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IL PADIGLIONE MANTOVANO DI SOUTO DE MOURA PER L’EXPO 2015

ssDi Serena Bisogno

Nell’ambito delle manifestazioni previste per il mese dell’Architettura, il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano ha organizzato una mostra nella casa del Mantegna, che dal 9 al 25 maggio 2014 darà al pubblico la possibilità di conoscere, tra gli altri, i progetti per l’Expo 2015, elaborati dagli studenti della Scuola di Architettura, sotto la guida dell’architetto portoghese Eduardo Souto de Moura (Porto, 1952).

rrrA poco meno di un anno dall’atteso evento internazionale, Mantova, al pari di altri centri lombardi, cerca di attrarre i numerosi visitatori che invaderanno la città di Milano nei mesi dedicati all’iniziativa, attraverso la realizzazione di un’accattivante opera architettonica.

Il primo progetto proposto da Souto de Moura è quello di un padiglione sospeso sulle acque del Lago inferiore della città dei Gonzaga, una struttura smontabile, ma con buona probabilità destinata a diventare permanente, pensata come una torre a tre piani, alta circa 15 metri, da collocarsi sul Lago inferiore di Mantova, in corrispondenza del ponte di San Giorgio. Il primo livello della torre dovrebbe ospitare un bar-ristorante, con uno spazio destinato all’esposizione di prodotti enogastronomici locali; il secondo, invece, dovrebbe fungere da punto informativo; l’ultimo, infine, costituirebbe un belvedere sulla città, un luogo da cui ammirare lo splendido skyline che caratterizza il centro lombardo.

gggCome ha avuto modo di spiegare lo stesso Souto de Moura – Pritzker Architecture Prize 2011 – in occasione della recente conferenza di presentazione dell’opera al pubblico, questo padiglione avrà anzitutto una finalità pedagogica, ovvero sarà volto a far conoscere Mantova e il suo patrimonio artistico e paesaggistico ai numerosi turisti.

Il progetto si propone pertanto di recuperare l’originario stretto rapporto della città con l’acqua, che nel corso dei secoli si è andato perdendo, e di realizzare una sorta di belvedere per ammirare lo skyline di Mantova, il cui profilo è definito non solo dalle costruzioni rinascimentali, ma anche dagli edifici industriali, oggi in parte dismessi, come la cartiera Burgo, disegnata da Nervi nel 1962.

L’opera, realizzata in metallo e legno, ovvero con materiali che poco dovrebbero interferire con l’ambiente, sarà pensata come una struttura modulare, in modo da poter essere, al termine della manifestazione, smontata e rimontata altrove.

La seconda proposta elaborata da Souto de Moura è una sorta di piazza galleggiante su due piani, sormontata da una mongolfiera con il logo dell’Expo. Questa soluzione, più leggera, di cui è esposto un modellino all’interno della mostra, presenta come base una piattaforma che si potrà muovere di fronte allo skyline di Mantova.

Benché si sia parlato in questi giorni dell’ennesima operazione di marketing urbano, volta a promuovere l’immagine della città mediante l’affidamento di un’opera ad una grande firma del panorama architettonico, è bene precisare come, nel caso di Souto de Moura, non sia forse opportuno usare l’appellativo di archistar. L’architetto portoghese, infatti, da sempre nelle sue opere pone particolare attenzione a caratteristiche che rifuggono dalla logica propria degli edifici dei cosiddetti archistar, recuperando invece valori della tradizione, quali l’appartenenza a uno specifico luogo e l’utilizzo di materiali autoctoni.

Immancabili, soprattutto in questi giorni, le polemiche, relative all’opportunità di realizzare un progetto così costoso (si parla di circa 300mila euro), quando altre opere mantovane attendono da anni finanziamenti per il recupero e il restauro.

ttttIn realtà, come sottolineato dallo stesso Souto de Moura, in questo caso si tratterebbe di non perdere l’opportunità di fare dell’Expo un laboratorio di forme e materiali per l’architettura, usando il progetto del padiglione come banco di prova per future costruzioni durevoli, così come già accadeva in passato, non solo nelle precedenti edizioni dell’Expo, ma anche nei secoli scorsi, quando, in occasione di eventi speciali, la città affidava a vari artisti la progettazione di fantasiosi apparati effimeri.

Peraltro, finora l’architetto portoghese ha dato prova di grande abilità nel rispetto delle preesistenze e nell’inserimento del nuovo organismo architettonico nel contesto. Si pensi alla casa a Moledo (1998), dove il sapiente uso della pietra naturale ha reso pressoché impercettibile la presenza dell’edificio nella collina in cui è stato quasi scavato. La struttura ha assunto così l’aspetto di un’architettura spontanea, quasi anonima, dove la mano e la mente dell’architetto che l’ha ideata non sono facilmente riconoscibili. Si spera che anche in questo caso Souto de Moura riesca a realizzare qualcosa di simile, qualcosa che sia in armonia con l’ambiente circostante.

D’altronde, recentemente lo stesso Souto de Moura ha ribadito la sua posizione in merito:

«Per me è importante che l’oggetto architettonico abbia la giusta corrispondenza con il contesto; creando con il costruito un rapporto in negativo si sbaglia. Il luogo diventa bello se, dove prima c’era un problema, si crea un nuovo equilibrio. Quando inizio un progetto, vado nel luogo, guardo con un occhio socchiuso, aspetto…è come fare un patto con il diavolo!»i.

Ci sarebbe da augurarsi, quindi, che la struttura presenti caratteristiche proprie di un’architettura discreta e temporanea, al fine di evitare quanto avvenuto in altri contesti paesistici di particolare rilievo, ovvero che la costruzione dell’opera, dalla quale doveva godersi una pregevole veduta del paesaggio circostante, abbia poi compromesso la ‘grande bellezza’ del contesto in cui era stata inserita. E’ questo il caso, ad esempio, di Ravello, dove – come acutamente ha rilevato Giulio Pane qualche anno fa – a seguito della realizzazione del progetto di Oscar Niemeyer, il più bel paesaggio della valle di Tramonti si può oggi godere dalla terrazza dell’Auditorium…perché non si vede l’Auditoriumii.

gghhi A. Coppa, Eduardo Souto de Moura, La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso, vol. 5, 2013, p. 114.

ii G. Pane, Narcisismo di un anziano architetto, in «La Repubblica», 29 gennaio 2010.

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