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NOTE A MARGINE SU ALESSANDRO MANZONI

10565141_10203482534536212_3188428622791020711_nDi Sandro De Fazi

1. Passabilmente in questa sede è dato analizzare I promessi sposi solo individuando alcune linee portanti, perciò mi limiterò a poche riflessioni su determinati aspetti dell’opera, per le quali lo spunto mi è venuto dall’edizione Newton Compton 2014 della Quarantana (introduzione di Arnaldo Colasanti, a cura di Ferruccio Ulivi,  € 3,90), che si aggiunge alle altre in linea con l’iniziativa, ripresa da qualche tempo dalla casa editrice, di diffondere a basso prezzo classici della letteratura internazionale.
La storia filologica del testo è d’altronde complessa, un intrigo a sua volta romanzesco in cui è facile perdersi. Si fa presto a dire che Manzoni ha scritto tre volte lo stesso libro, ma bisogna prima di tutto decidere di quale romanzo stiamo parlando in quanto l’autore fece in definitiva tre romanzi, il primo strutturalmente molto diverso dagli altri due. La prima stesura intitolata (non da Manzoni) Fermo e Lucia ha inizio il 24 aprile 1821 e termina il 17 settembre 1823. Lo scartafaccio non aveva ancora un titolo. L’autore rivide il testo chiamandolo Gli sposi promessi ma lo pubblicò una prima volta col titolo I promessi sposi nel 1825-1827 e, in seguito, al 1840-42 è databile la pubblicazione definitiva de I promessi sposi. Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni. Le due edizioni poco o nulla hanno però a che fare col primo romanzo, che non è dunque da confondersi con Gli sposi promessi, anche se sarà questo il titolo successivamente (erroneamente) attribuito al Fermo e Lucia, che è la stesura più interessante proprio per i suoi “difetti”. Se conosciamo il Fermo e Lucia lo dobbiamo all’edizione di Giuseppe Lesca del 1915. D’altra parte “la critica a noi più vicina – scrive Giulio Ferroni – ha mostrato di preferire la forma più aperta, sperimentale e polemica del Fermo e Lucia alla più pacata sistemazione stilistica e ideologica dei Promessi Sposi” (Storia della letteratura italiana, vol. III, Dall’Ottocento al Novecento, Einaudi, 1991, p. 161).

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2. La fictio del manoscritto ritrovato è tale fino a un certo punto. Effettivamente l’autore lavorò sul latino dell’Historia patria e varie monografie di Giuseppe Ripamonti, scrittore sconosciuto del barocco lombardo e cortigiano del cardinal Borromeo. La monaca di Monza, la rivolta di Milano, la peste, il cardinal Federigo erano tutti elementi riportati da Ripamonti nelle sue cronache. Non restava che far interagire tra loro questi personaggi e situazioni in una trama inventata.
Manzoni si rivolse a un genere privo di tradizione dopo essersi dedicato alla poesia e alla tragedia (generi cosiddetti “alti”). Ne risulta, stando al Fermo e Lucia, un’opera anfibia, una sorta di “pamphlet volterriano e diderotiano”, per dirla con Ferruccio Ulivi, che attribuisce queste qualità anche alla Quarantana, opera aperta prima che si approdasse al novecento, non romanzo ma «Storia milanese del secolo XVII» (quale sarà con l’aggiunta della Storia della colonna infame), forse un poema, in ogni caso un’opera squilibrata nella struttura al punto da contenere romanzi nel romanzo (c’è soprattutto questo nel Fermo e Lucia, dove per esempio la storia di Geltrude, pars destruens del superbo edificio sentimentale, occupa ben più ampio spazio che nelle redazioni successive), “romanzo ‘saggistico’, che procede per assaggi di prospettive diverse” (Ferroni), “dramma poetato” secondo la definizione di Croce, che pure affermava che nei Promessi sposi, viceversa, “l’amore non è nient’altro che un dato naturale, che la morale circonda e rende innocuo e purifica con l’unione benedetta dal sacerdote”.

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3. Appartiene Manzoni al seicento o all’ottocento? perché – dice Colasanti che interpreta la Grazia come letteratura, opposta alla natura, in queste sue pagine introduttive – “non è mai il tempo cronologico a dirci il vero tempo spirituale dei poeti”. Sennonché, nel momento in cui si crea il rapporto con la chiesa, si riscontra un elemento problematico che sbilancia il discorso che lo scrittore sembrava voler portare avanti. La Provvidenza è un personaggio, si è più volte detto, una forza attanziale complessa e chissà che non abbia ragione Colasanti quando sembra voler dire che la Provvidenza è la letteratura. C’è tacitismo in Manzoni, un certo machiavellismo. Secondo Cesare Garboli, Leopardi aveva più fede di Manzoni, fede forse nel senso che nei Promessi sposi tutto l’apparato riguardante il cattolicesimo sta accanto all’illuminismo. “La storia, pensa Manzoni, è quello che è, una serie ininterrotta di avvenimenti caotici sanguinosi, punteggiati da altrettanti trofei funebri: ma che importa?” (Ferruccio Ulivi, Manzoni, Rusconi 1984, p. 186).
I cappuccini erano abitualmente conniventi con i bravi, secondo quanto si evince dalle parole di uno di questi all’ingresso di fra Cristoforo nel palazzotto di don Rodrigo (cap. V): e contro fra Cristoforo il padre provinciale non si periterà, benché messo alle strette, di arrivare a un compromesso col conte zio (cap. XIX). Nel descrivere lo scontro tra il frate e don Rodrigo, dove la situazione precipita per l’irruenza del primo e non per l’aristocratico contegno del secondo, Manzoni è lontano da ogni motivazione eudemonologica positiva, mentre la tensione etica è resa problematica dallo svolgimento successivo dell’azione.
Non sono rappresentate in questa storia né Grazia né alternativa vitalistica, la visione del mondo è terrificante, un cenno caricaturale guida l’actio del frate la cui inefficacia dialettica è accompagnata dal ridicolo della postura teatrale, il lettore stesso non può non prenderne le dovute distanze pur non essendo necessariamente dalla parte di don Rodrigo («esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso […], e piantandogli in faccia due occhi infiammati», cap. VI).

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4. Appartiene piuttosto Manzoni al settecento o al novecento? Questo è proprio il punto. Protagonista del romanzo è il caos, secondo noi, tanto della vita quanto della storia. La sopraffazione e il male, l’ingiustizia, il darwinismo sociale sono motivi immoralistici e tutto sommato pretestuosi, le angherie di don Rodrigo sono sproporzionate rispetto alle conseguenze che si delineano. Bisognerà anche intendersi sullo spirito di redenzione dal momento che la prosecuzione casualistica degli avvenimenti libererà don Abbondio dalle minacce dei bravi, farà congiungere i due promessi come dopo un mero calcolo delle probabilità. Era naturale che la letteratura, identificabile nella Grazia/caso, facesse il suo corso.
Il «vagar faticoso» di suor Virginia Maria de Leyva al cap. X della Quarantana rimanda alla situazione claustrofobica dell’autore. Qui non vogliamo riaffermare l’impossibile coincidenza tra narratore e autore, eppure è inevitabile che i tratti biografici passino nella scrittura e l’occasione, bramata nella sofferenza della condizione senza sbocco, si presenta nell’incontro con Giampaolo Osio imprevedibilmente a risolvere il romanzo nel romanzo, realizzando l’«empietà dell’impresa». La sventurata rispose e si corruppe, dopo una breve serenità molto relativa, finanche nel linguaggio, spia lacaniana di ogni stato psichico, tra alti e bassi, finché Caterina de Cassini, maltrattata, minaccerà di parlare. Non se ne avrà più traccia; Manzoni va nel profondo a dirci la curiosità della signora nel discorrere con la nuova protetta senza riportarne tutte le parol(acc)e presumibili – ma nel Fermo e Lucia il romanzo gotico e libertino, con tanto di esibizionismo da parte dell’Osio alla finestra e le due monache complici dei due amanti, è molto più articolato, i dialoghi tra Geltrude e Egidio e tra Geltrude e Lucia ricordano La nouvelle Justine del marchese de Sade – bensì solo il dialogo sottolineato dalla sorpresa di fronte alla ritrosia di Lucia («Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo che Lucia aveva sempre avuto di quel signore, e domandava se era un mostro, da far tanta paura»).
Lucia Zarella (poi Mondella, giacché non si deve fare il matrimonio con Fermo Spolino) è a sua volta un non-luogo a procedere. Pasolini ha detto cose definitive sulla psicologia di Manzoni, in specie nel suo rapporto con Renzo, personaggio approssimativamente vivo non solo come dato meramente empirico. L’amore non esiste nell’opera, come si accorse l’autore del Fermo e Lucia – lo dice esplicitamente nella “Digressione” al Cap. I, Tomo II – che delle tre stesure è, in conclusione, la più bella nel senso che sarebbe stato romanzo troppo illuministico, se lo scrittore si fosse attenuto al Fermo e Lucia, poco fruibile per essere ben accolto e riscrisse il libro; e dopo la Ventisettana lo riscrisse. Lucia Mondella è attante inerte, personaggio vuoto, contenitore senza alcun contenuto, un buco nero, intenzionalmente e in perfetta sintonia col cattolicesimo ambiguo dell’autore.

 

Opere consultate

AA.VV., La critica impossibile. Conversazioni con Cesare Garboli, Edizioni Medusa, 2014.

Colasanti, Arnaldo, Manzoni o la balbuzie e l’anima, introduzione a Alessandro Manzoni, I promessi sposi (1840-42), a cura di Ferruccio Ulivi, Newton Compton, 2014.

Ferroni, Giulio, Storia della letteratura italiana, vol. III, Dall’Ottocento al Novecento, Einaudi, 1991.

Manzoni, Alessandro, I promessi sposi (1827), saggio introduttivo, revisione del testo e commento a cura di Salvatore Silvano Nigro, Mondadori 2002.

Manzoni, Alessandro, La monaca di Monza (da Gli sposi promessi, 1823, secondo l’indicazione editoriale, ma in realtà dal Fermo e Lucia, 1821-23), Gherardo Casini Editore, 1967.

Pasolini, Pier Paolo, Alessandro Manzoni, I promessi sposi, in Descrizioni di descrizioni, a cura di Graziella Chiarcossi, introduzione di Paolo Mauri, Garzanti, 1996.

Ulivi, Ferruccio, Manzoni, Rusconi, 1984.

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