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EMMAUS: PERENNE SCOPERTA TARDIVA

emmaus 1

 

Di Tamara Uraghi

Ho sempre pensato che i romanzi di Baricco non si potessero recensire, perché più che una storia raccontano magia, frammenti di verità e sensazioni. Qualcosa che non può essere riassunto e razionalizzato in poche parole. Insomma recensire Baricco va contro i miei principi.
Ma dopo aver letto tanti giudizi negativi su “Emmaus” (Feltrinelli 2009) mi sono trovata a prendere le sue difese. Questo libro viene accusato di essere “debole” e “il meno convincente” tra quelli del suo autore, ma mi trovo a dissentire. Concordo sulla particolarità dello stile, che sconfina dai tipici universi astratti descritti con delicatezza in Novecento, City e Castelli di Rabbia. Emmaus si può definire diverso, ma comunque forte e incisivo e con un messaggio ad attenderci sul finale. Non posso negare che le prime pagine mi hanno disorientata, portandomi ad avere dei dubbi sul romanzo, ma alla fine mi è giunto quasi all’improvviso l’entusiasmo. La storia non tratta banalmente dei problemi adolescenziali di quattro amici cattolici, bensì è la rivelazione di un mondo insicuro e artificiale, di una religione e un timor di Dio inculcati nella generazione dei ragazzi in modo assillante e ostinato e da uomini di chiesa spesso discutibili. L’io narrante, Luca, Bobby e Il Santo sono quattro amici credenti che si sono rifugiati nella fede e di questa hanno fatto il fulcro del loro legame. Dall’alto della loro fede si sentono autorizzati a giudicare gli altri , coloro che si destreggiano tra peccato, alcol, droga e sesso.

“Così ci siamo accostati al mondo, fin da bambini, con il preciso intento di restituirlo alla sua grandezza. Lo pretendiamo giusto, nobile, fermo nel suo tendere al meglio e inarrestabile nel suo cammino di creazione”.

Baricco
Nello stesso tempo il protagonista confessa “Siamo molto normali, non è previsto un altro piano che essere normali […] Per generazioni le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza” e non si accorge, forse, che già in queste parole si insidia una nota di invidia per l’altro mondo, un disprezzo seducente per chi, invece, “miete indistintamente bene e male” e gode comunque del suo raccolto senza badare allo sperpero e alle moralità.
Tra gli altri Andre, una ragazza dal fascino indescrivibile, tutto in lei è una tentazione: il suo modo di essere, di parlare, di muoversi e di non-vivere:
“- Andre si è uccisa, tempo fa, lo sai? Continuerà ad uccidersi fino a quando non avrà finito.
– Forse si muore in tanti modi, e ogni tanto mi chiedo se anche noi non lo stiamo facendo, senza saperlo. Lei almeno lo sa”.
E’ questo che colpisce i protagonisti, il suo modo di esistere nel la vita e nel peccato, con decisione e senza vergogna. Un giorno Andre fa una comparsa nelle vite dei quattro amici e sconvolgerà le loro metodiche vite, mettendo in crisi le loro convinzioni: cos’è vivere? Ecco allora che sopravvengono una catena di eventi e, inevitabilmente, di riflessioni: quanto della fede che professiamo è autentico e radicato in noi stessi? Dove si spinge la morbosa curiosità di ciò che ci è negato? Il conflitto tra il vivere sacro dei quattro amici e il non-vivere degli altri è un tema che verrà ribaltato. Luca, Bobby e Il Santo, ognuno a suo modo, mostreranno di non reggere questa messa in discussione e si riveleranno nelle loro fragilità e nelle loro contraddizioni. Esempio eclatante ne è Il Santo, il personaggio più enigmatico del romanzo.
“Nessuno di noi ha quella sensibilità per il male, […] come nessuno di noi ha la stessa vocazione del Santo per la bontà il sacrificio, la mitezza – che di quel terrore sono la conseguenza”. Educato più degli altri al rinnego dei demoni, ostenta la sua vocazione di predicatore e si sente investito del compito di redimere i peccatori, compreso se stesso.

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Baricco ha ispirato il suo titolo da un famoso episodio biblico: due uomini incontrano Cristo risorto e non si accorgono della sua identità fino alla sera, fino al gesto rivelatore dello spezzare del pane. E in quell’istante Lui scompare. “Come abbiamo potuto non capire?” si chiedono i due uomini.
Questa è il clima la costante che presiede il romanzo. Avere la verità davanti agli occhi e non riuscire a vederla, non riconoscerla e in certi punti negarla per codardia o per orgoglio. Si arriva a capire soltanto dopo, quando tutto è sfumato, passato. Non si tratta di un sentimento di compianto, ma è semplicemente un arrivare dopo, una sorta di ritardo che fa crescere e migliora un po’, senza mai raggiungere la perfezione, che non ci appartiene. “Conosciamo l’avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo sempre aurora ma epilogo – perenne scoperta tardiva”. Ci sarà sempre qualcosa che ci sfugge, il cuore, l’essenza delle cose, ma in modo naturale. Questa caratteristica non è da vivere come una mancanza, ma come una sfida: la sfida di prestare attenzione alla vita e affrontarla. Sempre.

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