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CARA FELICITA’

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Di Noemi Martarello

L’ “industria della felicità”. Potrebbe essere sussunto sotto questo nome il proliferare di mezzi ed esperienze che negli ultimi anni stanno esplodendo ovunque, nel tentativo di raggiungere quell’unico obiettivo. Eppure in realtà non si fa altro che immergersi nel consumismo del benessere, senza più riuscire a comprendere quale sia la distinzione tra i due stati. 

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Basta guardarsi intorno per capirlo: scuole di yoga e meditazione che spuntano ogni dove, scaffali di librerie che strabordano di saggi di presunti life-coach, palestre e Spa per stare di nuovo bene con se stessi, gruppi di viaggi organizzati verso mete “trascendentali” quali l’India o il Tibet…tutto questo per rincorrere quella specie di fantasma-felicità di cui tanto si sente parlare ma ben poco si esperisce. 

Eppure, questa specie di giostra ha un senso? Serve davvero recitare mantra ad occhi chiusi per ristabilire una connessione con se stessi e raggiungere il nirvana? Oppure è solo l’ultima delle tante mode che vanno e vengono, e se mai sortisce qualche effetto è per pura autosuggestione? Permette davvero, soprattutto, di sentirsi più felici?

Il problema è questo: il problema è che si è perso il senso della felicità, se si crede di poterla conquistare con mezzi materiali – di poterla comprare, addirittura. Non si è più in grado di riconoscerla, nemmeno se passa sotto i propri occhi. Tutte le strategie che vengono messe in atto sono mezzi per conquistare un maggior benessere psicofisico, ma questo ha poco a che fare con la felicità: non serve a nient’altro che a cortocircuitare una mentalità già di per sé distorta, e a creare giri di affari milionari. “Cara” felicità!

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Bisognerebbe forse chiedere a un bambino che cosa sia la felicità. Probabilmente le risposte che darà saranno di una semplicità disarmante: una giornata con i genitori, correre sulla spiaggia, giocare con il proprio cane… Forse si sorriderà con benevolenza, come a dire che sono proprio risposte da bambino – senza capire, invece, che la chiave di tutto sta proprio lì. Che la felicità non è uno stato di esaltazione, non è allegria ilare, ma è il sorriso del cuore di fronte alle più piccole cose. Ci si è disabituati ad osservare il cielo al tramonto o all’alba per capire che anche quello è una piccola dose di felicità; si è stati catturati dall’incuria di una relazione che si dipana nel quotidiano, per rendersi conto che svegliare con una carezza la persona che ci ha dormito accanto, è un altro attimo di felicità.

Non ci si ascolta più, e si è perso quello sguardo che fa credere che tutto sia meraviglioso solo perché stiamo insieme a quella persona, increduli e col cuore che scoppia, perché è troppo bella per essere davvero nostra. Non ci si ascolta più, e non si coglie più la bellezza di una giornata in cui spunta il primo sole tiepido dopo l’inverno, e quanto questo possa fare bene.

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Bisogna per forza “fare” qualcosa per raggiungere la felicità, attivarsi in tutti i modi per conquistarla, come ci si fa in quattro per conquistare la promozione sul posto di lavoro: non si riesce più a credere che la felicità, semplicemente, arriva – se si è disposti ad accoglierla. Se si è disposti a scorgerla nei posti più impensati: l’abbraccio della mamma anche se si è adulti, guardare la persona amata negli occhi e sorriderle, il vento sulla pelle mentre si corre e i polmoni si riempiono di aria nuova.

Allora, non bisogna mai allentare la guardia, finché si è in tempo, finché si è ancora giovani abbastanza (anagraficamente o nel proprio sentire) per capire che essere felici non è qualcosa che richieda ore di dedizione e concentrazione, soldi spesi in abbonamenti, tecniche di visualizzazione e “Om” da recitare a bassa voce; ma che, invece, essere felici è semplicemente rendersi conto di quanto preziose siano le ore passate con la persona amata, l’occasione colta per dirle quanto sia importante, l’incanto di fronte a un paesaggio che fa assaporare un senso di libertà e di vita che scorre dentro.

Conservare la felicità ingenua dell’infanzia, e quella meravigliata e meravigliosa della giovinezza, non dimenticare mai che cosa significava essere felici a sei o a sedici anni – non perdere quel senso della felicità. Per non ridursi come “i grandi” di cui parlava Aintoine de Saint-Exupéry, che “non capiranno mai che questo abbia tanta importanza>”.

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