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Primo Levi, di fronte e di profilo

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Di Andrea Giardina

Abitudini consolidate ci spingono a confinare Primo Levi negli spazi – plumbei e terribilmente esatti – di “Se questo è un uomo“. Proprio la straordinarietà di quel libro sembra però ancora impedirci di vedere in Levi uno scrittore altrettanto straordinario, capace di percorrere generi letterari diversissimi, sfuggendo ad ogni possibile classificazione e ai grandi sistemi ideologici degli anni Sessanta e Settanta. Ben venga dunque un libro come “Primo Levi di fronte e di profilo“ (Guanda, 2015), realizzato da Marco Belpoliti, che di Levi era già stato curatore delle opere per Einaudi, e che allo scrittore torinese ha dedicato numerosi altri lavori e corsi universitari.

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In questo caso siamo di fronte ad uno studio che per completezza e originalità segna davvero un punto di riferimento irrinunciabile. Levi, l’uomo e lo scrittore, viene avvicinato da tutti i lati possibili, di fronte e di profilo appunto. In primo luogo attraverso un percorso diacronico attraverso i suoi libri, che, secondo un metodo fecondo di risultati, Belpoliti confronta continuamente con altri libri dello stesso Levi e di autori a lui vicini (Calvino, per esempio), esaminando la loro genesi per giustapposizione di frammenti e soffermandosi sulla loro strana natura gemellare (i libri nascono a coppie). Quindi attraverso uno stratificato lemmario in cui sono incluse le voci tematiche più rilevanti (ma anche meno prevedibili, si pensi alla variegatissima ricognizione nel mondo degli animali leviani) capaci di gettare ulteriore luce sulla sua opera. E quindi attraverso una serie di “microsaggi“ il cui spunto è offerto dalle (rare) foto che fissano alcune tappe della vita dello scrittore.
Un libro che si presta dunque ad una lettura stratificata ed asistematica, ma anche un saggio dall‘architettura avveniristica che appare però quanto mai in sintonia con l’immagine di Levi che Belpoliti viene via via definendo. Cosa emerge infatti dalle oltre settecento pagine del testo? Il cuore del ragionamento sta nella complessità o nella problematicità di Levi. Il suo essere uno e bino. Il suo muoversi attraverso attività diverse – i tre “mestieri“ di chimico, testimone e scrittore. Il suo essere profondamente diviso, natura ibrida, centauresca, come ebbe a definirla l’autore stesso. Non a caso, la copertina del libro riproduce la foto che Mario Monge scattò a Levi insieme ad una delle sculture realizzate dallo stesso scrittore col filo di rame. Il volto di Levi, ormai anziano, è come intrappolato, dal sottile telaio che delinea la fisionomia del gufo. Ne deriva uno straniante animale-uomo. Una figura dai tratti contemporaneamente riconoscibili e inafferrabili. Questo, si potrebbe dire, è Levi, uomo e scrittore “duale“, percorso da una spaccatura che si registra a più livelli, da quello linguistico (la sua predilezione per l’ossimoro, avvicinamento degli opposti) a quello delle predilezioni letterarie (il mondo alla rovescia di Rabelais e “I promessi sposi”) . A cosa si può attribuire questo atteggiamento? Si tratta di una componente caratteriale o è stata l’esperienza di Auschwitz a provocarne l’emergere? Belpoliti ci fa capire – la bellissima riflessione su una foto giovanile lo spiega molto bene – che quell’essere qui e altrove dello scrittore preesiste ad Auschwitz. Però non si può pretendere di capire Levi prescindendo da quel terribile anno di prigionia. Non solo perché i suoi primi libri (e l’ultimo, “I sommersi e i salvati“) nascono dalla volontà di “rendere testimonianza“, ma anche perché dal lager egli ricaverà la convinzione della inevitabilità biologica del male, della darwiniana doppia natura animale e razionale dell’animo umano e quindi della necessità di un’etica che consenta di limitare gli effetti dell’imbestiamento. Ma soprattutto la più profonda – e forse la meno avvertita – delle eredità del lager è l‘essere diventato uno scrittore che non ha molti paralleli nella letteratura italiana del Novecento. Perché Levi è fieramente antiletterario (“il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto“), scrittore prima a voce e quindi su carta, e poi è costantemente sperimentale: perché, come spiega Belpoliti, dopo Auschwitz, il suo problema non sarà più “cosa“ raccontare ma “come“ raccontare. Di qui deriva il suo desiderio di percorrere contemporaneamente più strade, come dimostrano libri quale “Una chiave a stella“, dedicato al lavoro manuale (e all’etica del lavoro ben fatto), o i numerosi racconti di fantascienza contenuti nella raccolte come “Storie naturali“. Ma deriva anche il suo tono espressivo, quel continuo gioco parodico sulle parole della letteratura, che viene come privata di peso proprio nel momento in cui le si affida la ricerca del senso. L’atto di scrivere, che Levi concepisce sempre come diretto a qualcuno (non si scrive per sè), diventa così un modo per fare ordine o, perlomeno, per contenere la minaccia del disordine, o, ancora, come insegna la scienza, “una lotta contro la materia sorda“ .

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