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WHITE GOD – SINFONIA PER HAGEN di Kornél Mundruczó.

White god

Di Rita Ciatti

Tutto ciò che è terribile, è qualcosa che ha bisogno del nostro amore

(Reiner Maria Rilke)

Lili pedala lungo le vie di una Budapest stranamente deserta. Da dietro un angolo improvvisamente sbucano dei cani. Tanti cani, di tutte le taglie, di tutte le forme, di tutti i colori. Il loro zampettare sull’asfalto accompagna il suono delle pedalate di Lili. Sono gli esclusi dal cerchio degli eletti della società, quelli che o si dominano e si usano o si sterminano senza pietà.

Questo il prologo (scopriremo poi, tecnicamente, un flashforward). La scena quasi fiabesca, surreale apre il film vincitore della sezione Un Certain Regard dello scorso Festival di Cannes in cui tematiche politico-sociali di ampio respiro filtrano attraverso le maglie leggere di un’apparente storia per ragazzi a sfondo animalista.

La tredicenne Lili, in seguito alla partenza della madre per motivi di lavoro, si deve trasferire per un periodo di tempo a casa del padre, insieme al suo compagno canino Hagen. Le cose si complicano quando il padre decide di abbandonare Hagen, contro la volontà di Lili, per non dover pagare la tassa comunale prevista per i cani meticci.

Lili, sconvolta, il giorno dopo si mette alla ricerca del suo amico, il quale, nel frattempo, si è unito a un gruppo di randagi.

La storia, a questo punto, si dipana lungo un doppio binario narrativo: le difficoltà di Lili a comunicare con il padre e con i suoi coetanei, i tentativi per rimettersi in contatto con Hagen, la sua ribellione nei confronti dell’autorità (la scuola di musica presso cui studia), da una parte; le peripezie di Hagen per sfuggire agli accalappiacani e per riuscire a sopravvivere in libertà, dall’altra

Purtroppo le cose per Hagen non si mettono bene: catturato da un uomo che lo vende per impiegarlo nei combattimenti dei cani, conosce la violenza, la cattiveria, le botte e ogni genere di sopruso. Scopre quanto è salato il prezzo della libertà perché il sistema non può tollerare che qualcuno sfugga alle maglie del controllo; un controllo che è sempre, prima o poi, un controllo sui corpi.

Dopo il suo primo combattimento riesce a fuggire, ma di nuovo viene catturato e portato in canile dove infine, in seguito ad altre vicende, riesce a liberarsi e a capeggiare un intero branco di ribelli con i quali pianifica e mette in atto una vera e propria sorta di vendetta personale.

Se fino a questo momento la violenza era stata appena tratteggiata, lasciata intuire, ma mai mostrata apertamente, qui esplode fino a far virare il film verso il genere horror/splatter.

Il branco di cani, da vittima perseguitata dalla società, si trasforma in killer spietato di tutti i suoi precedenti aguzzini. Come una sorta di Nemesi che piomba sulla città a ristabilire equilibrio. Ma potrà mai esserci un vero equilibrio fondato sulla violenza chiamata da altra violenza?

Qui il messaggio del regista ungherese si fa più esplicito e chiama in gioco le cause della violenza: l’oppressione, l’esclusione, lo sfruttamento dell’alterità e di chiunque sia l’escluso dal cerchio degli eletti. “White God” è l’uomo bianco occidentale , ma è anche il cane (l’anagramma del sostantivo God è Dog) di razza. Fuori dal cerchio degli eletti ci sono gli oppressi e sfruttati del mondo occidentale – gli immigrati, costretti a pagare un duro prezzo, a volte quello della vita stessa, per poter sopravvivere comunque sempre ai margini della società e ci sono loro, i cani meticci, perseguitati, scacciati, schifati, simbolo dell’alterità animale in generale.

Così la ribellione di Hagen e degli altri cani è una storia di resistenza al dominio e al potere certamente metaforica, ma è anche da intendersi letteralmente perché i segni dell’interesse per la questione – la tragedia, direi – dello sfruttamento degli animali da parte del regista sono disseminati lungo tutto il film, a partire dalla sequenza iniziale, dopo il prologo, che ha luogo nel mattatoio della città (dove lavora il padre di Lili), per culminare in quella finale, che, a chiudere il cerchio, termina ancora presso il mattatoio. Non di un cerchio chiuso si tratta però questa volta, ma aperto, in cui tutti, animali e uomini, si pongono sullo stesso piano. In cui è l’animale umano – white god – finalmente a inginocchiarsi, senza più pretendere che siano altri ad inginocchiarsi al suo cospetto.

Tutto ciò che è terribile, è qualcosa che ha bisogno del nostro amore”, recita la citazione di Rilke sui titoli d’apertura. Così, se la violenza è terribile, non è di altra violenza, intesa come repressione, che ha bisogno per essere sconfitta, ma di apertura, solidarietà, rispetto, accettazione, amore. E l’immagine che chiude il film, vista dall’alto, è certamente emblematica in questo senso.

Prima però, prima di tutto questo, serve di saper riconoscere cos’è l’orrore. Il film di Kornél Mundruczó lo dice in tanti modi. La violazione dei corpi, che avvenga dentro un mattatoio, o dentro un canile o dentro i tanti luoghi istituzionali dove la libertà è soppressa, è sempre un crimine terribile e c’è bisogno quindi di andare alle radici della violenza stessa che sempre è generata dall’oppressione e dall’esercizio arbitrario del potere per poterla eliminare.

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