eidoteca

Home » Economia / Politica / Società » INES: LA FALCE E LA TRANSUMANZA. Vita e miracoli di una donna in Valtellina

INES: LA FALCE E LA TRANSUMANZA. Vita e miracoli di una donna in Valtellina

d3i9788_1Di Maria Orsola Castelnuovo

Il volto di Ines è d’una soavità che incute ottimismo anche nelle menti più scettiche. Ella è così, sempre protesa verso il positivo, certa dell’evoluzione pacifica e bonaria di qualsiasi avvenimento. Gliel’ha insegnato la vita, oppure è lei stessa che ha dato alla sua vita un’impronta simile, proprio col suo carattere e con la sua serenità?

Incontriamo Bice Ines Luzzi nella sua casa di Talamona, da cui non si è più voluta muovere, se non per sporadiche uscite per recarsi dal figlio Sergio che gestisce un’azienda agrituristica. Da una ventina d’anni è immobile e passa dalla poltrona al letto, con l’aiuto delle figlie che si alternano al suo fianco. Ormai nonne a loro volta, non hanno perso l’entusiasmo e la voglia di venire incontro a questa donna piena ancora di una vitalità che riesce a trasmettere, con un linguaggio ricco e preciso, accompagnato da uno sguardo vivace e attento, giusto complemento a un racconto che è sempre essenziale, sobrio, preciso e tuttavia foriero di mondi lontani, quasi da fiaba ai giorni nostri.

Ines ha trascorso sessant’anni della propria vita falciando i pendii della montagna per intere estati e la sua prima rivelazione è legata a quel lavoro: “ Spesso, mentre dormo, sogno d’andare in Premiana, su alle baite, per quei sentieri e quelle mulattiere che ho percorso e ripercorso, salito e sceso migliaia di volte nella mia vita. Sogno di falciare ancora quei pendii erbosi, avanti e indietro con la lama, tra l’erba così alta da diventare soffice.”

Falciare, spandere l’erba scomponendo quelle onde tanto regolari, formate dagli steli che cadevano e si coricavano al suolo, con gli apici come creste sul mare, quel mare che rivela d’avere visto solo da vecchia. Era necessario spandere l’erba, perché tutta avesse una medesima porzione di sole e di calore e seccasse in modo uniforme. E poi tornare a controllare che tale risultato fosse effettivamente raggiunto e voltare il fieno, perché la minima traccia d’umidità non avrebbe consentito di accatastarlo in cascina per l’inverno: sarebbe marcito. “E allora, che cosa avremmo dato da mangiare alle bestie che rientravano dalle alpi estive?”

Sì, perché d’estate le bestie erano in Gambetta, in Val Brembana, dove lei stessa le conduceva ogni anno

La transumanza implicava un impegno non da poco. Si partiva di solito l’11 giugno a mezzanotte: tutti i paesani che avevano bestie si radunavano per fare il viaggio insieme; si arrivava a oltre un centinaio di mucche, alcune ancora col vitello attaccato, ma per il vitello bisognava pagare una quota di ‘soggiorno’, perché non era produttivo. Invece le mucche pagavano da sé, col latte che facevano e che rimaneva di proprietà del casaro, all’alpeggio dove stavano per ottantotto giorni, vale a dire fino all’inizio di settembre.

Durante il viaggio di andata – prosegue il racconto – tra muggiti e strilli dei bambini assonnati che spesso si dovevano portare in spalla, ci si fermava al Doss Cèrech, Dosso Chierico, per fare una sosta al coperto e dormire, finché veniva giorno. Poi al mattino si faceva l’ultima botta di salita fino alla Ca’ San Marco, dove c’è l’omino che segna il confine tra la Valtellina e la Valbrembana.”

Qui era il confine storico fra le tre potenze: Ducato di Milano, Grigioni e Serenissima a cui Bergamo apparteneva, ancora attestata dal toponimo e dall’effigie del leone.

Questo era il colmo della fatica: finalmente si respirava a pieni polmoni e si intraprendeva il tratto in discesa, ormai breve in confronto al tragitto fin lì compiuto. Si arrivava così all’Alpe di Gambetta, in comune di Mezzoldo.

Se pioveva, se si era costretti a fare la transumanza sotto l’acqua che salendo era via via più battente, allora ci si muniva di mantelle che coprivano anche gli zaini. Qualcuno sostituiva gli scarponi con gli stivali di gomma che avevano maggiore tenuta, ma a volte l’acqua entrava dall’alto e li riempiva. Così i piedi erano comunque all’ammollo e ad ogni passo si sentiva un ritmato cich ciach.

Erano quasi tutte donne a comporre la schiera, accompagnate da qualche vecchio o da quegli uomini che non facevano la stagione all’estero come emigranti.

Poi i proprietari delle mucche si suddividevano i turni: ciascuno trascorreva insieme ad altri una settimana all’alpeggio, per dedicarsi alla pulizia, alla cucina, a tutte quelle incombenze che di solito a casa sono di competenza femminile, appunto.

inesInes con la nipote, negli anni ’70, durante uno dei suoi turni all’alpeggio in Gambetta.

A gestire l’alpeggio c’erano i caricatori, il casaro che faceva il formaggio, i pastori tutti uomini, e i cascìn che curavano le bestie durante la giornata ed erano bambini.

Durante i tre mesi di permanenza c’era anche sull’alpe una sorta di transumanza minore, perché quando le mucche avevano consumato tutta una zona d’erba, erano trasferite in un’altra accanto.

Era una zona di temporali – interviene la figlia Daniela, che di solito si fermava con la mamma durante il turno di permanenza. – Io ricordo i temporali e quando al mattino uscivamo era tutto bianco come se fosse nevicato e le foglie delle lavazze erano completamente crivellate.”

A fine stagione – spiega Ines – per compenso del latte se una mucca faceva per esempio dieci litri al giorno nelle due mungiture, si riceveva una forma di formaggio, o due se non erano grosse. In tutto erano circa 20 chili di Bitto (là nella Bergamasca si chiama formaj de mut), una forma per ogni mucca. Insomma, per tutto il latte che le nostre mucche avevano fatto in tre mesi, il compenso non era granché, ma a loro vantaggio si erano nutrite di erba buona dell’alpe e inoltre ci eravamo risparmiati la fatica di accudirle: le bestie danno parecchio da fare, soprattutto per pulirle, preparare cibo integrativo, dissetarle e mungerle, anche d’estate quando sono fuori e a pascolare provvedono da sole.”

ines2Ines negli anni ’60 con la famiglia: il marito Clino e i figli Maris, Daniela, Sergio

Andata sposa a diciott’anni a Clino Maffezzini, pure dopo la nascita del terzo figlio, non cessò di dedicarsi alla campagna, che era sua incombenza per tutta la stagione. Lassù, nei monti della Valtellina, le stagioni sono solo due: l’istaa e l’inueren. Intercalate dal breve periodo del uendemi. La scansione risente della vita di emigrazione che si è protratta massiccia sino agli anni Settanta del secolo scorso e in molti casi prosegue tuttora.

L’estate iniziava il martedì dopo Pasqua. Il lunedì dell’Angelo era l’ultima festa che si trascorreva insieme e il giorno dopo gli uomini partivano, chi per la Svizzera interna, chi per la Germania, chi per la Francia. Lavoravano per lo più come muratori o tagliaboschi e Clino era teleferista, cioè installava le teleferiche che servivano per mandare la legna a valle, e si occupava del loro funzionamento e della loro manutenzione.

Il lavoro era assicurato fino a fine ottobre. Per i morti, tutti a casa, quando iniziava il freddo.

Ai ricordi di fatica e di lavoro, si aggiunge l’amarezza della sventura. Racconta ancora Ines:

Nel 1974, Sergio era in Gambetta come cascìn e mio marito era tornato a casa per un breve periodo di ferie estive; si sentiva stanco e aveva un dolore al petto, il medico aveva diagnosticato una gastrite. Lui però ha cominciato a chiedere che il bambino tornasse. Mi diceva: ‘Uann, uann dent a tö quel tuus’, Vai a prendere quel ragazzo. Gli chiedevo perché e lui insisteva, insisteva, senza dare spiegazioni. Infine, si è deciso, perché vedeva che nessuno gli dava retta: è andato in piazza al bar dove c’era il telefono pubblico, ha telefonato a Ca’ San Marco e ha chiesto se per caso ci fosse qualcuno di Talamona. C’era mio nipote Gustavo e subito gliel’hanno passato, così gli ha chiesto di andare giù in Gambetta a prendere Sergio. Gustavo è andato infatti e’ha accompagnato a casa il ragazzo. Il giorno dopo sono saliti insieme alla nostra baita estiva di Premiana e lì Clino è morto d’infarto sotto gli occhi di suo figlio; aveva 49 anni.”

Il ricordo però è solo una sfumatura, un episodio intercalato. Preferisce non soffermarsi su quel momento e invece cita un parente, Costante Luzzi, che ha fatto cinquant’anni d’alpeggio come caricatore e suo padre altri cinquanta prima di lui, cent’anni. Costante è del 1922 e il 2015 è stato il primo anno in cui non è ‘andato fuori’ come caricatore, perché aveva fatto una polmonite e la dottoressa gliel’ha sconsigliato.

Ma se muoio qui o là è ben lo stesso – aveva protestato saggiamente. – Se l’elicottero non può venire a prendermi, lasciatemi lì.”

Ines prosegue il racconto, precisando che la parte più bella era quella del rientro: si fermavano alla Ca’ San Marco a mangiare e ballare, era tutta una festa, si tornava a casa carichi di formaggio per l’inverno.

Poi da lì la strada era tutta in discesa. E Ines sorride al ricordo, tanto il suo vissuto le è presente davanti agli occhi.

Ricorda anche che una volta è stata chiamata in Valchiavenna, nella Valle dei Ratti, dove una sua mucca s’era azzoppata e doveva riportarla a casa. È partita alle cinque di mattina, è salita alla valle, ha preso la mucca ed è arrivata a casa alle otto di sera, con quella povera bestia che cercava di camminare sul ciglio del sentiero perché era più morbido, a rilento, cercava di brucare l’erba quando c’era qualche prato a fianco della strada, lungo la ferrovia, e i contadini che urlavano e minacciavano che l’erba era loro. Chissà quanto poteva brucare una mucca in cammino.

ines3Ines si concede una pausa di riposo, sfinita dopo la falciatura.

ines4Ines in un’immagine giovanile, prima di iniziare la vita coniugale, mentre però già da tempo, fin da bambina, si dedicava alla campagna.

E adesso? Certo, adesso non ci può tornare, ma forse non le piacerebbe neppure più. L’alpeggio è tuttora in funzione, almeno in parte, ma è stato lasciato com’era, nessuno ha provveduto a fare interventi di manutenzione straordinaria, che sarebbero anche necessari. Invece le baite tutto attorno, in particolare quelle più vicine alla mulattiera che è stata trasformata in strada carrabile, sono state oggetto di restauro e sono usate come case di vacanza.

Il racconto si dilunga, spazia su altri episodi, lieti e tristi, che esulano dalla vita contadina ma per Ines hanno rappresentato tappe importanti, fondamentali in questa lunga vita di lavoro. Giunta a 86 anni, è convinta di avere avuto anche buone soddisfazioni e tra queste soprattutto la vicinanza dei figli, la cura che le figlie Maris e Daniela le dedicano, i nipoti e pronipoti che non la lasciano mai sola anche durante il periodo scolastico.

La saggezza le fa affermare che la sua vita doveva essere così, che non ne avrebbe saputa fare una diversa. Ha accettato il suo ruolo con grande serenità e volontà, le stesse caratteristiche che ancora la distinguono e che rappresentano una grande lezione di vita.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: