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GIUSEPPE PONTIGGIA. UN CONTEMPORANEO DEL FUTURO

giuseppe pontiggia

Di Andrea Giardina

[Articolo pubblicato anche sul quotidiano La Provincia di Como, in data 25/09/2014]

Forse oggi non ne abbiamo ancora l’esatta percezione, ma Giuseppe Pontiggia è stato uno dei più importanti scrittori italiani della seconda metà del Novecento. La sua è la “categoria” di chi ritiene la letteratura uno strumento (amatissimo) per parlare del mondo, conoscerlo, viverlo e accettarlo in tutte le sue contraddizioni. Con ironia impareggiabile, Pontiggia è stato uno degli ultimi veri moralisti del XX secolo. Un acuto osservatore delle vite altrui che ha raccontato con lo sguardo di un amabile compagno di viaggio. A ognuno dei suoi libri, in nome di un profondo senso etico, si è dedicato con passione e scrupolo. Si sa della sua cura della parola, della sua necessità di riscrivere, della sua capacità di ridiscutere continuamente i risultati del proprio lavoro. Ed è evidente che Pontiggia, a più di dieci anni dalla scomparsa, è un classico, ovvero, come lui stesso ci ha suggerito, è un “contemporaneo del futuro”, un riferimento permanente, una guida

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Sono tutte caratteristiche, quelle che abbiamo elencate, che troviamo già presenti nel suo primo libro, “La morte in banca”, pubblicato nel 1959. Romanzo di formazione fortemente autobiografico, in cui è evidente il richiamo a Svevo (vi si narra la prima esperienza di lavoro del giovane Carabba), opera di riflessione morale, che è anche, stilisticamente, esercizio di “brevitas”,cioè primo esempio di narrazione strutturata su microsequenze, dove la parola acquista forte pregnanza. Per quegli anni, un libro difficile da accettare, estraneo com’è ai canoni tradizionali. Libro che rivela qualcosa delle origini di Pontiggia, la fascinazione per la poesia (le fertilissime relazioni col fratello Giampiero Neri, Porta e Balestrini lo testimoniano), che lo aveva condotto a collaborare con la rivista “Il verri” di Anceschi, contribuendo a formare il gruppo della neoavanguardia, da cui però prese rapidamente le distanze. Così, quando appare il frutto di questa stagione, ovvero il romanzo “L’arte della fuga”(1968), Pontiggia ha già lasciato i suoi compagni di viaggio. Più che dall’applicazione di un modello, il romanzo nasce allora dalla volontà di sperimentare nuove strategie narrative. L’insuccesso lo convince a scegliere binari apparentemente più tradizionali, in nome della leggibilità. In questo modo, tra il 1971 e il 1977, scrive “Il giocatore invisibile”, storia di un professore che arriva a comprendere le finzioni che caratterizzano i suoi rapporti col mondo. Il senso del romanzo è un’acquisizione di consapevolezza: il destino e la morte non si possono eludere cancellandone illusoriamente la presenza. Si tratta di un tema che caratterizza anche il successivo “Raggio d’ombra” (1983), romanzo che peraltro costituisce il capolinea di certe modalità narrative, avvertite come esaurite.

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E’ da questo presupposto che, come rivelano i saggi compresi in “Sabbie immobili” e nel “Giardino delle Esperidi”, la scrittura aforistica diventa la strategia più acuminata per aggredire i luoghi comuni. Che si tratti di un vero e proprio “percorso” lo dimostra il romanzo “La grande sera”, pubblicato nel 1989 (e rivisto nel 1995). La scrittura breve, che procede per fulminee condensazioni, e la conseguente rinuncia all’intreccio sono specchio di un mondo in cui è il caso a dominare. Il protagonista è un uomo assente, che si è sottratto a tutto. Se esiste è solo grazie alla rievocazione che gli altri fanno di lui. L’esito però non è un elogio della rinuncia, ma la serena accettazione della realtà. In questa direzione si muovono i due straordinari ultimi libri di Pontiggia: “Vite di uomini non illustri” (1993) e “Nati due volte”(2000). Nel primo predomina l’umorista capace di raccontare la banalità ma anche l’eccezionalità delle esistenze comuni perché, come dice la frase di De Santayana posta in esergo, “tutto, in natura, ha un’essenza lirica, un destino tragico, una esistenza comica”. Nel secondo invece emerge, affrontando il tema della disabilità, lo scrittore umanista. Come ha sottolineato Daniela Marcheschi, che di Pontiggia è attenta studiosa, in questo romanzo si avverte il cambiamento dello sguardo, “che rompe la staticità interiore di chi non riesce a misurarsi con le cose per farne davvero esperienza”. Pontiggia insegna – attraverso la storia del professor Frigerio e del figlio Paolo – ad accettare le proprie responsabilità e a capire che, se l’esistenza è una partita di scacchi dall’esito scontato, non per questo non va vissuta.

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