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NOUVELLE VAGUE – IL FEMMINISMO ADESSO

We_Can_Do_It!

Di Noemi Martarello

Femminismo” sembra essere una delle parole del decennio. Di questo termine si riempiono la bocca le star di turno, da Beyoncé a Madonna, da Angelina Jolie ad Emma Watson, che ne fa pure oggetto di un discorso (peraltro di una retorica sufficientemente intelligente, ben costruito almeno, va detto) davanti all’assembla delle Nazioni Unite; spunta negli articoli di giornale ad ogni nuovo caso di femminicidio o all’opposto in caso di esempi di successo declinati in rosa; è LA parola par excellence che infiamma la folla nei discorsi di First ladies e opinion-leader dell’ultim’ora. Ma come tutti gli “ismi”, va trattato con circospezione: mai che sia nato qualcosa di buono dagli “ismi” di varia natura. Solo che parlare contro il femminismo suscita un moto di indignazione. Proclamarsi femminista è come appuntarsi una mostrina sul petto: uomini e donne ne sono parimenti orgogliosi. 

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Ma che cosa vogliono dire, veramente? Che cosa intendono? Adesso che le lotte del femminismo storico sono state compiute, adesso che la parità di diritti è stata conquistata dalle donne almeno nel mondo occidentale (e no, non vale dire che in realtà la parità reale è ancora ben lontana…è con ogni evidenza ancora ben lontana, ma è argomento troppo debole per autoproclamarsi difensori del femminismo), qual è l’essenza del femminismo? Se deve essere “lotta contro il potere maschile” piuttosto che “capire che non si ha bisogno dell’uomo” e che magari basta servirsene al momento, sul lavoro o come toy-boy, e dopo disfarsene che tanto si basta a sé stesse, allora il femminismo altro non è che maschilismo rovesciato, che è davvero ben povero.

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Per essere femministe non è necessario esprimere una natura oppositiva né di rivendicazione di lotte continue. Perché in tal modo non si supporta la forza della donna, ma se ne segna la debolezza. Non è forza quella di chi quasi invoca battaglie per diventare “come gli uomini”: così vorrebbe dire che è il modello maschile ciò che viene davvero inseguito e che si brama raggiungere. Che in fondo, al di là dei discorsi infiocchettati, le donne vogliono essere riconosciute dallo sguardo altrui, soprattutto maschile, come loro pari. Ed è questo il grosso problema di fondo: è una richiesta di riconoscimento, come se questo potesse passare solo attraverso lo sguardo maschio, che deve dare il placet. Non sia così, non sia così! Si dica invece che prima di ogni cosa femminismo è riconoscersi: da donna, riconoscere a se stessa il proprio status, senza paragonarlo a quello maschile considerato come migliore, come obiettivo da raggiungere. Perché la verità è che la libertà non passa dal riconoscimento accordato dagli altri, ma dallo sguardo che si rivolge a se stessi.

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Con ciò non si intenda che non siano state necessarie e nobili certe battaglie combattute dalle donne del passato, o che non sia lecito rivendicare, per esempio, una reale parità economica, spesso non veramente garantita sui luoghi di lavoro. Ma per favore, si smetta di dire che le donne devono continuare a lottare. Basta fare ricorso a questo linguaggio marziale, basta fare ricorso a questo modo di esprimersi tipicamente maschio (nuovamente, come se fosse impossibile distaccarsi dal loro mito, dal loro modello, persino nelle parole rivendicanti tematiche che parlano di donne e vorrebbero andare nella direzione opposta!).

E non si condanni la donna che ha il coraggio di dire che vuole un uomo accanto a sé, non perché ne ha bisogno, non perché senza sarebbe fragile e indifesa nella vita senza di lui, ma perché ha capito che è più dolce affrontarla se lo si può fare in due; la donna che tornando a casa la sera dismette l’aplomb richiesto sul posto di lavoro per sfogarsi tra le braccia di chi la ama e non la giudica; la donna che non sente il bisogno di dover rivendicare nulla (successi, soldi, carriera) “contro” gli uomini della sua vita, perché è in pace con sé; la donna che non vuol sentir parlare di lotte, perché già ce ne sono troppe ovunque, e sa che più della rivendicazione può fare il dialogo.

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Si può essere femministe e insieme compagne o mogli appagate, madri felici di esserlo, se per femminismo si intende la consapevolezza di sé, del proprio valore, indipendentemente dal fatto che “ci si comporti come un uomo” o che “si venga trattate da uomo”, perché così significa prendere l’uomo a modello e meta, e sminuirsi. “Essere trattate da uomo” non deve essere un obiettivo, non è ragione di successo, né di vanto. Non ci si deve tradire. Ciò non toglie il dovere di denunciare ingiustizie e far sentire la propria voce. Ma una donna deve essere fiera di essere riconosciuta donna. Solo questo è femminismo, nella sua forma più pura e più alta. Tutto il resto è un’autoaffermazione sterile, è la medaglia rovesciata del maschilismo, è assenza di equilibrio con se stesse.

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