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IL MONDO NELL’ERA DI TRUMP

atlante-geopoliticoDi Marco Corno

Con la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane si aprono nuovi scenari geopolitici che potrebbero cambiare il volto del mondo nei prossimi anni. Trump, durante la campagna elettorale, ha lanciato una nuova idea di frontiera, non più come limite da superare per esportare il modello americano nel mondo ma come barriera da non oltrepassare attribuendole una connotazione difensiva piuttosto che offensiva coincidente con i confini dello Stato americano. Questa idea di politica estera porterebbe ad una espansione della sfera geopolitica Euroasiatica in Europa e in Medio Oriente a danno della Sfera Angloamericana che si ridurrebbe alla sola Inghilterra come guardiana degli USA nel vecchio continente.

Putin, approfittando dell’isolazionismo americano, cercherebbe di portare la nazione russa fuori dal sofferente blocco mar Baltico-Mar Nero, abbattendo la linea di contenimento degli stati cuscinetto del generale polacco Piłsudski del primo dopo guerra. Si verificherebbe in primis una spartizione dell’Ucraina tra la Russia e una ormai debole Europa a guida tedesca in due parti: il Donbass (ovvero l’Ucraina del sud-est) e il sud ovest sotto il controllo russo mentre il restante territorio, compresa la capitale Kiev, sotto il controllo sia occidentale sia del Cremlino. Superata la contesa ucraina, Putin mirerebbe all’annessione della Transnistria (frazione della Moldavia a maggioranza russa) alla Federazione Russa rafforzando la propria posizione a nord del Mar Nero. Questo porterebbe l’avvicinamento ai governi filo russi appena eletti in Bulgaria e Moldavia che farebbero della Serbia il principale intermediario tra i Balcani dell’est e la Russia acquistando un ruolo centrale nella regione. Contemporaneamente lo zar di Russia cercherebbe di assicurarsi stabilità anche con le tre repubbliche baltiche avvalendosi della mediazione dell’Inghilterra e degli USA. L’intento sarebbe quello di fagocitare i territori baltici a maggioranza russa in cambio del protettorato dell’Europa del Nord a guida inglese (Regno Unito, Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca) sui restanti territori spingendo Trump a ritirare le truppe NATO schierate al confine russo qualche mese fa. Se tali obbiettivi fossero raggiunti Putin avrebbe la strada spianata verso la Germania.

Lo scacchista russo, sfruttando gli attriti createsi in questi anni tra Berlino e Washington come lo scandalo Volkswagen e lo spionaggio nei confronti della Merkel, avvicinerebbe Berlino offrendo accordi commerciali-energetici vantaggiosi per l’export tedesco che convincerebbero i tedeschi ad una possibile entrata nei BRICS a danno del patto atlantico.

In Medio Oriente, Trump vorrebbe porre gli USA come intermediari per la risoluzione dei conflitti in Siria e Iraq tramite un accordo non solo tra le milizie all’interno dei singoli Paesi ma anche tra i Paesi coinvolti per il controllo della regione come Turchia, Arabia Saudita e Iran (si prospetterebbe una divisione della Siria e dell’Iraq in tre zone: una curda, una sciita e una sunnita). Erdogan ha espresso parole buone per il nuovo presidente, speranzoso per il possibile rimpatrio di Gulin, cosciente che se Trump dovesse lasciare la regione la Turchia acquisterebbe un ruolo di primo ordine nella zona espandendo il proprio territorio nel Siraq a danno dei curdi e delle milizie sciite secondo il programma “asse ottomano” che punterebbe all’espansione turca in zone considerate strategiche (come Mosul, Palmira ed Aleppo) non solo per gli idrocarburi ma per la disposizione di zone cuscinetto antiterrorismo. I primi segni di un possibile attacco si vedono già: Ankara di recente ha disposto truppe e mezzi corrazzati al confine con l’Iraq e ha invaso la Siria al nord per combattere i peshmerga curdi.

Il futuro presidente repubblicano ha dichiarato di voler risolvere definitivamente anche il contrasto tra israeliani e palestinesi (che di recente hanno dato vita alla terza intifada) onde arrivare alla stabilizzazione dei confini israeliani evitando un possibile intervento americano futuro quando sarà impegnato nel Pacifico.

La stabilizzazione del Rimland Medio Orientale è volto a far sì che gli USA possano concentrare tutta la loro forza contro il nuovo nemico dell’Occidente, la Cina.

Il “magnate d’America” nella sua campagna elettorale ha dichiarato che intenderebbe attuare politiche protezionistiche contro i prodotti importati dall’Impero di Mezzo che hanno fatto concorrenza spietata alle imprese americane a causa del basso prezzo dei prodotti importati. La chiamata del primo ministro del Taiwan Tsai Ing Wen a Trump ha scatenato subito le prime tensioni internazionali in cui la Cina si è sentita minacciata. Pechino ha dedotto che Washington starebbe cercando di portare avanti un nuovo programma di accerchiamento della Cina appoggiando regimi e partiti sinofobi come il nuovo presidente delle Filippine Rodrigo Duterte. Il rischio è che il caso Taiwan si ripercuota anche nell’ONU se il Presidente Repubblicano decidesse di inserire il paese tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza in funzione anticinese, suscitando il malcontento dell’impero cinese che ha da sempre considerato Taipei “una provincia ribelle” e non uno stato indipendente. I rischi diventerebbero ancora maggiori se il “Berlusconi d’America” decidesse, come ha promesso, di smantellare la NATO e sostituirla con un processo di nuclearizzazione forzata dell’Indocina che porterebbe molti paesi come la Corea del Sud a dotarsi di missili a testata nucleare da puntare contro la Corea del Nord oppure il Vietnam contro il nemico cinese. Se Taiwan dovesse armarsi, l’”Isola Ribelle” diventerebbe la “Cuba del Pacifico” con forti conseguenze anche alla Casa Bianca (dove solo una parte del Partito Repubblicano appoggerebbe il programma estero di Trump mentre l’altra parte si allineerebbe alla linea clintoniana).

Geo-politicamente parlando la scelta della Casa Bianca darebbe vita alla deterrenza nucleare ovvero l’annullamento dell’arma atomica come strumento di dominio di alcuni stati sugli altri ma i rischi di una catastrofe atomica rimangono comunque altissimi.

Però la Cina gioca in anticipo.

Mentre gli USA sono una potenza di sea-power che puntano a frenare l’espansione verso l’esterno dello Heartland (il cuore dell’isola mondiale) tramite la politica del containment (politica del contenimento), la Cina è sia una potenza di sea-power, sia una potenza di land-power ovvero ambisce sia ad una espansione continentale (ONE BELT ONE ROAD) sia ad una espansione marittima (IL FILO DI PERLE).

Il progetto “ONE BEALT ONE ROAD” di Xi Jimping riprogetta le antiche vie della seta, tanto decantate da Marco Polo, che un tempo collegavano l’Asia Centrale con l’Europa, onde aggirare l’accerchiamento occidentale creato nel Pacifico. E’ lampante che le “nuove vie della seta” non avrebbero solo una funzione economico- commerciale, dato che permetterebbero a Pechino di espandere il proprio commercio all’interno della World Island (Isola Mondiale), ma anche una funzione geopolitica che consentirebbe alla Cina di diventare leader, insieme alla Russia, dell’Unione Euroasiatica.

Le nuove vie commerciali partirebbero dal centro dell’Impero di Mezzo, passerebbero per Uzbekistan, Tagikistan, Kazakistan, Pakistan e l’Afghanistan fino ad arrivare all’Iran e alla Turchia.

Per quanto riguarda l’Occidente, Xi Jimping vedrebbe nel Cremlino l’anello di congiunzione con la Germania. Berlino si è dimostrata disponibile a stringere rapporti internazionali con Pechino per godere di un export alternativo nel caso Trump decidesse di attuare politiche protezionistiche che danneggerebbero il made in germany. Da tempo si parla di un nuovo asse Berlino-Mosca-Pechino che punterebbe alla creazione di un forte mercato continentale per isolare gli USA e il Regno Unito a semplici potenze regionali.

Il progetto marittimo cinese è denominato “IL FILO DI PERLE” ovvero un progetto economico politico oltreoceano che vorrebbe rafforzare Pechino in due punti focali: Mar Cinese e Africa Centrale.

Nel Mar cinese Pechino è, attualmente, in disputa con altre nazioni del Pacifico (come Vietnam, Thailandia, Filippine, Malesia e Giappone) per il controllo di isole importanti (come le isole Senkaku) non solo perché ricche di risorse naturali ma anche per la posizione strategica favorevole alla creazione di un impero marittimo volto a respingere l’accerchiamento americano attraverso l’instaurazione di basi militari negli arcipelaghi.

Il progetto del “Filo di Perle” arriva fino in Africa dove dagli anni ’90 la Cina ha stretto relazioni internazionali in campo petrolifero con l’Angola, Guinea Equatoriale, Sudan e Congo da cui derivano le principali importazioni di idrocarburi strappando di fatto la leadership della zona al Sol Levante che rischia di cadere in una sorta di isolamento regionale.

Oltre all’Asia centrale, il governo di Trump aprirà un nuovo fronte nell’America Centrale con il Messico per la questione immigrati che potrebbe portare a delle crisi non irrilevanti se si decidesse di rimpatriarli forzatamente con la conseguente nascita di Ghetti al confine tra i due paesi.

La situazione è molto incerta e Trump deve agire con molta prudenza altrimenti il rischio che la Cina e la Russia acquistino un ruolo di egemonia mondiale diventerà sempre più reale. Vedremo fino a che punto il Presidente riuscirà a “make America great again”.

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