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PENELOPE E LA GRAZIA EROTICA DELLA FEDELTÀ

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Di Noemi Martarello

L’Odissea. Il grande romanzo del ritorno, il nòstos. Il dramma dell’eroe che affronta peripezie per ritornare in patria. È così che siamo abituati a pensare a questa epopea, così che ce l’hanno fatta conoscere. Quello che noi leggiamo è il punto di vista di Odisseo. Ma c’è un altro punto di vista che dovrebbe essere tenuto in considerazione. Un altro personaggio che per sé solo meriterebbe un’epica, per l’eroismo grandioso di cui si fregia – non meno di quello dell’eroe. E questo personaggio è Penelope.

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Penelope è la donna amata, la moglie, le radici dell’albero d’ulivo in cui Odisseo ha intagliato il letto nuziale; è la nostalgia nel senso etimologico del termine: nòstos “ritorno” + àlgos “dolore”, la sofferenza che l’uomo deve patire per tornare. Penelope è la terra, è Itaca stessa.

Questa è la Penelope conosciuta, Penelope in funzione di Odisseo.

Ma c’è un’altra Penelope: Penelope per se stessa.

Nei suoi anni di travaglio prima di ritornare a Itaca, Odisseo consuma il proprio amore e il proprio corpo con Circe e con Calipso. Si trattiene dal giacere con Nausicaa, dolce e bella regina dei Feaci, disarmato forse dalla sua giovinezza e dalla sua innocenza, lei che poteva essere sua figlia, più piccola ancora del figlio Telemaco lontano. Ma cede senza troppe remore alle grazie rigogliose della maga e della Ninfa, dimentico della casa e di Penelope nei momenti di abbandono. Guarda il mare, l’eroe; il mare che si stende di fronte all’isola di Ogigia su cui ha passato 7 anni da immortale, l’isola su cui il tempo si era fermato, l’isola in cui Odisseo non è invecchiato. Mentre, dall’altra parte del mare, il tempo aveva segnato il corpo e il volto bellissimo della sposa che lo aspettava da vent’anni.

C’è della grazia erotica nella fedeltà di Penelope. Madre, moglie, ma anche donna. Forse primariamente donna. Non si pensa mai al desiderio di Penelope, ma non possiamo credere che non ne bruciasse, nella calura delle brevi notti di Itaca, durante quei vent’anni di assenza del marito: il desiderio di un uomo accanto, di un corpo da stringere, da guardare, da toccare; il proprio corpo da offrire, da far desiderare. Forse, persino in mezzo ai Proci, quegli uomini che avevano occupato la sua casa e consumato i suoi beni, si nascondeva qualcuno da cui Penelope si era sentita attratta. Doveva essere una donna bella, o molto bella e nella negazione del proprio corpo, nella proibizione di cedere la propria persona ad un uomo qualunque c’è il momento più alto dell’erotismo. Il desiderio suscitato nell’altro, negli uomini che la bramano, e che viene duramente represso. Come in un gioco di contrari, la sensualità di Penelope esplode nel suo nascondimento.

Forse lei stessa qualche volta avrà desiderato finir di tessere la sua famosa tela, e non disfarla; arrendersi, e pronunciare un sì. Ma non sarebbe stata Penelope: lei che si conserva per l’uomo amato, di cui non sa niente da anni – gli anni in cui un figlio bambino è già diventato un uomo, l’uomo che era il padre quando è partito.

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Penelope sa, in tutti i lunghi anni di attesa, che Odisseo è vivo, pur senza averne notizia; lo sa nel suo cuore di donna. Lo sa per la fiducia che ripone nella promessa che le era stata fatta prima di partire, pronunciata da quello sposo tanto amato e a tratti – lo possiamo immaginare – anche odiato. L’uomo a cui farà scontare la durezza della sua diffidenza una volta che sarà tornato a casa, sotto le sembianze di un mendicante; che forse, possiamo credere, aveva già riconosciuto nel cuore, ma che doveva mettere alla prova. E aveva ben ragione di farlo, Penelope; perché a quell’uomo aveva offerto quel che di più grande potesse dare: la propria fedeltà. Odisseo trova di fronte a sé un’altra donna, non quella dei vent’anni, non la ragazza che aveva lasciato, non la giovane fulgida di bellezza nel corpo fiorente di chi è madre da poco, ma una donna attraversata dalla vita più di lui, le cui battaglie sono state combattute in silenzio dentro se stessa, non contro Lestrigoni e Ciclopi, ma non per questo meno violente. La giovinezza di Penelope è però rimasta intatta nella sua fedeltà, quella grazia erotica che esploderà in una notte di pianti e di parole sopra al letto ricavato da un albero di ulivo, inamovibile dalla loro stanza. Eros kai kairos. L’amore e il momento supremo.

Vittorioso, astuto, eroe persino più di Achille, Odisseo è disarmato di fronte alle donne, è vinto dal proprio eros. Così, mentre per lui l’eros è una debolezza, per Penelope è tutta la sua forza.

Ma più che di fronte ad ogni altra donna, dea o mortale che sia, Odisseo è messo a nudo di fronte alla propria sposa. È lei, alla fine di tutta l’epopea, la vera vincitrice, lei quella di fronte a cui Odisseo cede. Penelope è la sua resa dei conti, è l’incontro dell’uomo col proprio destino.

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