più interessante del film di Martone.

De Ceccatty mette giustamente in primo piano lo Zibaldone, lì e non tanto nei Canti c’è il vero Leopardi, più filosofo che poeta. Amicizia e passione è un’opera aperta che ha tra i suoi molti pregi proprio quello di rivalutare Ranieri dopo la giustizia sommaria fattagli da Alberto Arbasino. Ranieri aveva conservato lo Zibaldone e gli vanno restituiti i suoi meriti (tanti quanti Max Brod ha avuto per averci dato la possibilità di leggere Kafka), l’ha inscritto nel Romanticismo europeo sia pure creando una certa controversia: se la prese perfino con De Sanctis il cui corso si sarebbe basato su testi apocrifi del recanatese, non approvati da lui.

Elio Germano che interpreta il ruolo principale è convincente, anche se questo non basta per tenere in piedi tutto il caravanserraglio della sceneggiatura. Raffaella Giordano nella parte di Adelaide Antici è una perfetta madre-matrigna come la natura. Il fratello Carlo e la sorella Paolina non erano così belli come appaiono qui Edoardo Natoli e Isabella Ragonese. Valerio Binasco nel ruolo di Pietro Giordani è troppo aitante e arzillo per essere credibile. Ranieri era biondo e occhicerulo e il corrispondente interprete, Michele Riondino, pure bravissimo, è leggermente fuori parte. Iaia Forte è strepitosa nei panni dell’affittacamere napoletana. I dialoghi sono quasi sempre saccheggiati dalle lettere e dalle Operette morali.

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Un indizio di surrealismo accompagna spesso Martone: sta parlando davvero di Leopardi? ma del poeta stroncato violentemente da Croce? o del filosofo non riconosciuto accademicamente? o del romanziere – o non romanziere, o antiromanziere – studiato da Manlio Torquato Dazzi e discusso da De Robertis? Morte di un matematico napoletano (1992) era una biografia mancata già nell’ingannevolezza antifrastica del titolo, proprio perché il film, dopo la morte di Caccioppoli, ricominciava. Ora la parola non va d’accordo con la “cosa”, ed ecco una chiave interpretativa per dare un giudizio su Il giovane favoloso: se ne accettiamo il surrealismo in quanto non è un film su Leopardi, diciamo che si lascia vedere e rivedere con piacere più volte. È fuorviante, invece, per chi conoscesse la “cosa” solo per sentito dire, dato che i risultati dell’operazione di Martone non derivano da una soddisfacente esegesi critica su un protagonista della cultura europea che non era certo uno qualsiasi.

Detto questo, è vero che è la realtà a dover raggiungere il cinema e non il contrario. Perciò Leopardi incontra Martone solamente nella visione personale di quest’ultimo, legittima ma limitata, tant’è vero che la parte ambientata a Napoli – evidentemente più sentita dal regista – è l’unica davvero bella dopo il set del Palazzo di Recanati, per merito tuttavia della biblioteca di famiglia.

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