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“ANDARE A PIEDI. FILOSOFIA DEL CAMMINARE”. Un libro di Frédéric Gros

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Di Sara Caon

“La libertà nel camminare è la libertà di non essere nessuno ed è anche la libertà di chi rinuncia”. Questo l’incipit del volume “Andare a piedi. Filosofia del camminare” (di Frédéric Gros, Garzanti 2013), da leggere tutto d’un fiato e rileggere, e rileggere ancora.

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Sarà che camminare è una cosa così banale ma al tempo stesso così densa di bellezza. Sarà che andare a piedi non costa nulla, ed è il mezzo per spostarci più ecologico sulla faccia della terra. Sarà che, nonostante la pigrizia incombente, camminare è lo sport più economico che ci sia. Eppure, camminare è molto, ma molto di più, e Frédéric Gros lo spiega molto bene in questo libro. Camminare non è solo una cosa che facciamo senza nemmeno pensarci, anche ad occhi chiusi. Ma “forse che qualcuno sa perché si cammina?”, si chiede Gros. Si sa sempre perché si cammina, si crede sempre di sapere dove si è diretti, eppure al tempo stesso camminare è una di quelle “cose che nessuno sa”, per citare D’Avenia. Già perché, “quando si cammina da molto tempo, arriva un momento in cui non si sa più bene quante ore siano già trascorse (…) si sente sulle spalle il peso dello stretto necessario, ci si dice che basta e avanza. […]si sa a malapena dove si va e perché […]. E ci si sente liberi perché, non appena si richiamano alla mente gli antichi segni della nostra permanenza nell’inferno – nome, età, professione, curriculum – tutto, ma proprio tutto, appare irrisorio, minuscolo, inconsistente”1. Camminare spazza via tutto, e al tempo stesso ci consente di capire cosa davvero ci è necessario. Ben lo sapevano Nietzsche, camminatore senza pari, Rimbaud (“Non sono altro che un pedone”, diceva), Rousseau, Thoreau, Kant. Camminando, il corpo si scioglie e si apre al mondo, agli spazi attorno. Camminando, si “sfogliano” le strade nella medesima operazione che fa un innamorato sfogliando una margherita, nella medesima operazione che fa un lettore sfogliando un libro. Camminare impregna tutto il nostro essere, anima e corpo (“Non appena si cammina si è subito in due. Il mio corpo e io: una coppia ben affiatata”2), saturandoci d’Altro.

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E tuttavia, “il vero senso della marcia non è andare verso l’alterità […]è stare ai margini […], camminare vuol dire farsi da parte”3. Perciò accade che, camminando, “non ci sia più nulla da perdere, solo da camminare”4. Camminando, diventiamo soltanto “semplice sguardo”5, perdiamo la nostra facciata, la solita che mostriamo allo sguardo altrui, per tornare ad essere tutt’occhi e basta. Prendiamo inalienabile possesso della contemplazione, assaporiamo nuovamente il lento respiro delle cose, che nella frenetica quotidianità del nostro vivere avevamo perso per strada, ed anzi, troviamo che l’ansimare quotidiano sia vana, morbosa, agitazione. Camminare fa perdere l’uso della parola anche ai più loquaci e permette, finalmente, di ascoltarsi, di “sentirsi echeggiare”6. È la condizione del povero, di chi non ha nulla e non deve dimostrare nulla, è un invito a morire in piedi, è la ripetizione ostinata del possibile che conquista l’impossibile. Che aspettiamo dunque? Tutti a camminare, ché tutto cambia! E, forse, camminare ci farà star meglio (anche quando non stiamo camminando).

1Andare a piedi. Filosofia del camminare, pp. 14-15.

2Ivi, p. 61.

3Ivi, pp. 95-96.

4Ivi, p. 80.

5Ivi, p. 86.

6Ivi, p. 66.

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