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PERCHE’ FILOSOFIA: L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI UN PENSIERO VIVO

 filosofia

di Noemi Martarello

L’aria rinfresca, la luce si indora, l’estate finisce e riaprono i battenti di scuole e università, le segreterie si riempiono della giovane confusione di ragazzi che portano i moduli compilati con le loro iscrizioni. Ma questo non nella segreteria della facoltà di Filosofia, che registra da anni un drammatico calo.
In una realtà sempre più tecnicizzata, e nello scenario di crisi economica in cui ci si trova a vivere da sei anni a questa parte, iscriversi ad una facoltà umanistica sembra quasi anacronistico. Si punta su Economia, Ingegneria, Medicina e Biotecnologie. Facoltà matematico-scientifiche, che si suppone garantiranno un lavoro, un appiglio nel mare magnum della, ormai disperata, ricerca di un posto di lavoro.
“Perché filosofia?”, dunque? Una risposta univoca, ovviamente, non c’è. Anzitutto perché la filosofia non “si fa”. Non si insegna, né si impara. La si vive. O almeno, così dovrebbe essere. È però vero che troppo spesso la filosofia viene ridotta a materia, anzitutto durante il percorso di studi superiori: si sistemano in ordine cronologico gli autori maggiori, si spiegano i capisaldi del loro pensiero e via, si passa oltre. Qualcosa di simile, purtroppo, avviene anche all’interno degli atenei: si insegna la storia della filosofia, in maniera approfondita, sviscerando il pensiero di un determinato autore, e poco di più.
Ma la filosofia non è questo: è anzitutto logica, nel senso di esercizio del lògos, di pensiero critico. Nell’opinione comune, e disinformata, la filosofia non è che un mero scambio doxastico, un gioco di opinioni in cui ognuno può dire la sua, tutti hanno ragione e nessuno ha torto, perché niente è bianco o nero come nella matematica, niente ha una sola soluzione, come se si dovesse risolvere un’equazione. Ma nella realtà, nella vita vera, quella fuori dai libri di matematica pura, esiste qualcosa che sia totalmente bianco o nero? Che si possa risolvere in modo univoco e automatico, come i processi applicati per trovare l’incognita X? La risposta, banale ed evidente, è no. Lo si nota nei rapporti interpersonali, nell’economia, nella politica: non si dà nessuna soluzione univoca, per esempio, nel risolvere un conflitto tra due persone (o tra due Stati), per la ragione che in entrambe le posizioni ci sarà dell’errore e ci sarà della verità, ci sarà della giustizia e ci sarà del torto. E la filosofia insegna proprio questo: l’esercizio di un pensiero vivo, che conduca a non arroccarsi per puro puntiglio sulla propria posizione, ma che permetta di riconoscere, con sufficiente onestà e libertà intellettuale, anche la validità della posizione altrui.
Un altro luogo comune sulla filosofia che andrebbe scardinato, è quello della semplicistica credenza che studiare filosofia sia nient’altro che un vago nozionismo su essere, essenza, e astratte speculazioni in generale. Naturalmente anche questo è un pregiudizio, tanto più tenace quanto meno si conosce la materia di cui si parla: se è vero che l’ontologia e la metafisica sono branche della filosofia, e forse anche le meno interessanti, la filosofia non si riduce certo a queste sole.

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È filosofia la questione dell’amore trattata da Platone in alcune delle pagine più belle del pensiero mondiale, è filosofia il problema della perdita dei valori da parte della società contemporanea profetizzata da Nietzsche, è filosofia la questione del capitalismo e dell’alienazione operaia sollevata da Marx e quella della tecnica di Heidegger. È filosofia quella che oggi nei Comitati di bioetica si interroga per esempio sulla clonazione. La filosofia è, insomma, parte integrante della nostra stessa vita, perciò impossibile da “insegnare” e da “apprendere” come fosse una disciplina qualsiasi. La filosofia è l’insostenibile leggerezza dell’essere-umano che vuole vivere e non lasciarsi vivere, non lasciarsi manipolare e rinchiudere in una realtà preconfezionata da altri, in una gabbia dorata in cui esistere allegramente inconsapevoli.
Filosofia è chiedersi perché si debba fare la fila per 5-6 ore davanti ad uno store Apple, in attesa che aprano le porte e ci si possa lanciare all’assalto dell’ultimo modello di iphone, neanche si fosse degli animali a caccia; chiedersi se siamo noi a dominare la tecnologia, a pilotarla, o se, invece, non ne veniamo fagocitati al punto tale da spendere centinaia di dollari per un nuovo telefono quasi perfettamente identico a quello di cui siamo già in possesso e di cui non avremmo effettivamente bisogno.
Filosofia è chiedersi se ha ancora un senso lottare per rivendicare dei diritti, per rivendicare la libertà, in una realtà (almeno quella da noi vissuta, del mondo Occidentale) dove la libertà pare assoluta e dove sembra siano stati conquistati tutti i diritti, tranne quello di un pensare autonomo.
Filosofia è rigettare il regime dell’equivalenza, in cui niente ha più veramente senso e qualsiasi cosa (o relazione interpersonale, o idea), può essere scambiata con un’altra, al momento del bisogno, come troppo spesso negli ultimi decenni si è assistito in politica, ma ormai sempre più anche nella vita quotidiana.
Filosofia è credere che il mondo non sarà salvato (solo) grazie alle nuove frontiere abbattute dalla ricerca biomedica, che purtroppo non verrà salvato dalla bellezza come utopicamente profetizzato da Dostoevskij, ma sarà salvato (anche) dalle idee. Idee che faranno uscire dall’impoverimento culturale in cui larga parte della società versa, totalmente disabituata a pensare, capace solo di recepire quel che viene comunicato, debitamente filtrato, dai media, da chi fa a gara a chi urla di più.
Come scrive Milan Kundera, in un passo di quell’opera sofistica e meravigliosa che è L’insostenibile leggerezza dell’essere: “<<Io non so se quell’articolo sia stato o no d’aiuto a qualcuno. Ma come chirurgo ho salvato la vita a diverse persone>> Ci fu di nuovo un momento di silenzio, a interromperlo fu il figlio: <<Anche le idee possono salvare la vita>>”.

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