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LA BANALITÀ DEL NORMALE: IRRATIONAL MAN DI WOODY ALLEN

irrational-manDi Sandro De Fazi

È possibile il delitto perfetto? I lettori di gialli sanno che nessun mistero è mai rimasto irrisolto grazie alle elucubrazioni dei detectives talmente fantasiose da finire per cogliere la verità. Talvolta la stessa Agatha Christie ha imbastito trame non perfettamente attendibili, per l’inverosimiglianza di certe situazioni o per moventi poco probabili, ma Poirot infallibilmente scopre il colpevole sospettando di tutti. Quel che importa sono i personaggi, sempre ben caratterizzati da parte della scrittrice inglese con l’intelligenza e l’ironia ben note. Anche Woody Allen nel suo deludente ultimo film, Irrationl Man, dà una sua risposta all’inevitabile quesito, smentendo il luogo comune ma a prezzo del castigo che, dopo il delitto, il protagonista sarà destinato a subire. Il che però equivale a confermare la tesi che il delitto perfetto non esiste.

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Abe Lucas (Joaquin Phoenix) è un professore di filosofia depresso e alcolizzato, antikantiano e romantico. Un suo saggio sull’etica situazionale ha incontrato il favore di qualche collega. Nonostante la sua condizione, riesce a interagire coi suoi studenti, piuttosto mediocri a suo giudizio. Tra questi c’è Jill Pollard (Emma Stone), alunna brillante che dice di aver letto tutto Dostoevskij. I due prendono a frequentarsi, la ragazza presto si innamora di lui trascurando Roy (Jamie Blackley), a prima vista preferibile all’”irrational man”. Lucas è stato a letto con molte donne e la sua vita sentimentale si è sempre tenuta in superficie. Ma la sua collega Rita Richards (Parker Posey) cerca di sedurlo e lui si scopre impotente. La sua crisi esistenziale è al culmine. È pronto per qualsiasi destino, finanche a abbracciare l’omicidio.

L’occasione la trova per caso, mettendosi a spiare con Jill la conversazione di estranei seduti in un bar al tavolo dietro il loro. Lucas decide di preparare il delitto perfetto, sopprimendo un giudice per rendere il mondo migliore. Da questo momento la sua vita comincia a cambiare, la depressione si allontana, riacquista gioia di vivere. Rita è sorpresa dal suo nuovo benessere, Lucas riesce finalmente a fare sesso con lei rassicurandola che con Jill non è accaduto niente sul piano fisico. La polizia dapprima non trova il colpevole, successivamente viene accusato qualcuno completamente innocente. A questo punto, Rita elabora una bizzarra teoria: Abe Lucas è l’assassino!

Jill un pomeriggio entra furtivamente in casa del professore e trova sulla sua scrivania una copia di Delitto e castigo contenente un appunto scritto a mano: un richiamo a La banalità del male di Hannah Arendt accanto al nome del magistrato ucciso. Lucas è un esteta, ma la sua promettente allieva non è in condizione di seguirlo fino in fondo nel suo lucido delirio. Arrivare all’assassinio con risvolti letterari, col solo movente di compiere un gesto contrario a qualsiasi etica, se non quella di rimuovere il male dal mondo, è un punto di non ritorno, ma per buoni tre quarti il film stava andando in tutt’altra direzione. Viene dunque recuperato il rapporto con Rita Richards, che mette da parte i suoi sospetti nell’intento di seguire Lucas in Europa. Dopo un paio di colpi di scena che qui non è il caso di svelare, finalmente Jill ritrova il suo equilibrio insieme a Roy.

Il finale, rassicurante e un po’ ovvio, è lontano dalle premesse iniziali di analisi dell’estetismo estremo di Lucas. Come accade in molti film americani, anche in questo di Woody Allen si viaggia sulla lunghezza d’onda di idee e situazioni eccezionali, qui per giunta con la chiamata in causa di varie estetiche e visioni del mondo (ha la meglio il pragmatismo), ma per concludere col ritorno alla banalità stavolta non del male ma del normale.

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1 commento

  1. Alfonso ha detto:

    E’ difficile conservare per anni una effervescenza alla Allen. Può Allen persiste a voler essere se stesso e più scade in quella banalità del normale che è il tradimento dello spirito più brioso di Allen. Di questa triste parabola diciamo pure che il regista newyorchese si consolerà (visionando il trend in crescita del suo conto corrente).
    Mi sia consentito un paragone: Quentin Tarantino riesce meglio ad “esser se stesso” con la persistente capacità di stupire il pubblico.

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