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WALL STREET, AGENZIE DI RATING, DERIVATI: STORIA DI UNA FINANZA CHE DIVORA L’ECONOMIA

wall-streetDi Maria Grazia Brambilla

 

[GIOVEDI’ 22 MAGGIO 2014 ALLE ORE 21.00 INCONTRO CON MARIA GRAZIA BRAMBILLA ALL’STITUTO TECNICO COMMERCIALE ROMAGNOSI DI ERBA]

 

Il Professor Alessandro Vanossi, docente di lingua e letteratura italiana all’I.T.C. Romagnosi di Erba, ha da sempre dimostrato, come noto a chi lo conosce bene, una straordinaria sensibilità ed un interesse profondo per le problematiche socio-economiche della nostra epoca e per le influenze preponderanti che tali dinamiche inevitabilmente hanno sull’origine delle disuguaglianze e sulle ingiustizie sociali. E’ stato proprio il Professor Vanossi, cui sono legata da un’amicizia di vecchia data maturata ai tempi del liceo, che mi ha proposto di tenere un incontro, lo si può definire così, aperto sia agli studenti che a tutti coloro che vorranno prendervi parte, presso l’Istituto Romagnosi di Erba, al fine di illustrare le dinamiche finanziarie che ci hanno condotto all’attuale situazione economica internazionale e che hanno innescato una spirale recessiva che ha un unico e drammatico precedente nella storia economica mondiale: la Grande Depressione del 1929. Per ovvie ragioni espositive, in questo articolo che si propone di illustrare solo per sommi capi gli argomenti che verranno trattati più nel dettaglio nel corso dell’incontro del prossimo 22 maggio, cercherò di sintetizzare, a mo’ di saggio introduttivo, gli aspetti e le problematiche più salienti su cui si concentrerà l’analisi che mi appresto a svolgere.

UnemployedMarchIl filosofo Gianbattista Vico nella sua opera “La Scienza Nuova e altri scritti” aveva parlato dell’avvicendarsi di “corsi e ricorsi storici”. La situazione che stiamo oggi vivendo pare dargli pienamente ragione. Il baratro in cui siamo precipitati dopo la terribile crisi finanziaria che ha colpito, nell’autunno 2008, prima gli USA e poi l’Europa, in particolare gli Stati meridionali quali Grecia, Spagna, Portogallo e Italia ma anche l’Irlanda, è in tutto e per tutto simile alla situazione che si venne a creare all’indomani dell’altrettanto grave crisi finanziaria che si abbatté nel 1929 prima su Wall Street e gli Stati Uniti e poi sul Vecchio Continente con la potenza di un tornado devastatore. Allora, si chiamò tale terribile crisi economica “Grande Depressione”. Nessuno, prima di allora, aveva mai visto una crisi di tali proporzioni. La storia non conosceva precedenti simili a parte, per impatto distruttivo, le violente pandemie di pesta nera che dal Trecento in poi imperversarono a più riprese sull’Europa. I costi umani e sociali furono drammatici e incalcolabili. Non si deve dimenticare che all’epoca si viveva in un mondo dominato dall’ideologia liberista, esattamente come oggi. Solo che allora non esistevano neppure i programmi di previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, sussidi di disoccupazione congrui, la cassa integrazione guadagni e così via. In un modo devastato dalla crisi e dominato da un’ideologia mercatista iperindividualista, le relazioni umane vanno letteralmente in frantumi. In un simile contesto, perdere il lavoro e non trovarne rapidamente un altro significava entrare nell’anticamera della morte senza mezzi termini. A distanza di ottant’anni da quegli eventi drammatici, il mondo occidentale viene attraversato da una crisi di potenza analoga che solo grazie alla presenza di seppure minimi programmi sociali non ha fino ad ora portato (questo discorso non vale certo per la Grecia) a quelle tragiche conseguenze, anche se ci siamo arrivati vicino. Oggi la crisi economica devastante che stiamo attraversando è denominata, per distinguerla dalla sua sorella gemella degli anni trenta del secolo scorso, “Grande Recessione”.

Adam_Smith_Picture-All’epoca non si avevano gli strumenti macroeconomici per studiare tale evento e per combatterlo. Il Terzo Volume de “ Il Capitale” di Karl Marx poteva essere d’aiuto nell’analisi e nella comprensione della drammatica crisi da sproporzione che si era innescata ma gli economisti ortodossi, esponenti dell’ideologia economica liberista, non volevano neppure pensare, anche solo per un attimo, ad un’eventualità simile: figuriamoci! Si continuava a sostenere che solo lasciando i mercati liberi di agire le cose si sarebbero automaticamente sistemate da sole. La teoria della “mano invisibile” di Adam Smith non poteva certo fallire! Non si comprendeva, o meglio non si voleva comprendere, che proprio tutta la libertà data al “mercato autoregolato” era stata la causa prima di quella immane sciagura e in particolar modo la libertà incondizionata e priva di regole di cui i banchieri e la finanza internazionale avevano impunemente goduto per anni.

fdr1Furono alcuni studiosi, economisti eterodossi e geniali, che riuscirono a compiere un’analisi approfondita di quello che stava accadendo e a suggerire quali dovevano essere i rimedi: si tratta di John Maynard Keynes e di Irving Fischer. Nel 1933, nel pieno della tempesta economica-finaziaria, veniva pubblicato il celeberrimo articolo di Fischer “The Debt-Deflation Theory of Great Depression” (Il Debito e la Deflazione, una Teoria della Grande Depressione), mentre nel 1935 veniva pubblicata “The General Theory of Employement, Interest and Money” (Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta) l’opera più geniale di Keynes. Se leggiamo queste pagine, come ha giustamente fatto notare il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, sembrano scritte adesso per descrivere quanto sta accadendo oggi e non ottanta anni fa. E’ incredibile ma vero. Un uomo coraggioso e dalla ferme convinzioni democratiche, Franklin Delano Roosevelt, veniva eletto Presidente degli Stati Uniti e finalmente aveva il coraggio di mettere in pratica tali idee: si apriva l’era del New Deal che avrebbe salvato la democrazia americana e inaugurato un lungo periodo di benessere economico. Roosevelt era stato un avvocato di Wall Street e pertanto conosceva alla perfezione i meccanismi speculativi e le degenerazioni che tutto ciò aveva comportato. Si circondò di consiglieri esperti e dalle idee innovative – si parlò di “Trust dei cervelli” – ed ebbe il coraggio di fare davvero quello che altri non avrebbero mai osato non solo fare ma neppure pensare. In primo luogo, mise un freno alla speculazioni finanziarie e alla libertà incondizionata di cui si erano avvalsi banchieri e finanzieri senza scrupoli. Nel 1933 negli Usa vedeva la luce il Glass-Steagall Act con cui venivano posti dei freni ben saldi alle attività speculative, venivano divise le banche d’affari dalle banche ordinarie e si creava un sistema di argini contro le crisi finanziarie, potenziando l’attività e i controlli della Banca Centrale statunitense, la Federal Reserve. Come ha scritto Krugman “per quasi mezzo secolo quel sistema ha funzionato piuttosto bene”. In secondo luogo, Roosevelt fece proprie le teorie di Fischer e Keynes e diede avvio sia al più gigantesco programma di spesa pubblica che la storia ricordi che ad una massiccia immissione di liquidità monetaria nel sistema grazie agli interventi mirati della Federal Riserve di cui, parimenti, potenziò ruolo e strumenti. Incrementò la domanda globale, l’occupazione e salvò la democrazia americana dal tracollo che distrusse quelle europee, che, al contrario, si erano dimostrate incapaci di comprendere quello che stava accadendo. Il mercato veniva regolamentato ed era lo Stato ad assumerne le redini: era nata l’economia mista che ha garantito la stabilità economica e il benessere alle cosiddette economie occidentali (solo ai paesi del mondo avanzato, purtroppo!). Il resto della storia lo conosciamo.

48608504A partire dagli anni ottanta del secolo scorso ha però preso avvio una controrivoluzione che ha rappresentato l’inizio di un’involuzione pericolosa. Le destre liberiste hanno riguadagnato terreno elettorale, forti anche dei voti di una folta classe media immemore di quanto era accaduto poco di più di quaranta anni prima. Sono stati gli anni di Reagan, della Thatcher e di altri leaders della destra conservatrice che hanno gettato le basi della “Dereguletion” ossia della “Deregolamentazione” indiscriminata. Convinti assertori della bontà assoluta del libero mercato e della filosofia neo-liberista del “lassez-faire” hanno via via demolito gli argini creati a difesa della società nel suo complesso, preparando le basi della catastrofe. Negli USA due nuove leggi – il Monetary Control Act del 1980 e il Garn St. Germain Act del 1982 – hanno ridotto sensibilmente le restrizioni alle attività delle banche. Ma sono gli anni novanta che segnano drammaticamente il passo. Nel 1999, con il Gramm-Leach-Bliley Act, viene infatti abrogata, durante la presidenza Clinton, paradossalmente un democratico, la Glass-Steagall Act, ossia la legge fondamentale che aveva sottratto e salvato l’economia reale dal controllo tossico ed indiscriminato di una finanza impazzita. Veniva così meno la separazione obbligatoria tra credito ordinario ed investment banking. La manovra politica non era certo scevra da indebite pressioni ed ingerenze. Scrive Krugman in proposito “le banche d’affari hanno voluto entrare in questo business e, in un sistema politico sempre più dominato dai soldi, ci sono pienamente riuscite”. Infatti, Citibank ha avuto in merito all’operazione un ruolo di primaria importanza. Intenzionata a fondersi con Travelers Group per dare vita a Citigroup si è avvalsa dell’opera di lobbisti di professione per indebite ingerenze sui politici. Il risultato dell’improvvida abrogazione del Glass-Steagall Act è stato un sistema sempre più deregolamentato in cui le banche erano libere di sfruttare pienamente e senza limiti l’eccesso di fiducia creata dal periodo di quiete. Ma era solo la quiete prima della tempesta, per usare un eufemismo. Il colpo di grazia è però intervenuto nel 2000 con la legge sull’over-the-counter (OTC) che ha legalizzato i derivati. Si è così inaugurata l’era dell’alta finanza, delle Agenzie di Rating che riescono ad avere un controllo sull’economia diecimila volte più penetrante degli Stati, delle operazioni spericolate fatte passare, avanti gli occhi dell’opinione pubblica, come operazioni virtuose, dei titolo tossici, frutto di una finanza “creativa” quanto criminale, piazzati nei portafogli delle banche e degli ignari clienti come asset sicuri (tutti punti che verranno analizzati nel dettaglio giovedì sera) quando, in realtà, valevano meno della spazzatura. Il debito è andato alle stelle e i rischi si sono moltiplicati. Sono queste, come ha giustamente evidenziato Paul Krugman, le basi della crisi attuale. Per avere un’idea di quanto accaduto, basti pensare che è stato calcolato, in miliardi di dollari, il rapporto tra derivati e PIL mondiale a partire dal 1987 al 2011. Le serie che ne sono emerse sono impressionanti. Nel 1987 i derivati , che non avevano ancora raggiunto la complessità e la varietà di quelli odierni, rapportati al PIL mondiale erano pari a 866 miliardi di dollari, mentre il PIL mondiale era pari a 16.162 miliardi di dollari. Nel 2000 il rapporto cominciava a subire una preoccupante inversione: i derivati erano pari a 32.216 miliardi di dollari, mentre il PIL mondiale scendeva a 63.009 miliardi di dollari. Nel 2011, cioè nell’occhio del ciclone scatenato dalla Grande Recessione, i derivati erano pari a ben 707.569 miliardi di dollari, mentre il PIL mondiale era sceso a 62.911 miliardi di dollari! In pratica, mentre nel secolo scorso l’economia reale superava l’economia finanziaria, oggi l’economia finanziaria non solo controlla ma addirittura distrugge l’economia reale. Studi condotti dalla Financial Crisis Inquiry Commission hanno stimato che la bolla speculativa creata dai “derivati”, che stanti tali premesse dovrebbero chiamarsi strumenti “deviati”, raggiungerebbe la cifra di ben 1,5 quadrilioni di dollari, vale a dire 1.500.000 miliardi di dollari. Giulio Tremonti, che era uomo di convinzione liberista e che ha a lungo ricoperto l’incarico di Ministro delle Finanze, di fronte a tale disastro ha cambiato le proprie idee, ed ha sostenuto che cifre simili non sono economiche ma astronomiche nonché indici di un’economia impazzita. A ciò si aggiunga il trionfo delle politiche neoliberiste che sono intervenute massicciamente con tagli lineari alla spesa pubblica sociale in nome di un indiscusso “pareggio di bilancio” assurto a dogma inconfutabile e con deregolamentazioni spietate del mondo del lavoro in nome della “flessibilità”. Da ultimo, nel 1994 è intervenuto l’accordo di liberalizzazione del commercio mondiale noto come l’accordo WTO (World Trade Organization) con cui è formalmente iniziata su scala planetaria la “globalizzazione” il cui principale risultato è stata la delocalizzazione selvaggia di migliaia di imprese produttive al fine di trovare condizioni di lavoro più favorevoli, o come sarebbe meglio e meno ipocrita dire, condizioni di sfruttamento garantite e idonee ad incrementare sensibilmente i profitti. L’Asia è formalmente entrata a far parte del WTO nel 2001. Lo scenario internazionale è fortemente mutato. Dal vecchio G7 si è passati al G20 (il G20 è un’organizzazione che raggruppa i paesi più industrializzati del globo) e la fisionomia dello stesso scacchiere economico internazionale non è più stata la stessa. Quelli che un tempo erano i paesi che controllavano da soli la gran massa del PIL mondiale, quali appunti gli USA e l’Europa, oggi contano meno che in passato. Questo, soprattutto per i paesi dell’Europa Meridionale. In questo scenario mutato bisogna, poi, tenere conto, per comprendere appieno l’attuale crisi economica, il ruolo dell’Europa.

Eurotower-638x425L’Unione Europea ha una storia nobile. Nasce dall’idea di grandi uomini uniti dalla lotta al totalitarismo e dall’amore per la democrazia e la pace. L’Unione Europea doveva essere un grande progetto politico. Purtroppo oggi l’Unione Europea è solo un grande progetto economico, l’Eurozona, nulla più. Sembra un insieme di Stati in lotta tra loro e non certo l’ espressione di un unico corpo politico democratico. Il liberismo sfrenato è diventata l’attuale ed unica bandiera europea. Il progetto e l’utopia dei padri fondatori sono andati in frantumi naufragando miseramente su una diversa idea di Europa che è espressa a meraviglia dagli Accordi di Maastricht. Oggi l’Europa non è retta da un’autentica classe politica ma da un gruppo ristretto di tecnocrati iperliberisti, spesso e volentieri alla dipendenze dei potentati finanziari internazionali, che cercano di avvantaggiare al massimo i propri paesi avvalendosi del disastro economico-finanziario di altri. La Germania della Signora Merkel ne è l’esempio più lampante. Con la caduta del muro di Berlino e la riunificazione della Germania si scelse, improvvidamente, di anticipare le fasi dell’unione monetaria europea con l’introduzione della moneta unica (L’euro appunto). Tuttavia, i tecnocrati liberisti che optarono per tale soluzione, incuranti delle condizioni economiche di partenza degli Stati che aderivano al progetto, decisero per la creazione di un’area economica che aveva sì una moneta unica ma non un’unione politica. Si potrebbe dire che l’Eurozona è di fatto una moneta senza Stati ma quel che è peggio è che è addirittura un’unione monetaria priva di una vera Banca Centrale. E questo in un’economia complessa e globalizzata è molto più che una follia: è un crimine. La chiave di volta per comprendere come sia stato possibile che la speculazione finanziaria internazionale si sia accanita sugli Stati Europei, Grecia in primis, sgretolando dalle fondamenta l’intero progetto politico europeo, è proprio costituita da questo aspetto cruciale: la mancanza di governance non tanto della massa monetaria quanto del debito sovrano degli Stati membri. Debito che è così divenuto vulnerabile e preda di qualsivoglia attacco speculativo messo a punto della nuove tecniche finanziarie, derivati prima di tutto.

71BUSsCS31L._SL1416_Vorrei concludere questo articolo con un accenno alle teorie di Karl Polanyi, uno dei maggiori storici e sociologi economici del Novecento. Nel 1943 Polanyi pubblicò la sua opera principale e più nota “La Grande Trasformazione – Le origini economiche e politiche della nostra epoca” che si dimostrò subito un’opera originale, uno sforzo interpretativo senza precedenti della catastrofe politica che colpì l’Europa negli anni trenta e che sfociò nel secondo conflitto mondiale. Al centro dello studio, che abbraccia a trecentosessanta gradi discipline quali la storia, l’economia e la sociologia, vi è la critica del “dogma liberistico” col conseguente capovolgimento dell’idea liberale che la società di mercato costituisca il punto d’approdo naturale nella vicenda della storia umana. L’estrema artificiosità di un sistema in cui l’economia è sottratta al controllo sociale, celata dalle giustificazioni dell’economia politica classica, diventa per Polanyi evidente nei momenti di transizione, all’inizio e alla fine del ciclo dell’esistenza storica di una tale società. Non certo naturale, anzi decisamente meno delle altre, la “società di mercato” col suo inevitabile corollario di un incontrastato primato dell’economia, è come un caso patologico destinato a chiudersi con una crisi violenta. Polanyi scrive “la società di mercato era nata in Inghilterra e tuttavia fu sul continente che la sua debolezza generò le più tragiche complicazioni. Per capire il fascismo tedesco dobbiamo tornare all’Inghilterra ricardiana”. Si tratta di un’affermazione fortissima e a prima vista sbalorditiva. Eppure, dall’analisi attenta e approfondita della storia europea degli anni venti e trenta del Novecento emerge che questo geniale e poliedrico pensatore aveva ragione. Per Polanyi, infatti, l’inizio dell’era contemporanea e della tragedia del “secolo breve”si situa proprio in tale arco temporale. Esattamente come fecero la filosofa Hannah Arendt e lo storico Georg Mosse più tardi, Polanyi individuò le origini della trasformazione totalitaria nel secolo decimo nono, ma su di un terreno non politico-culturale ma economico. Due sono le “Grandi Trasformazioni” che hanno investito la storia in modo cruciale: la Rivoluzione Industriale inglese che ha segnato l’avvio della “Modernità” propriamente intesa e le reazioni alla Modernità che si identificano, da una parte, nell’avvento degli Stati Totalitari in Europa nel corso degli anni venti-trenta, e, dall’altra, nell’avvento del New Deal del Presidente Roosevelt negli Stati Uniti. Si tratta cioè di una “Rivoluzione Democratica” che ha consentito di porre sotto controllo il mercato autoregolato con tutte le sue pulsioni distruttive e di una “Rivoluzione Totalitaria” (che Polanyi identifica nel nazionalsocialismo tedesco e nello stalinismo sovietico) che, frutto delle devastazioni perpetrate da un’economia fuori controllo, ha segnato però la fine del primato dell’economia e l’avvento di un primato della politica altrettanto distruttore che causò anche la fine del primato dell’individuo, con le conseguenze aberranti e agghiaccianti che ben conosciamo. Purtroppo, a distanza di ben ottanta anni da quei tragici eventi, ci ritroviamo di fronte ad uno scenario politico immutato. Il mercato si è ripreso una beffarda rivincita sugli Stati e soprattutto sulla Democrazia politica. Di fronte alla crisi economica-finanziaria che stiamo vivendo, le democrazie occidentali e soprattutto europee non sanno dare una risposta adeguata. Sono venute mene le classiche distinzioni politiche e il pensiero unico dominante ha fatto sì che anche le sinistre abbracciassero incondizionatamente il “dogma liberista “ e l’ideologia mercatista che ne consegue. I governi continuano a seguire i consigli dei grandi potentati economico-finanziari e attuano politiche di macelleria sociale senza comprendere che così non risolvono il problema ma lo acuiscono. Basti vedere quanto è accaduto alla Grecia, la cui situazione politica oggi è del tutto speculare a quella della Repubblica di Weimar. Non capire questo significa avviarsi verso il baratro alla velocità della luce.

In tale contesto solo un drastico mutamento di rotta ci può salvare dalla rovina economica e politica. E’ la sfida più importante che le nostre società devono ora affrontare. Far circolare quanto più possibile le idee degli economisti eterodossi e far sì che ci sia qualcuno disposto ad ascoltarle è un dovere primario di tutti noi. 

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