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NOSTALGIA, QUESTA GRANDE BELLEZZA

nostalgia

Di Noemi Martarello

In questi giorni di dolore, di tumulti dell’animo conseguenti alla strage di Charlie Hebdo, non vorrei scrivere qualcosa sulla parola statisticamente più ricorrente: libertà. Si è già scritto tanto, e la mia voce adesso suonerebbe come un’eco di qualcosa che sicuramente in questi giorni è già stato letto o sentito. Magari ne scriverò più avanti, quando gli animi si saranno placati e la parola libertà sarà stata momentaneamente riposta nel dimenticatoio (dove già spesso viene confinata, quando non accade qualche evento che ce la faccia recuperare…). 

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Perciò, oggi vorrei scrivere di qualcosa che appartiene a tutti, accessibile a tutti, che è sotto gli occhi di tutti ma al contempo così ignorata, così guardata con occhio superficiale. Vorrei scrivere della bellezza. E, in particolare, di una delle sue tante manifestazioni: la bellezza della nostalgia. Parola potentissima, dal greco nòstos “ritorno” e àlgos “dolore”. Il dolore del ritorno. Che cosa significa? Il dolore di chi vuol tornare al posto dove ha lasciato il cuore, come un novello Odisseo che anela la sua Itaca. 

nostalgia (1)

E quanto spesso usiamo il termine nostalgia per riferirci ad una persona più che a cose e luoghi? Quante volte abbiamo usato la parola nostalgia per indicare il senso di mancanza, un dolore dolce e consapevole che si è depositato in fondo al cuore?

La nostalgia che rende vivo e presente quello che o chi non c’è. Ha questo di grande: nella mancanza, sentiamo il vuoto dell’assenza; la nostalgia invece rende presenti luoghi o persone assenti.

È dolore, ed è volontà di ritornare a qualcosa che non è più, qualcosa che è stato, che è stato amato, che ci si è impresso nel cuore, ed ora non abbiamo. Si può avere nostalgia di un cielo azzurro e di una collina verde nell’aria dorata dal sole di un tardo pomeriggio di mezza estate; si può avere nostalgia di un sorriso lontano, al di là del mare; si può avere nostalgia di uno stato d’animo, del modo in cui ci si è sentiti per qualche istante di felicità perfetta che si è impresso per sempre dentro di noi.

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Non è facile convivere con la nostalgia, non è facile perché non è governabile: non è un ricordo, che è possibile provare a scacciare, se fa male. La nostalgia è qualcosa che ci afferra, da dentro. E non ci sono solo luoghi e persone, nella nostalgia, ma ci siamo noi, come eravamo, come ci siamo sentiti, in quei luoghi e con quelle persone.

E non vale neppure la pena provare a liberarsi della nostalgia, non ci farà stare meglio, perché, in fondo, c’è in essa della grande bellezza: la nostalgia ci rende profondamente umani, è nella nostalgia che sappiamo di essere fragili, di essere stati felici – e vulnerabili nella paura di perdere ciò che poi abbiamo effettivamente perso –; è il segno più tangibile che qualcosa ci ha toccato, che si è impresso dentro di noi e che ci richiama continuamente. La nostalgia non dissolve le presenze, ma vivifica le assenze.

Forse bisogna solo imparare ad accettarla per quello che è davvero: il dolore del (non) ritorno, e capire che in fondo va bene così, che è bella, anche con il magone che ci procura nelle immagini che invadono gli occhi, perché se stiamo provando nostalgia significa che abbiamo amato, che abbiamo amato per sempre.

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